Jay Munly – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Jay Munly

Lo statunitense Jayson Thompson, meglio conosciuto come Jay Munly, propone un Country lo-fi ed intimista su Blurry (1996). Quelli dell’esordio sono poco più che abbozzi, va meglio con il grottesco Country di Munly De Dar He (1997) che ricorda in alcune ansiogeni singhiozzi ed in alcune cupe melodie il suono dei 16 Horsepower, ma conserva anche uno strampalato pressappochismo caciarone.

Con il terzo album, Galvanized Yankee (1999) va affermandosi un’estetica più professionale, che unisce il Country all’intimismo e ad una tensione emotiva sottile ma presente, ad esempio nel lamento di All Men Are Divine, nella trenodia funebre di Pretty Saro, nel cupo Country/Blues di Who Will Care For Mother Now?.

Jimmy Carter Syndrome (2002) è uno dei gioielli del Gothic Country, in grado di affiancarsi agli album maggiori dei 16 Horsepower, pur affondando più in lente trenodie funebri che in sfuriate Punk. I brani sono spesso più estesi e complessi, spazzolano la tradizione e la tramutano in una fosca musica di sofferenza. My Darling Sambo (6 min.) è un Country/Rock ossessivo, sontuoso e tetro; Cooney Vs. Munly è una ballata malinconica per organo che si candida all’olimpo delle canzoni più tristi del periodo; Haggie Hennies Almost Dirty Dress è sussurata con ansia, con gli archi che si lamentano; The Denver Boot è un Country/Blues che monta la tensione e la tiene viva nonostante i ritornelli corali, comunque virati al funebre; Dar He Drone (6 min. e mezzo) è un calvario più che una canzone, con i rintocchi delle chitarre ed un marasma di voci dannate. Certo in 68 minuti qualcosa è superfluo, compresa buona parte della lunga The Fabulous History of the Churchill Falls Barrel Races (9 min.), ma l’opera è peculiare nella sua travisazione della tradizione popolare, ricordando quello che hanno fatto altri artisti (Nick Cave, Bob Dylan, Tom Waits, 16 Horsepower), pur con intenzioni e risultati diversi.

Munly & The Lee Lewis Harlots (2004), 76 minuti in tutto, è un’opera monumentale: gli archi arricchiscono gli arrangiamenti, la voce spazzola numerosi stili differenti anche all’interno del medesimo brano, le composizioni sono spesso suite miniaturizzate di musica popolare tesa e ossessiva, le influenze da altri stili e mondi estetici si moltiplicano. Amen Corner è un ottimo manifesto, quattro minuti dove il brano cambia pelle numerose volte. Il pow-wow spettrale in apertura di Big Black Bull Comes Like A Caesar (7 min.) propelle un Country/Blues che nasconde nele clima bucolico arrangiamenti orchestrali certosini. Folk dimesso e Country saltellante si uniscono in Another Song About Jesus A Wedding Sheet And A Bowie Knife (quasi 6 min.). Cassius Castrato The She-Male Of The Men’s Prison è una storia da brividi, un capolavoro grottesco cantato completamente in falsetto da un fantasma. L’idea di una suite Country è ben riassunta in Song Rebecca Calls “That Birdcage Song” Which Never Was Though Now Kind Of Is Because Of Her Influence, mentre il canto funebre di Goose Walking Over My Grave, a due voci, porta a livelli quasi insopportabili lo strazio emotivo. The Denver Boot Redux costruisce una tetra armonia a più voci che mischia il doo-wop con un lamento dannato in una delle “code” più creative del genere. Of Silas Fauntleroy’s Willingness To Influence The Panel è un veloce Rock’n’Roll con voci da girl-group, con un’anima Country malcelata. River Forktine Tippecanoe (7 min. e mezzo) si trascina fino allo scomposto, doloroso balletto di morte finale. Carico all’eccesso di dramma, Munly & The Lee Lewis Harlots trasforma le sfumature che rendevano intriganti i brasni dei primi tre album in un dogma estetico: trasformare il Country in una musica funebre, grottesca, deformata dal dolore e dalla sofferenza. In realtà però l’operazione fagocita buona parte della musica popolare statunitense, dal Folk, al Blues, Bluegrass al Rock’n’Roll innestandovi semi Rock e rimasugli Punk, con la pomposa sofisticazione delle suite da camera a sostenere brani lunghi ed articolati, che non disdegnano di guardare anche alle dinamiche teatrali nei loro sviluppi, portando a tratti in primo piano il parlato più che il cantato, l’elemento letterario (banalmente, i testi) più o quanto l’elemento musicale.

Petr and the Wulf (2010) è la prima parte di un lavoro più complesso, una sorta di primo atto di un’epopea in un mondo immaginario chiamato Lupercalia (difatti l’album è a nome Munly & The Lupercalians). Le composizioni sono in reraltà meno avventurose che nei due album precedenti, con l’eccezione del bandismo sgangherato di Duk e dei due lunghi brani finali, entrambi poco oltre gli 8 minuti: Three Wise Hunters intona fra le altre un canto glaciale degno di Nico e si fregia di un finale convulso fra archi e pianoforte; Wulf, il brano maggiore, è una tensione Tex-Mex in salsa Country narrata in modo logorroico e concitato, percossa da accelerazioni e turbata da droni spettrali. In generale, comunque, l’opera si configura come minore rispetto ai due album precedenti, e meriterebbe forse di essere valutata con gli eventuali capitoli successivi sul mondo di Lupercalia (se mai ci saranno).

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Voti:

Blurry  – 3
Munly De Dar He  – 4,5
Galvanized Yankee  – 5
Jimmy Carter Syndrome  – 7
Munly & The Lee Lewis Harlots  – 7,5
Petr and the Wulf  – 6,5

Le migliori canzoni di Jay Munly

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