Cornershop – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Cornershop

Gli inglesi Cornershop, il cui leader Tinder Singh ha origini indiane, sono una stravagante formazione Pop/Rock che contamina la propria musica con elementi etnici.

I primi album sono i più aggressivi, venati da un’attitudine Punk, mentre i successivi sono progressivamente più innocui. La formazione si distingue comunque per l’eterogeneità delle proprie composizioni, seguendo un approccio dai richiami freak. L’esordio Hold On It Hurts (1994) è affogato nelle distorsioni più assordanti, seguendo l’antica lezione dei Velvet Underground e i deliri della psichedelia Rock. Kalluri’s Radio è un devastante Punk tinto d’India, Inside Rani una nube lisergica e cacofonica, Born Disco: Died Heavy Metal la riuscita canzone semi-radiofonica di turno, Where D’U Get Your Information una bagarre ossessiva con climax finale; You Always Said My Language Would Get Me Into Trouble (7 min.) non riesce a sfruttare il formato esteso per osare di più. Si tratta di musica curiosa, non rivoluzionaria; metà dei brani non meritano citazione.

Woman’s Gotta Have It (1995) raffredda gli animi Punk, premendo piuttosto sull’anima psichedelica e freak nonché sul Pop/Rock. 6am Jullandar Shere apre con una lunga fantasia acida, fra Rolling Stones e India.

Camp Orange è fatta di mugolii e ritmi, in uno dei tanti momenti di eclettismo ai limiti del disorientante disseminati nella discografia. La parte finale del disco fa trascurare molti brani minori: prima Looking For A Way In (8 min.) è un Raga-Rock morbido in superficie e assordante nell’anima, un punto d’incontro fra Sister Ray ed i Beatles; 7:20am Jullander Shere (13 min.) riprende l’opener per un glorioso viaggio di raga psichedelico, cantilene, distorsioni e miasmi acidi, aprendo la porta al ballabile elettronico ed i suoi ritmi ipnotici e chiudendo con uno stravagnte motivetto cantato a bassissima fedeltà. Pur “a tratti”, l’album si rivela una delle più stravaganti riletture della psichedelia Rock del periodo.

When I Was Born For The 7th Time (1997) smussa ancora di più gli spigoli, si allontana dalla cacofonia e sfrutta sempre di più i campionamenti e lo stile compositivo dell’Hip-Hop e dell’Elettronica. Sleep On The Left Side è un viaggio transculturale fra Beck, sitar e anni ’60. Brimful Of Asha ricorda i Velvet Underground più gloriosi, distinguendosi per un testo atipico e i forti richiami alla cultura indiana.

Butter The Soul è solo groove, melodie deformate in modo demenziale e echi indiani: è una delle sperimentazioni della band, orecchiabile anche per l’ascoltatore medio. We’re In Your Corner sembra un mix fra Stone Roses e musica indiana, un’ipnotica danza che è ad un passo dallo spirito della Trance delle discoteche. Funky Days Are Back Again è invece uno scherzo à la Cake, calata in un Elettro-Funk d’annata. Spicca il dolce Country/Rock di Good To Be On The Road Back Home Again, sempre attraversato da venti lisergici, e diverte il ballabile Hip-Hop di Candyman. Peccato che buona parte dei brani sia esperimenti non molto innovativi con campionamenti e basi ritmiche, spesso talmente brevi ed involuti da risultare irritanti.

Handcream For A Generation (2002) è ormai un album di musica Pop elettronica, dove il Rock è un pretesto come gli altri. Gli stili sono numerosi, ma c’è poco di memorabile: per esempio, la Techno di Music Plus 1 non merita di stare accanto ai classici del periodo. Wogs Will Walk, Hip-Hop à la Beck, e soprattutto Spectral Mornings (14 min. e mezzo), fra Chemical Brothers, Stone Roses e musica indiana, sono colpi di coda di una band che sembra aver esaurito la creatività, e si limita a sfoggiare un eclettismo poco interessante.

Judy Sucks A Lemon For Breakfast (2009) torna al classico Rock, continua a proporre ballabili elettronici e indovina un altro paio di brani: Free Love, psichedelia digitale e Chamchu, vortice ritmico panetnico. The Turned On Truth (The Truth Is Turned On) (17 min.) invece intrattiene ma non sorprende, suonando come una jam che allunga poche idee neanche troppo originali.

Di Cornershop & The Double ‘O’ Groove Of (2011) si ricorda solo Double Decker Eyelashes, un mix fra Bach, l’Hip-Hop ed una filastrocca indiana. Su Urban Turban (2012) la mutazione è completo: l’irrequieto gruppo dell’esordio si è ridotto ad una banale band Pop/Rock i cui spunti creativi sono ormai capaci di impressionare giusto nel contesto radiofonico più mainstream.

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Voti:

Hold On It Hurts  – 6
Woman’s Gotta Have It  – 7
When I Was Born For The 7th Time  – 6
Handcream For A Generation  – 5
Judy Sucks A Lemon For Breakfast  – 4,5
Cornershop & The Double ‘O’ Groove Of  – 4
Urban Turban  – 3

Le migliori canzoni dei Cornershop

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