Qual è la musica commerciale? (e perché da 12 anni la cosa non mi interessa)

Una band come gli Slipknot è stata accusata di essere commerciale

Da quando ascolto musica a grandi manciate, quindi da una dozzina d’anni, ho sempre dovuto scontrarmi con la questione dei gruppi commerciali e dei gruppi di nicchia. La prima volta penso di averla affrontata quando bazzicavo, imberbe appassionato in cerca di recensioni, su Truemetal.

Musica Commerciale, il singolo di Jake La Furia

Di quel periodo ricordo il mio approccio ingenuo alla faccenda: pensavo che i gruppi commerciali fossero, stupido io, quelli che avevano buoni risultati commerciali. Nella mia testa la correlazione era semplice: è commerciale quello che vende molto, perché in fondo quale migliore dimostrazione esiste della portata come prodotto per la massa se non la risposta entusiastica… della massa?

Facendo così, scavalcavo un problema molto spinoso, che per complessità e astrazione finisce per diventare etico e filosofico. Ho scoperto infatti sul sito che vi dicevo (che oggi, giuro, non frequento più) quante elucubrazioni ci fossero dietro al concetto stesso di “commerciale”.

Per alcuni, commerciale si dice, come scrive la Treccani, “di opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico“. Quindi è musica commerciale quella che è stata realizzata, nelle intenzioni, con il fine del guadagno e della diffusione e quindi priva di valori artistici. Se l’intenzione è commerciale dunque la musica è priva di valore, quantomeno artistico.

La musica (forse) commerciale degli Arcade Fire

Rimane innegabile che abbia valore come prodotto sul mercato, evidentemente. In pratica per sapere se la musica è commerciale, secondo questo punto di vista, si deve sapere se le intenzioni sono quelle di fare qualcosa soprattutto a fini di diffusione e guadagno, e non per fini di mera ricerca estetica/artistica. Se le intenzioni sono quelle, la musica è priva di valore.

Il paradosso di questo punto di vista, quando inteso in modo integralista, è che di fatto non importa che musica sia venuta fuori da quelle bieche intenzioni commerciali: l’intenzione trasforma l’opera finale in una prodotto artistico privo di qualsiasi valore.

Chi abbraccia pienamente questa visione è insomma interessato alla posizione etico-ideologica del musicista: se non l’ha fatto per la ricerca estetica ma per fare soldi, la sua è una musica che non ha valore. Per esempio se io mi convinco, o raccolgo prove che mi convincono, che i Pink Floyd hanno scritto la loro musica per scopi di diffusione e guadagno, automaticamente la loro musica perde di significato. In questo sistema di valutazione della musica, il dato superfluo è la musica stessa: si potrebbero fare semplicemente interviste molto dettagliate agli artisti per discernere la musica di valore da quella che non ne ha alcuno. Si potrebbe fare critica senza ascoltare una canzone.

Il famoso spettacolo live di The Wall, un album best-seller e quindi… commerciale?

Ovviamente si può anche prendere un approccio differente, vale a dire quello di una valutazione della musica stessa, cercando di dedurre quanto questa sia stata creata per ottenere risultati commerciali. In altre parole, quanto questa musica soddisfa i gusti del pubblico di riferimento, che deve essere sufficientemente esteso altrimenti i risultati commerciali sarebbero trascurabili. Qua la questione sta tutta sul “sufficientemente esteso” e sulla “valutazione della musica stessa“.

Partiamo dal “sufficientemente esteso“. il secondo album degli Arcade Fire ha venduto 400 mila copie fra USA e UK, certificate: basta a renderlo un album commerciale? Rihanna con Good Girl Gone Bad del 2007 ne ha vendute oltre 7 milioni, mentre Olidous Operettas dei County Medical Examiners, nonostante la sua copertina “scratch-and-sniff” con odore di vero cadavere non ha raggiunto neanche la più bassa delle certificazioni made-in-US, e possiamo stare sereni nel dire che avrà venduto meno di 100 mila copie.

La valutazione della musica stessa” non saprei poi su cosa basarla: immagino che qua si apra la possibilità di valutare la musica in base a tutti gli infiniti criteri che sono stati via via ipotizzati dalla critica e dal pubblico. Per semplicità ipotizziamo che all’ascoltatore risulti indifferente scegliere fra Arcade Fire, Rihanna e un meraviglioso disco che odora di vero cadavere: ne risulterebbe che Rihanna è molto peggio di una band estrema ossessionata dalla putrefazione, ma non degli Arcade Fire.

