Godspeed You! Black Emperor – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni dei Godspeed You! Black Emperor

I Godspeed You! Black Emperor, inizialmente Godspeed You! Black Emperor, sono una formazione canadese titolare di un ostico Post-Rock soprattutto strumentale, dilatato all’inverosimile in lunghe composizioni che attingono alla tradizione della musica cameristica, alla musica dronica e all’Ambient. La loro musica, distesa in colossali brani di venti e più minuti, ricorda le colonne sonore dei film d’autore, l’epica dei western, il dramma teatrale. Il limite maggiore di tutta la loro musica è l’autoindulgenza in composizioni che, errabonde, uniscono elementi disparati, lunghi silenzi, dialoghi parlati e field recordings senza economia di tempi e di sviluppi. La più comune fra le tecniche compositive è quella del crescendo, spesso unica sintassi in questi chilometrici e visionari deliri musicali, in queste jam pigre e apatiche: la dinamica diventa protagonista, assieme agli arditi arrangiamenti, mentre la narrazione è praticamente azzerata, la melodia appare solo a tratti, il messaggio dei pochi stralci di parlato è spesso sconnesso dal contesto, o trascurabile.

Diventati in breve tempo band di culto, rappresentano un’ottima sintesi del Post-Rock: suonano una musica che ha ben poco di spettacolare, che richiama le composizioni chilometriche dell’avanguardia classica, che rifiuta gli slogan, che ripudia i ritmi incalzanti e tuttavia che usa molto gli elementi tipici del power-trio.

F♯ A♯∞ (1997) è suonato da una band di nove persone e si divide in tre suite mastodontiche. The Dead Flag Blues (16 min. e mezzo) farebbe sembrare i Red House Painters una band Punk: accordi sconsolati, archi desolanti, una lentezza estenuante. Nella parte finale, dopo lunghi silenzi o semi-silenzi, dalle ceneri nasce un crescendo che poi tramuta in un carillon infantile.

Per sentirsi davvero in una band Rock si deve passare a East Hastings (18 min.), che dopo una marcia funebre per chitarra si impenna in un crescendo e tramuta in un ballabile classico dalle sfumature lugubri attorno al settimo minuto; al decimo minuto il suono s’irrobustisce, si accelera a rotta di collo, il timido Rock funebre diventa un’arrembaggio di psichedelia assordante che inevitabilmente esplode, lasciando rintocchi Ambient virati in droni cosmici; la coda è cacofonica. Providence sfora i 29 minuti e si impone come il manifesto estetico della band: un brano discontinuo, che unisce musiche strumentali differenti in orchestrazioni mutevoli, accomunate da un mood funebre. Questa volta il brano decolla dopo quasi 7 minuti, accelera vorticosamente, poi mischia Classica e Rock, aggiunge ectoplasmatici momenti Ambient, utilizza lunghi silenzi per suddividere idealmente il brano/flusso-di-coscienza in vari movimenti. Il finale è un’assordante cavalcata Heavy-Psych. L’opera richiede attenzione e pazienza da parte dell’ascoltatore e trasforma la jam Rock in un collage di idee fra la musica cameristica, l’astrazione avanguardistica, la musica da colonna sonora e la psichedelia più rarefatta. Pur diventato nel tempo un album di culto assoluto presso pubblico e critica insieme al successivo, pare a chi scrive che questi chilometrici brani soffrano di una dispersività che ne riduce la forza. Serve inoltre ricordare che il Rock non è poi così nuovo a idee simili, si pensi all’esordio dei Faust.

Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000) è ancora più maestoso: gli arrangiamenti coprono lo spazio fra il silenzio e l’epica assordante delle colonne sonore da blockbuster; il Rock compare trasfigurato in ninna-nanne dolcissime, trenodie funebri o assordanti assalti psichedelici. Questa volta le composizioni sono quattro, tutte attorno ai 20 minuti. Storm (22 min. e mezzo) è un lentissimo crescendo che parte da una dolcissima melodia e diventa una trionfante cavalcata psichedelica; poi il ciclo si ripete, con toni più Noise ed un climax parossistico che porta al caos più assordante; gli ultimi minuti sono Dark Ambient lugubre. Iniettando ritmo e riducendo i silenzi, i GYBE rendono più densa la loro musica.

Static (22 min. e mezzo) nasce dall’Ambient, vivendo di fischi e lentissimi movimenti cacofonici che poi tramutano in una dimessa musica di suspense e di dramma; da tutto questo nasce attorno al 13esimo minuto un Rock strumentale dai contorni cameristici e le bave psichedeliche, che infine dà sfogo alle chitarre distorte. Gli ultimi minuti riducono un po’ la statura della composizione con cacofonie Ambient.

