Gun Club – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Gun Club

Gli statunitensi Gun Club, capitanati dal canto invasato di Jeffrey Lee Pierce, sono stati capaci di trasformare il Blues delle origini, ibridato da Country e Rock’n’Roll, in una musica cupa, tormentata, oscura, amfetaminica, truce e decadente, usando gli strumenti del Post-Punk. L’immaginario era il più noir che si potesse concepire: violenza, droghe, amori malsani, tetre storie e leggende.

Fire Of Love (1981) conteneva già in nuce tutte le loro peculiarità e molti dei loro inni da antologia. Sex Beat trasforma i Feelies in una tensione ai limiti del Punk/Rock, arrampicandosi ostinatamente in crescendo esplosivi e galoppando senza pause.

La grandiosa rilettura di Preaching Blues di Robert Johnson mette perfettamente in mostra quale sia la mutazione operata dalla band: uno stato di tensione che inietta il Blues di un’energia difficile da controllare, un canto da predicatore maledetto, un fascino arcaico ed una nevrosi moderna.

Un altro inno da antologia è She’s Like Heroin To Me, forse il manifesto di tutta la carriera: droga, agitazione, autodistruzione. Fire Spirit, un Rock’n’Roll tetro e martellante, Black Train, un Blues ferroviario pieno di scatti nervosi e di tensione e Goodbye Johnny, pulsante sequenza di Punk/Blues dell’ansia. I brividi che scuotono la musica, le impennate, le accelerazioni, le immagini fosche delineano un album che rilegge il Blues agli occhi del Post-Punk e che forse trova il proprio limite in una formula che pare, in questa fase, ancora un po’ asfittica.

Miami (1982) è meno frenetico e più funebre: il canto di Pierce è ormai quello di un sacerdote di un rito di trapasso, un novello Morrison, disperato, energico a tratti, capace di spaziare dal sussurro al grido disperato con la naturalezza di un uomo tormentato con il dono del canto. Pierce domina Carry Home, inquitata dalle chitarre, e aiuta Brother and Sister a diventare un capolavoro del Rock del periodo: cantata in un baritono catacombale, si impenna nel ritornello, esplode in un tetro ritornello sessantiano. Altra prova vocale da antologia quella di A Devil In The Woods, un lungo virtuosismo da invasati del Rock’n’Roll. Texas Serenade nasconde sottopelle una dolce melodia psichedelica, celata sotto un coro di zombie. Watermelon Man sperimenta un canto da foresta pluviale, altamente evocativo, tribale e inquietante: è un altro dei capolavori dell’intera carriera e dimostra come la formazione si possa emancipare dall’idea di Punk/Blues dell’esordio. Un’altra grandiosa rilettura di un classico (The Fire of Love) prima di chiudere con il western baritonale di Mother Of Earth, praticamente un redivivo Jim Morrison.

Più vario, con un Pierce più maturo, Miami è probabilmente un album più completo dell’esordio, includendo nella rilettura anche il Country, il Western, la Psichedelia.

Death Party (1983) è un EP che raccoglie un brano più lento, malinconico e nostalgico come In The House on Highland Avenue, la canzone in cui i Gun Club scrivono la loro ideale ballata corale. Gli altri brani alternano la velocità e l’aggressività dell’esordio con il suono più vario di Miami. La title-track è un ulteriore capolavoro, una mattanza cacofonica degna dei coevi Flipper.

The Las Vegas Story (1984) se non altro consegna uno dei loro più angosciosi Blues, Walking With The Beast, un altro show di Pierce (The Stranger In Our Town), due altre ballate emotive degne di Neil Young (Bad America, Give Up The Sun) e un valzer funebre degno del Dylan più carismatico di Desire (Secret Fires). La formazione, Pierce in particolare, ha ormai la possibilità di spaziare fra molte tipologie di composizioni diverse, ampliando un già variegato campionario di brani che rileggono la tradizione statunitense alla luce di una decadenza malinconica, una nostalgia insanabile, un’angoscia opprimente. Sembra un album di fantasmi, velato di un mistero arcano, che dialoga col soprannaturale delle leggende, dei mostri, delle metafore, dei simbolismi.

Mother Juno (1987) è il primo album che sembra soprattutto ripetere cose già dette, per quanto privilegiando il suono di Death Party e Las Vegas Story, con brani che si addolciscono fino a diventare d’atmosfera (Yellow Eyes, il Pop-Folk di The Breaking Hands e Nobody’s City). Pierce è ancora capace di un brano come Heart, mentre il fuoco dell’esordio di intravede in Crabdance.

Con Pastoral Hide And Seek (1990) la formazione si riduce ad un complesso Rock senza molta personalità e non si migliora né con Divinity (1991), né con Lucky Jim (1993): sono album che tentano qualche nuova strada, scivolando spesso in una deprimente atmosfera di compiaciuta disillusione. Il meglio di questi tre album è probabilmente Idiot Waltz (7 min.) su Lucky Jim.

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Voti:

The Fire Of Love – 7,5
Miami – 8
Death Party (EP) – 7
Las Vegas Story (EP) – 7
Mother Juno – 5,5
Pastoral Hide And Seek – 5
Divinity – 4,5
Lucky Jim – 5

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