Anche io preferirei l’odore di cadavere a questo scempio

Certo, si può anche teorizzare che il primo criterio, quello della portata commerciale non influisca così tanto, ma se si fa così, diventa solo o quasi una questione di valutazione della musica stessa, cioè una questione di criteri di valutazione. Una questione che, dopo anni e anni a parlarne sin dai tempi del primo ingenuo blog che ho avuto, non mi sento ancora pronto ad affrontare di nuovo.

Qualcuno, non posso recuperare le vecchie conversazioni di gruppo su MSN Messenger ma cercate di fidarvi, mi disse che per ogni genere musicale si potevano trovare delle soglie oltre le quali eri automaticamente commerciale: ricordo distintamente che bastavano 30.000 copie per un gruppo Black Metal, ma sono sicuro che esistevano delle cifre per altri stili del Metal e per altri generi. Immaginate per un attimo questa tabella di cifre e stili: Black Metal 30.000; Hip-Hop 150.000; Funk 17.000; Techno 168.000 ecc.

Appena scrivo MSN, cascata di ricordi!

Anche in questo caso, si può immaginare di unire questo fattore a tanti altri, ma continuo a evidenziare che se anche avesse un’influenza parziale, valesse per solo un quinto del giudizio finale, sarebbe un criterio che niente avrebbe a che fare con la musica in sé, ma solo con i risultati commerciali che ha avuto.

Chi si convince così di farsi beffe dell’industria discografica, è uguale a chi confonde l’anticonformismo con il non conformismo: adotta le logiche imposte dall’industria discografica, semplicemente le ribalta. Indirettamente, le sue regole sono quelle decise dall’industria che magari si vorrebbe combattere. Fermo restando, come ho scritto altrove, che il numero di copie vendute è tutt’altro che un numero attendibile. Praticamente sono numeri in gran parte manovrati dall’industria stessa.

Per alcuni studiosi, è musica commerciale ogni cosa che non è musica classica, quindi tanto i County Medical Examiners di prima quanto Gabry Ponte, tanto i Sonic Youth quanto Laura Pausini. Anzi, visto che Laura Pausini è molto più vicina alla musica classica rispetto ai County Medical Examiners, mi viene da pensare che lei sia meno commerciale di una band estrema con i dischi che odorano di carne marcia umana.

Il mio momento preferito della Pausini

Insomma, molte diverse definizioni per quello che sembra essere un concetto multiforme: a volte di intenzioni, a volte di risultati commerciali, a volte di catalogazione stilistica. A volte, volendo, un mix di questi punti di vista con altri, più legati al gusto personale o ad altri risultati. Qualcuno sembra particolarmente interessato a specifici valori: il numero di concerti sold-out, il numero di stadi riempiti, il record di presenze in un determinato spettacolo, i Grammy vinti, gli Oscar, i Dischi d’Oro, le hit #1.

Quello che molto spesso capita è notare come, il criterio, sia molto spesso “mutabile” a seconda di cosa si voglia sostenere: Katy Perry è commerciale perché vende a tanti e quindi vendere tanto dimostra automaticamente che sei commerciale e quindi non vali nulla; i Led Zeppelin hanno venduto tantissimo, ma questo non intacca minimamente la loro caratura artistica, anzi la esalta. I Beatles hanno venduto tantissimo, ma erano sperimentali, mentre Rihanna, che ha venduto quasi 200 milioni di dischi trova invece in questo numero la chiara dimostrazione che la sua musica è priva di qualsiasi valore.

Troppo spesso questi confronti portano ad una sola conclusione: se l’artista mi piace, il fatto che vende è una chiara dimostrazione della sua statura artistica; se l’artista non mi piace, il fatto che vende dimostra che è merda buona solo per l’ampio pubblico di boccaloni (alla quale ovviamente sono superiore). Uso una argomentazione per evitare di dire la cosa più semplice: è bello quello che mi piace, è brutto quello che non mi piace. Per evitare di dire “mi piace e non so perchè” e “non mi piace e non so perché”.

A volte è bene ricordare a tutti che non si è solo un gran paio di tette

Non che questa sia una colpa di qualche valore, perché stiamo parlando di una cosa poco seria come un giudizio di un album o di un artista, ma visto che a me dare giudizi e leggerne piace molto, la questione è intrigante.

All’opposto della musica commerciale, ovviamente, c’è la musica di nicchia. Questa, che prende in prestito una terminologia economica a me cara, sarebbe quella musica che si rivolge a un gruppo ben preciso di ascoltatori e che pochi artisti praticano (ho parafrasato la Treccani). Soliti problemi, speculari, alla musica commerciale: fin quando ha senso parlare di nicchia?