Sleep (23 min.) apre con un parlato, dunque lentissimamente prende forma come un lugubre lamento di archi; dopo sette minuti circa il ritmo innesca l’inevitabile crescendo. La seconda parte è maggiormente dominata dalle chitarre distorte, oltre ad altri crescendo. Chilometrici brani come questo sono la perfetta rappresentazione dell’autoindulgenza della formazione.

Like Antennas To Heaven (19 min.) apre con un Folk campionato, dunque fra mille riverberi diventa un viaggio psichedelico, cosmico, intergalattico. Dopo un soffuso tappeto sonoro diventa saltuariamente dell’emotivo Rock strumentale, prima che, proprio nel finale, s’intraveda una lucente musica angelica in lontananza (la vita dopo la morte?).

Se epurata dei propri cliché (i crescendo, i ripetitivi campionamenti vocali, le lunghe pause ecc.) questa potrebbe essere musica Rock per intellettuali, adatta per una valutazione estetica molto più che per ballare o, ovviamente, cantare. Così le infinite composizioni rischiano di diluire il piacere di vedere tante idee differenti, libere dalla forma canzone, con ripetizioni, lentezze, molte dosi di prolissità.

Yanqui U.X.O. (2002) rinuncia totalmente alla voce, ma non si discosta molto da quanto fatto nei primi album. 09-15-00 (23 min.) scopre un’anima Hevay Metal, ma è solo un nuovo elemento da aggiungere ad altri già conosciuti (per esempio i sei minuti finali di melodie malinconiche di chitarra). La composizione maggiore è Rockets Fall On Rocket Falls (21 min.), il loro capolavoro drammatico, un’estenuante musica del dolore, una delle grandi marce funebri del Rock, questa volta senza lungaggini che non sembrino aggiungere dramma al dramma, commozione alla commozione.

Peccato che in Motherfucker = Redeemer (31 min. e mezzo) lascino fluttuare per molto tempo melodie minimali o si producano (gli ultimi 10 min.) in un altro estenuante crescendo assordante.

Dopo aver pubblicato tre album la formazione sembra aver da tempo esaurito le novità. Continua a comporre brani chilometrici, ma raramente aggiunge qualcosa che sconvolge la formula che usa da inizio carriera.

Dopo una lunga pausa, la band torna con Alleujah! Don’t Bend Ascend (2012), un album insolitamente breve (53 min.). Due brani sono nel formato del passato, ovvero si aggirano sui 20 minuti. Mladic (20 min.) sembra composto da una band nuova: a differenza dei rarefatti brani del passato, è un intenso, magniloquente assalto di Rock strumentale che idealmente fonde Glenn Branca, certo Post-Metal, la psichedelia più Heavy.

L’apertura è affidata alle cornamuse, poi droni di chitarra à la Sunn O))) anticipano un’orchestra di cinguettii chitarristici, prima che un terremoto Metal imbastisca un portentoso tema mediorientale (un mix che ricorda i Nile e gli Orphaned Land, oltre a Blue Cheer e Hawkwind). Il crescendo, giunto al climax, muta in una danza distorta e sfrenata, rallenta in un Post-Metal dalle tinte Doom, si dissolve in una nube assordante dai tratti Noise. La musica, a differenza che in altre composizioni del passato, non dà tregua all’ascoltatore e costruisce una narrazione sonora di grande effetto, un’irrequieta fantasia epica che fonde Metal, Rock e Psych con grande fantasia, fino al maestoso, glorioso, pomposo finale, degno dei capolavori del Power Metal eppure intriso di un’anima rumorosa e psichedelica. I vecchi GYBE avrebbero forse fatto durare un brano del genere 35 minuti, riempiendolo di silenzi, field recordings e recitati e distruggendone la forza espressiva, diluiendola nell’autoindulgenza. Mladic è il capolavoro che sembrava essere nelle potenzialità della band dagli esordi, ma che è arrivato solo dopo 13 anni.

Il più breve brano che segue, Their Helicopters Sing (6 min. e mezzo), è una sinfonia per distorsioni che pare un’idea sviluppata a metà: nel suo lento crescendo manca di una conclusione e funge da intermezzo.

L’altro brano esteso, We Drift Like Worried Fire (20 min.), si apre con melodie minimali in un paesaggio desolante di chitarre, diventa un balletto Rock, inevitabilmente si arrampica in un crescendo che poi muta in una psichedelia assordante per chitarra. Oltre, nel brano, un’inquietante musica da thriller sci-fi è il punto di partenza per un nuovo crescendo, questa volta meno esplosivo: ci si adagia su un Rock in cui le chitarre fungono da synth. Di nuovo, spentosi tutto, si riparte per il finale, vorticoso, spettacolare, pirotecnico. A differenza di Mladic, questa composizione non sembra riuscire a stupire con continuità l’ascoltatore, soffrendo in parte dell’effetto “collage” che hanno molte composizioni dei primi album: idee differenti messe assieme in una lunga suite strumentale. D’altronde, il brano conferma una maggiore intensità della musica, più magniloquente, aggressiva, veloce e rumorosa che in passato, e per fortuna continua a evitare tutti gli elementi che rallentavano le composizioni di un tempo, a partire dai lunghi silenzi.

