Pyrrhon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Pyrrhon

I Pyrrhon sono una formazione che unisce il Death Metal più tecnico ad un approccio progressivo che trasforma molti brani in suite capaci di riassumere Neurosis, Gorguts e Mitochondrion.

An Excellent Servant But A Terrible Master (2011) li presenta come una formazione dedita ad un intricato Metal estremo. New Parasite (7 min. e mezzo) è un biglietto da visita incredibile: uno sgangherato ammasso informe di Death Metal, Grindcore, Jazz assordante, Math-Rock schizofrenico e Sludge psichedelico. La successiva Glossolalian ha la foga del più estremo Grindcore, ma rinuncia all’assalto ritmico ossessivo: è una versione surreale della musica estrema, degna erede dei Gorguts e dei Meshuggah. Altre scorie di Free Jazz in Correcting a Mistake sembrano mutare in modo mostruoso il suono dei Death, mentre in Gamma Knife una pausa desolante per sola chitarra ha un gusto surreale. L’abominio che prende il nome di The Architect Confesses (Spittlestrand Hair) è un altro colossale mostro zoppicante, una sorta di rrore Lovecraft-iano fatto musica: informe, mutante, incomprensibile, terrificante. Gli elementi psichedelici della chitarra sono come secchiate di vernice gettate su un Pollock. Due brani estesi nel finale. Prima Flesh Isolation Chamber (8 min. e mezzo), una marcetta pazzoide che diventa Brutal, si disperde in desolazioni atmosferiche e poi prosegue turbando una lentezza Doom con una voce da terroisti dell’Industrial; nella seconda metà la marcia funebre diventa una zoppicante cavalcata, prima di ricomporsi per un finale del più oltranzista Death Metal, purtroppo sfumato senza una climax o una conclusione epocale. Nel complesso Flesh Isolation Chamber sfrutta solo in parte il formato esteso, stiracchiando alcuni passaggi. A Terrible Master (8 min.) è un incubo di Math-Core spaccatimpani che cambiando passo diventa un Djent/Death e quindi un più melodico e tormentato amalgama dalle atmosfere gotiche, screziato dalle dissonanze; man mano diventa più astratto, psichedelico e cacofonico, come se la materia sonorra si sciogliesse a fine disco, decomponendosi. Spettacolare e incompromissorio, l’album ha il pregio di spiazzare l’ascoltatore con qualche soluzione stravagante, eccentrica pazzoide, quando non si “limita” a proseguire la strada del Metal più estremo. C’è qualche passaggio che si ferma una spanna sotto i momenti migliori, tuttavia l’opera pone da subito i Pyrrhon fra le band più interessanti della scena estrema del periodo.

The Mother of Virtues (2014) è un viaggio al confini degli incubi più inestricabili del Death Metal, l’ideale punto di incontro fra le geometrie frattaliche del Mathcore, degli impetuosi inni sovrumani dei Nile, delle punitive avventure sonore dei Gorguts, delle stratificate e mastodontiche composizioni dei Mitochondrion. In tutto questo intrecciarsi di Death Metal in tutte le sue sfumature (Technical, Progressive, Math, Brutal) troneggia la chitarra di Dylan DiLella, capace di sazzolare tutta la tradizione e superarla con idee psichedeliche, vortici galattici, visioni cosmiche che straniano e sovvertono in certi casi il contesto infernale dei brani, trasformando questi supplizi di dolore e sofferenza in sadiche visioni sovrumane. L’opener The Oracle Of Nassau è un Grindcore che è soprattutto un incredibile show chitarristico, nonché una mutazione Math dei Nasum. Non è che l’antipasto: White Flag è un colosso che sfiora i 10 minuti e che copre una distanza notevole nel suo sviluppo. Si apre in un Funeral Doom catatonico che s’impenna dopo meno di due minuti in uno Sludge annaffiato di Harsh Noise e chitarre torturate, dissolvendosi dunque in un acidissimo incubo desolanteguidato dalle chitarre dissonanti; al terzo minuto proprio il vortice di chitarre spinge verso una sfuriata Grindcore che raddoppia di intensità poco dopo, si trasaforma in un incubo labirintico di Math-Brutal Death Metal ed in costante, inquieto sviluppo procede per ondate di violenza, trovando al quarto minuto un’abima tripartita: urla strazianti Grindcore, macchina ritmica da ecatombe degna dei Nile e chitarre acide e psichedeliche a trasformare le visioni di incubo in trip metafisici; al quinto minuto il duello fra sezione ritmica e chitarre è degno degli annali del Metal, una catastrofe musicale che non può che chiudersi nel silenzio; si riparte con desolanti fendenti, il momento di respiro prima che l’incubo ritorni, carico di dramma, lento e portentoso, colossale marcia funebre collettiva e sovrumana che, incredibile a dirsi, continua a diventare più straziante grazie ad altri interventi criminali della chitarra, in un supplizio dello strumento degno del più violento Free Jazz. Sleeper Agent è Sludge/Grindcore dove trionfa sempre un chitarrismo pirotecnico e terroristico, mentre il canto si fa animalesco e la sezione ritmica si preoccupa di rimpinzare di scariche telluriche ogni sezione del brano.