Vi copio una conversazione avuta pochi giorni fa su Facebook. Si parlava dei Radiohead.

Immagine

Si nota che: per qualcuno la “musica di nicchia” è un genere musicale e i Radiohead fanno “musica di nicchia”. Essere di nicchia, dunque, sembra essere una questione estetica e non legata al mercato (in contraddizione con la definizione stessa di musica di nicchia). Un criterio commerciale, economico è diventato estetico e soggettivo.

Chi parla di musica di nicchia è la stessa che la apprezza, mentre ho sempre molte difficoltà a trovare qualcuno che definisca se stesso uno che ascolta musica “banale” e “per le masse”, persino “commerciale”. La musica che mi piace è sempre ricercata, non banale e quindi, spesso, “di nicchia”: è un ragionamento circolare. Mi piace perché non è banale e non essendo banale posso considerarla di nicchia, adatta solo a chi la può capire e quindi valida. Un giudizio soggettivo personale si trasferisce sull’oggetto musicale e dunque sul pubblico che tale oggetto apprezza. Spesso, a vantaggio di chi giudica.

Si può essere di nicchia anche se vendi 30 milioni di copie. Basta aggiungere un ulteriore livello di soggettività pura: non basta giudicare la musica, le eventuali intenzioni dell’artista e i risultati commerciali, ma anche decidere se fra tutti quelli che la ascoltano sono tanti quelli che “capiscono davvero di musica”. Non succede mai che chi dice simili frasi si ritenga fuori da questa cerchia, ovviamente.

Questa non è una nicchia di mercato 😉

Se una musica non è per tutti, è di nicchia. Il risultato è ovviamente paradossale: visto che Fedez non è per mia madre e per moltissime sue coetanee musica interessante, non può questo renderlo di nicchia. Deve insomma esistere fra musica di nicchia e musica commerciale uno spazio intermedio, di musica “normale”, ma se la musica “di nicchia” può vendere 30 milioni di copie ed essere celebrata in tutto il mondo come quella dei Radiohead, allora quando inizia la musica “commerciale”? Alla copia numero 30 milioni e 1? Quando arriviamo a 10 milioni di persone che “non ne capiscono di musica” che la ascoltano?

Non è solo che non riesco a trovare dei limiti precisi, non riesco a trovarli neanche approssimativi, neanche qualitativi, neanche orientativi. Si potrebbe contare il numero totale di copie e contemporaneamente il parere delle critica, con pesi da definire per i due fattori, e giungere forse a qualche conclusione. Ma alla fine, mi pare, sarebbe tutta una questione di:

  1. misurare i risultati commerciali in base al target di mercato definitivo a priori in base allo stile/genere/altro
  2. combinarli con le valutazioni estetiche/artistiche possibilmente più elaborate di buona musica/cattiva musica
  3. temperarli con i giudizi sulle competenze degli ascoltatori interessati.

La musica è definita in buona parte dai risultati commerciali e il giudizio sulle persone che la ascoltano. Il giudizio sulla musica dipenderebbe soprattutto da fattori che con la musica non c’entrano nulla: dalle vendite, condizionate pesantemente dai budget di marketing e dal gossip, e dai propri giudizi sulle persone che tale musica ascoltano. I gusti di chi giudica, anche se raffinati secondi solidi criteri estetici, storici, filosofici o quel che volete, avrebbero dunque una influenza relativa sul giudizio finale.

Di nicchia o meno, questa è una ballata stupenda

Quello sulla musica commerciale, o meno, mi sembra dunque un discorso sterile, anche se molto partecipato. Preferisco leggere giudizi basati sui meri gusti personali, sulle conoscenze storiche, estetiche, filosofiche o esoteriche di qualcuno, ma che almeno parlino soprattutto di musica.

A questo, quindi, sembra portare la diatriba fra musica commerciale e di nicchia, ad allontanarsi dall’unica cosa che da 12 anni mi interessa di più: la Musica.

 E per voi è importante distinguere fra musica commerciale e musica di nicchia? Avete mai disprezzato qualcosa solo perché ha venduto molto? Rihanna è davvero peggio dell’odore di cadavere?