Strung Like Lights at Thee Printemps Erable (6 min. e mezzo) chiude con un incubo di droni assordanti, qualcosa degna del Post-Metal più angosciante, come quello dei Locrian.

Alleujah! Don’t Bend Ascend libera la formazione da molti dei limiti del passato, modificandone il suono quando ormai questo si era cristallizzato, diventando classico. Hai il pregio di contenere il loro capolavoro, di essere decisamente meno dispersivo che in passato, di inserire molte soluzioni inedite nel loro sound. L’altro brano esteso è tuttavia meno peculiare e i due brani brevi fanno, cosa strana, rimpiangere possibili sviluppi incompiuti, pur rivelandosi entrambi suggestivi e creativi. Con un altro brano del calibro di Mladic sarebbe potuto essere un album epocale.

Asunder, Sweet and Other Distress (2015) conserva l’anima Heavy, Drone e Noise dell’album precedente. L’opera è ancora più breve (40 min.) e nessun brano supera i 14 minuti. Peasantry or ‘Light! Inside of Light! (10 min. e mezzo) sembra una marcia Post-Metal à la Pelican o à la Isische lentamente si stempera in un Prog-Rock disteso e dolce, con un finale quasi da Pink Floyd. Lambs’ Breath (10 min.) cambia completamente registro: un muro di distorsioni in un paesaggio post-apocalittico, una fusione di Throbbing Gristle e Drone music. Lentamente da questo paesaggio nasce Asunder Sweet (6 min.), musica da camera malsana che sfocia poi nel Noise. Si tratta di una lunghissima introduzione, forse, per Piss Crowns Are Trebled (14 min.), una versione Heavy delle fantasie strumentali del passato, Prog-Metal da camera con un finale vertiginoso e pirotecnico che mischia passato e presente della band. Meno sorprendente di Allelujah, Asunder può essere visto in almeno due modi: un poker di brani dove i due centrali sono un pretesto per opener e closer oppure una lunga suite di 40 minuti che poteva durarne 25. In entrambi i casi, è un’opera che porta avanti il sound della formazione, senza ancora giungere a un’opera coesa. Forse è solo un breve album interlocutorio, il primo completamente composto da nuovi brani, di una band che deve ancora capire quale possa essere il suo nuovo sound.

Ormai di nuovo a pieno regine, i canadesi tornano per tirare una stilettata al capitalismo dei palazzi di vetro con Luciferian Towers (2017), seguendo il nuovo formato “asciutto”: due lunghe suite contornate da due brani più brevi, 43 minuti in tutto. Undoing A Luciferian Towers amalgama la solita pasta di droni con scorribande Jazz acide e assordanti, in un clima apocalittico, 8 minuti di strumentale che introduce l’umore funebre dell’opera. La suite in tre parti Bosses Hang (15 min.) apre come un’elegia Rock, portata avanti a suon di fendenti e battiti portentosi, con un’aura epica e trionfale che diventa psichedelica e infine insolitamente allegra, adrenalinica, una festa fra Folk, Jazz e Rock. D’altronde, hanno impiccato i padroni, c’è da festeggiare.

Un exploit massimalista con Fam/Famine e la lunga Anthem For No State arriva a ribadire il lucido punto di vista sul mondo contemporaneo della band: malinconica, affranta melodia che risorge dalle macerie di un mondo capitalistico mandato in frantumi, un inno di un nuovo potere che nella terza e ultima parte della suite trova elettricità, potenza e ardore, pur strattonato da devastanti e drammatiche distorsioni. Come una nuova conquista del West, di una terra nuova e libera da padroni, ecco che si chiude con una cavalcata trionfale, morriconiana nell’anima. Il disegno è infine completo, la guerra è vinta e la libertà ha un profumo meraviglioso. Uno degli album più politicizzati del 2017, nonostante sia strumentale.


Discografia

F♯ A♯∞ 1997 7,5
Slow Riot For A New Zero Kanada (EP) 1999 8
Lift Yr Skinny Fists Like Antennas(2CD) 2000 8
Yanqui U.X.O. 2002 7
Alleujah! Don’t Bend Ascend 2012 8,5
Asunder, Sweet and Other Distress 2015 7,5
Luciferian Towers 2017 8

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