Eleven Tigers – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Jokubas Dargis, nato in Lituania e trasferitosi a Londra, diventa uno dei nomi più importanti della Dubstep usando il moniker Eleven Tigers. Lo fa costruendo qualcosa che deriva dai primi due seminali album di Burial, dialogando con il Glitch-Hop, sfruttando arrangiamenti stratificati da colonna sonora sci-fi e senza fra prevalere i ritmi, fratturati e ipnotici, sul resto.

Clouds Are Mountains (2010) è molto più intricato di Burial, ne rappresenta una versione più densa e onnivora, che costruisce su poliritmi epilettici, ipnotici e ossessivi sinfonie che sfruttano tutti i suoni dell’Elettronica, in particolare House, Techno, Garage, Ambient, Glitch. Il flusso sonoro è unico, diviso in brani quasi per necessità di formato. La cupa, oscura Open Mirror, in piena Dubstep distopica, scivola nel Glitch Hop di Made Of, prima che Songs For You richiami il Trip-Hop e le sue mutanti rievocazioni Soul, bloccate infine in un loop che naturalmente prosegue in Couldn’t, eterea Breakbeat che prosegue ossessiva, riacquistando wobble bass Dubstep in Thesis, in una macchina ritmica degna della Techno più oscura e industriale. Sciolta la tensione in un fischio inquietante, Frozen Wheel riparte da un arrangiamento meno impenetrabile, conservando comunque un beat ossessivo, frenetico e fratturato, sopra al quale si fanno spazio synth che ricordano le chitarre, lentamente accompagnati verso un più solare ritmo che ricorda il mondo Reggae (siamo a Stood Up), con tanto di iniezioni psichedeliche fatte di riverberi sconfinati. Flux emerge lentamente da un paesaggio galattico, à la Schulze, spinta da un gracchiate ritmo estremamente disturbato, un rifiuto industriale di Breakbeat e Hip-Hop, ripulito il quale Atomic Turnip può arrivare e aggiungere una melodia cartoonesca e un ritmo in levare Reggae: l’intera opera vive di tinte fosche e qualche raggio di Sole, in un continuo viaggio fra gli stili. Sparkles è Synth-Pop strumentale, malinconico e struggente, accompagnato da ritmi Dubstep e disciolto in una nube House. Ci pensa il sensuale basso di With A Little Patience a riportare il ritmo in primo piano, prima di deformarsi in stonature Hip-Hop e un Trip-Hop malaticcio. Una pausa Ambient (Forever), dunque arriva la Dubstep drammatica di Stableface, forse l’apice dell’opera, con i campioni vocali maltrattati, la dolcezza rifratta in frammenti sonori, cantata al ritmo febbricitante di un ritmo circolare e spezzato. La chiusura, con There Will Be Time, sembra una fusione fra Burial e Distance.

Diviso in brani ma fruibile come un unico, lungo flusso sonoro, Clouds Are Mountains mette insieme i paesaggi urbani distopici di Burial con la cultura Elettronica di Shackleton, attingendo dal mondo Glitch, Trip Hop e dall’Ambient, facendo affiorare persino più solari elementi di matrice Reggae. Si tratta di una delle opere più coese della Dubstep, un album che ruotando attorno ad un’estetica ne propone continue variazioni e mutazioni, senza mai indulgere e diventare ripetitivo e prolisso.

111 (2011) è registrato completamente dal vivo grazie al crowdfunding. Questa volta l’idea della suddivisione in brani è ancora più forzosa: è una lunga composizione di oltre un’ora. Dopo un’apertura frenetica e cacofonica, una dolce voce femminile si adagia su melodie flebili di chitarra e pianoforte. All’ottavo minuto rimangono solo fendenti assordanti di chitarre galattiche, con la voce che lontana intona una ninna-nanna: un ritmo Glitch-Hop lento e distorto contrasta con un amalgama di psichedelia eterea (decimo min.). Segue un dolce duello fra melodie soffuse e beat frenetici, fino a che non rimane solo un pensoso, lento assolo di pianoforte, a cui fa seguito una chitarra Post-Rock: la voce femminile canta, o forse recita, delle poesie, prima che una cassa dritta renda atipico il clima psichedelico. Riparte il breakbeat (min. 19), stemperato in altra musica ambientale (min. 22) che anticipa momenti più assordanti e astratti, riorganizzati infine in uno zoppicante Trip-Hop (min. 25) manipolato in modo minimale, con i frammenti che creano nuova Dubstep, sopra la quale reinterviene di nuovo la voce (min. 30) per una fase più quieta che lentamente riprende energia e frenesia: al quarantesimo minuto si è di nuovo nel pieno dei ritmi frenetici e assordanti. Segue un lungo esperimento di Hip-Hop e Post-Rock fusi in un amalgama onirico, che diventa particolarmente suggestivo attorno al 52esimo minuto, con la voce che sospira, piano e chitarra che dialogano timidamente e strati di echi a donare una spazialità aliena al tutto. Questo è virtualmente il finale della composizione, che negli ultimi minuti non trova una chiusura migliore. Per il suo stesso formato, 111 è meno essenziale e più dispersivo, nonché meno eterogeneo: ha il pregio di mostrare quale possa essere la dimensione performativa di questa musica, ma non riesce a bissare la dirompente carrellata di mutazione Dubstep dell’esordio.

Voti:

Clouds Are Mountains  – 7,5
111  – 6,5

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