Dopo un altro bagno di sangue di intensità spaventosa come Balkanaized (i singhiozzi assordanti sul finale sono un altro dettaglio sonoro clamoroso, una sorta di scarica elettrica ben visibile in tanto caos!) si giunge a Eternity In A Breath (8 min.), apertura ancora Funeral Doom e sviluppo più lineare, un climax di dolore inumano che fonde idealmente i Type O Negative con i Khanate: a cuore aperto, più un pianto di dolore atroce che un atto di aggressione sonora. Si sentono forti i Gorguts in Implanet Fever, mentre in Invisible Injury (7 min.) è ancora una volta la chitarra a stupire con un lavorio ossessivo, con un amalgama di voci terrificanti che rievoca a tratti i più spaventosi Today Is The Day; finale “addolcito” da psichedelica assordante, quasi Electric Wizard. The Parasite In Winter è ancora una guerra fra voce, ritmo e chitarre in una stratificazione quasi insostenibile per intensità e densità. L’unico brano che rivaleggia con White Flag come vertice dell’opera è The Mother Of Virtues (10 min. e mezzo), un magma sonoro che si muove ad un passo sovrannaturale per quanto è irregolare, preferendo un mid-tempo per meglio sviluppare i contributi delle varie anime dell’incubo sonoro: il canto straziato e sforzato; la chitarra che viene torturata in ogni modo possibile; la sezione ritmica che senza tregua scompone e ricompone il “passo” del mastodonte senza disdegnare accelerazioni e incredibili e zoppicanti sfuriate. Posta a fine dell’album, la composizione sembra un’insieme di scorie Death Metal, una fossa comune di cadaveri sonori che sta putrefacendosi in un tripudio nauseante di olezzi indicibili e atrocità indimenticabili: è tutto insostenibilmente intenso, è il riassunto ideale di un’eternità di incubi, è la narrazione di una mente devastata. Quando al settimo minuto torna l’ordine, sotto forma di una galattica marcia funebre, si alza un grido che sembra la voce di ogni uomo sofferente, un momento di ordine fra le macerie, un attimo di raccoglimento prima che tutto torni in frantumi: l’equivalente del primo piano di una singola vittima nella panoramica di una fossa comune. Inevitabilmente, prima della fine, si precipita nel pieno della guerra psicologica, nel tormento insostenibile: la resa definitiva, senza liberazione, senza sollievo.

Ci sarebbe da scrivere molto su come dal Death Metal delle origini si possa essere giunti fino a un album del genere, fatto sta che quest’opera si pone come un punto di riferimento per la scena intera. L’opera non è un’unica sequela di capolavori da antologia (ma lo sono almeno White Flag e The Mother Of Virtue, oltre 20 min. in tutto) ma anche quando i brani non sono epocali si distinguono elementi peculiari, eccezionali. Doug Moore, alla voce, è a suo agio in ogni registro estremo, e funge da contatto più umano e inteleggibile con queste visioni malsane: suo il compito di rendere umane le schizofrenie del suono labirintico dell’opera. Dylan DiLella può fregiarsi di essere forse il più fantasioso fra i chitarristi estremi del periodo, l’unico capace di spaziare fra sevizie indicibili, tradizione, psichedelia orrorifica e visionaria. Alex Cohen e Erik Malave sono capaci tanto di propellere le accelerazioni disumane, quanto di evidenziare la portata drammatica dei rallentamenti, ma soprattutto riescono a far muovere le composizioni secondo traiettorie che appaiono inumane, inspiegabili per quanto sono contorte: nell’ascoltarli tornano alla mente le descrizioni orrorifica della più oscura letteratura Lovecraft-iana, più che la potenza dei classici del genere.

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Voti:

An Excellent Servant But A Terrible Master  – 7
The Mother of Virtues  – 7,5

Le migliori canzoni dei Pyrrhon

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