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19 thoughts on “Qual è la musica commerciale? (e perché da 12 anni la cosa non mi interessa)

  1. Esaminando così a fondo questa annosa questione hai scoperchiato le tombe di vecchi tromboni divenuti zombie, capaci solo di puntare il ditino ossuto contro tutto e tutti, sventolando la bandiera snob di chi crede di conoscere le regole di un gioco troppo grande per essere ridotto ad una dicotomia spietata e integralista. Non si fa peccato ad ascoltare musica, qualunque essa sia. La conoscenza e lo studio credo che siano il vero setaccio qualora si voglia cercare la qualità. Le emozioni sono un’altra cosa.

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  2. Ti farei un applauso.

    Si, mi è capitato di giudicare gruppi e cantanti con lo stereotipo del “commerciale” quando facevo il metallaro cattivo. Poi, col tempo, ho capito che è tutta una questione di gusti, così anche quando scrivo dò una forte impronta oggettiva alle mie recensioni.

    La gente dovrebbe smettere di tirare acqua al suo mulino solo perché “ascolto musica più bella della tua”. Fine, ormai il concetto di musica (ma anche di altre forme artistiche) come arte si è completamente snaturato e non ha senso portarlo avanti in questo modo cieco e becero. E se ci si trova con una persona con i gusti completamente diversi dai propri basta non parlare proprio di quello 🙂

    Complimenti per il bellissimo articolo.

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  3. Grazie, mi fa piacere leggere un commento così positivo! Anche io in passato ero più focoso, oggi mi interessa tanto invece sentire cosa gli altri hanno da dire, anche se hanno gusti profondamente diversi. E se proprio mi irritano, meglio parlare d’altro, che portare avanti guerre inutili (e un po’ snob).

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  4. Il 98% delle diatribe musicali potrebbe essere risolto con un’affermazione che hai scritto nel post:
    “se l’artista mi piace, il fatto che vende è una chiara dimostrazione della sua statura artistica; se l’artista non mi piace, il fatto che vende dimostra che è merda buona solo per l’ampio pubblico di boccaloni (alla quale ovviamente sono superiore).”

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  5. Secondo me calza a pennello (ovviamente generalizzando la situazione, perché se stiamo a guardare il pelo dell’uovo non se ne esce mai) 😉

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  6. Antonio ha detto:

    Per la parola ingegno la Treccani dice in uno stralcio:” capacità inventiva applicata sia alla creazione di opere d’arte, sia all’esecuzione di opere anche manuali etc”,contraddicendo l’opera d’ingegno citata nella voce commerciale..la musica commerciale non esiste se non nel mio piccolo,ed è quella che ascolto senza grossi sforzi intellettuali,identificando un pubblico nel mio spettro di emozioni

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  7. Un altro bello spunto, che ci porterebbe ancora più nello specifico a parlare di opere d’arte in un sistema che commercializza ogni cosa. Però direi che ognuno si definisce il commerciale in base alla sua sensibilità, come dici tu!

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  8. Veeenu ha detto:

    Ho maturato l’idea che tutta questa questione sia sostanzialmente una ricca insalata di fallacie logiche condita con un filo d’effetto Dunning-Kruger. Se ne discute giusto il solito motivo per cui si discute di qualsiasi cosa su internet (e motivo per cui si dovrebbe fare anche basta): trovare i confini tra i due gruppi “noi buoni guaglioni” e “voi mariuöli”.

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  9. Harry Burns ha detto:

    Annosa questione, sostanzialmente di lana caprina, su cui si dibatte da decenni. Discussione sostanzialmente fomentata da sub-gruppi e/o sottoculture musicali certamente, ma prima di tutto sociali. Che però dimenticano sempre degli aspetti che invece, a mio modesto avviso sono fondamentali.
    1) Nel momento esatto in cui fai un disco tu speri che più gente possibile lo compri. Altrimenti suonavi per il piacere di farlo e basta. Magari per strada, per allietare qualche passante. O componevi per il puro gusto di farlo, regalando le tue composizioni. Ma se la musica può anche essere fatta semplicemente per essere ascoltata, magari dal maggior numero di persone possibile, il supporto su cui essa viaggia, il disco (o l’mp3 è uguale) è fatto per essere venduto.
    2) Tutta la cosiddetta musica leggera, dal Jazz al Doom Metal è, al fine, musica pop. E’ fatta dal popolo ed è destinata al popolo. D’altronde siamo o no nella società di massa? Non c’è più una committenza di ricchi signori o ordini ecclesiastici, tantomeno c’è una “committenza ideale” (il frate che compone il canto in onore a Dio ad esempio). La musica, così come l’arte in generale, è merce .

    Da questo si desume che il termine “commerciale” in sè non è spregiativo. Commerciali = vendibile. Ed è quella l’intenzione di chiunque voglia fare musica per campare: vendere (sennò non ci campi).

