War On Drugs – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Adam Granduciel e Kurt Vile formano i War On Drugs, uan band che propone un sontuoso Folk/Rock che affonda le radici nella tradizione statunitense e nelle gloriose ballate del Dylan di Highway 61/Blonde On Blonde, dei Byrds, del più dolce degli Springsteen ma con un pizzico delle rivisitazioni “alternative” degli Wilco e dei Neutral Milk Hotel ed un po’ del gusto assordante di certo Rock degli ’80 di scuola Sonic Youth.

L’esordio Wagonwheel Blues (2008) è un’opera sul tema classico del viaggio, a volte commovente e distesa (Coast Reprise, Reverse The Charges), altre intensamente energica (Taking The Farm); a tratti suona come degli Arcade Fire (A Needle In Your Eye, con tanto di organo) magari più timidi (There Is No Urgency, affogata in rumori chitarristici à la Sonic Youth). I 10 minuti di Show Me The Coast sono forse la quintessenza dell’opera: un lungo viaggio Folk/Rock fra Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty. L’elettronica è utilizzata in modo mimetico e funzionale, con rispetto del suono tradizionale.

Slave Ambient (2011) è ancora una rievocazione di Blonde On Blonde (Best Night, Brothers) ma riesce nella psichedelia dolce e poetica di Your Love Is Calling My Name, gli Arcade Fire immersi in un’estasi acida. Un inno disciolto negli echi psichedelici come Come To The City gravita in territori non troppo distanti, mentre City Reprise #12 vaga in una nube che è praticamente un morbido drone Dream Pop. L’apice è fore il treno psichedelico di Original Slave. che poteva durare anche il triplo e diventare un inno fra assordante Psych-Metal, Folk e Blues. Chiude la commovente Black Water Falls, fra Byrds e Dylan. Più elaborato e variegato, Slave Ambient guadagna in eterogenità ma non riesce comunque a segnare un distacco deciso dalla tradizione del Folk/Rock.

Lost In The Dream (2014) ha un suono più ottantiano, vicino al Synth Pop ed al Pop radiofonico del periodo. pur senza perdere le ispirazioni dei primi album. Under The Pressure (9 min.) è un ballabile cantato à la Dylan ma suonato come uno Springsteen particolarmente orecchiabile, con tanto di abbondanza di fiati: è uno dei gioielli della carriera, un insieme di malinconia, retrò e psichedelia (nel finale) che ricollega il sound dei primi album con uno stile nostalgicamente danzereccio.

L’intenso Pop/Rock di Red Eyes, con sontuosi arrangiamenti e riverberi che dilatano gli spazi, secondo brano dell’opera, fa sperare in un album senza cali d’sipirazione.

Purtroppo segue la molle ballata psichedelica di Suffering, fra i più patetici Dire Straits e i più soporiferi Pink Floyd. La lunga An Ocean in Between the Waves (7 min.) ritorna all’equilibrio di Under Pressure, ma con meno coraggio nello sviluppo. Disappearing è, come già capitato a Dire Straits e Pink Floyd, un capolavoro di dominio della forma: un suono soffice e psichedelico, un pigro ballabile di quasi 7 minuti senza un vero guizzo o un’idea originale, che vive dei riflessi della produzione riverberata, ottundente, ai limiti dello “spaziale”. Di nuovo un Dylan, con elementi di Tom Petty e diei Dire Straits, si fa spazio in Eyes To The Wind, mentre Springsteen si sente assai in Burning. Chiude In Reverse (quasi 8 min.), che stiracchia con una psichedelia da salotto un Pop/Rock Dylan-iano (ancora!), con altre dolci melodie ed una coda di feedback astratti. Cercare delle novità in quest’opera significa doversi accontentare di qualche ibrido multistilistico fra modelli ben noti (Synth-Pop, Rock anni ’80, Disco, Folk/Rock anni ’70). Il piacere d’ascolto dipende molto, forse, dalla cultura e sensibilità dell’ascoltatore: da quanto si sia disposti a sentire brani che in alcuni casi sono quasi delle cover, da quanto si può rimanere affascinati dal modo in cui una melodia banale sia diluita in morbide nuvole psichedeliche.

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Voti:

Wagonwheel Blues  – 6
Slave Ambient  – 6
Lost In The Dream  – 6,5

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