    Ma se questo è oggettivo, è invece soggettivo il significato che spesso si dà al termine commerciale. Lo sottolinei benissimo nel post. Se mi piace un genere/artista e non vende è perchè è di nicchia e solo in pochi sappiamo apprezzarlo, se vende invece è solo un riconoscimento del suo genio. Se invece un genere/artista che non mi piace vende è perchè è (appunto) commerciale, se non vende è perchè non vale proprio a nulla, nemmeno a piacere al populino. Che poi sta cosa s’è talmente estremizzata tanto che a qualcuno piace un’artista proprio e solo perchè non piace alla massa, ma va beh… In soldoni possiamo dire che il riassunto è: “quel che piace a me è figo, quello che non mi piace è cacca”.

    Il problema, come in tutte ste questioni, musica ma non solo, a parer mio sta tutto qui. L’oggettivizzazione del soggettivo.

    La mia spiegazione è che non siamo più disposti, ci smonterebbe troppi ragionamenti e convinzioni sedimentati negli anni, a riconoscere che c’è un’oggettività nel reale che va al di là di quello che ci piace o non ci piace, e più ancora, di quello che pensiamo sia giusto o sbagliato.

    Una volta un chitarrista jazz mi disse: “non c’è un genere valido o no, c’è musica fatta bene e musica fatta male, musica che vale e musica che non vale.” Vale e non vale dipendono, ovviamente, dallo scopo per cui una musica nasce. La dance degli anni ’70 eramusica che nasceva con lo scopo di far ballare la gente, non di farla riflettere o commuovere. Il cantautorato di qualsiasi epoca invece nasce con lo scopo opposto. Non c’è nemmeno da fare un paragone, e l’una non è più o meno valida dell’altra: provate a concentrarvi con “Born to be Alive” nelle orecchie o a ballare ascoltando “Il pensionato”….

    C’è da distinguere. Senza contare che bisogna pure sapere giudicare da angolazioni diverse: anche nei progetti musicali nati a tavolino per scalare le hit (boyband e compagnia) ci sono elementi molto validi. Quella roba è scritta da gente che la musica la conosce, la scrive e la suona benissimo.
    A me non piace, non mi emoziona, non mi da nulla se non, a volte, un piacevole ritornello allegro che rimane in testa contro la mia volontà, ma devo ammettere che, proprio per questo, conquista lo scopo, è fatta bene.

    Questo da un punto di vista tecnico.
    Poi possiamo stare anni a parlare di emozionalità, di feedback, di qualità artistica intrinseca. E’ quasi tutto relativo.

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  10. Harry Burns ha detto:

    Io personalmente giudico un’opera, qualunque essa sia, dal “livello” che riesce a raggiungere. Dalla profondità che ha.
    Il metro di giudizio non può essere, ovviamente, la capacità di emozionare.
    Ognuno si emoziona in base alle proprie vicissitudini e alla propria “posizione” culturale. A una ragazzina di 14 anni emozionerà un romanzo di Moccia, io ho pianto con Hemingway.
    Tuttavia l’emozionalità gioca un ruolo fondamentale.

    Ma il presupposto, nel mio personalissimo metro di giudizio, è che ci siano delle cose che sono oggettive. Altrimenti parliamo di aria fritta e un disco di Fedez vale quanto la Nona di Beethoven.

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  11. Mi piace davvero molto questo tuo commento/riflessione. Mi piace molto che tu abbia evidenziato come la musica è, nella quasi totalità, nata per essere venduta, quantomeno quella che ci arriva. Rimangono fuori le opere non edite o quelle di sperimentazione molto spinta, per le quali sarebbe ingenuo pensare a una vera commercializzazione che ripaghi più di qualche pizza con gli amici. Nel bel libro di Alex Ross “Il Resto è Rumore” si può anche leggere di come in realtà anche la musica di inizio ‘900, la Classica, fosse fatta con forti intenti di successo di pubblico, pur se un pubblico meno massificato (il perché ci porterebbe lontanissimi, e Ross lo spiega molto bene).

    Sulla questione dell’oggettività, tecnica o meno, si svolge poi tutto lo studio della critica artistica in generale e musicale nello specifico. Non mi ci voglio addentrare troppo, dico solo che a mio parere avere un criterio chiaro, possibilmente univoco, nelle valutazione rende l’opera di un critico/commentatore/recensore/esperto qualcosa di più di una mera soggettività, utile a terzi perché spiegabile, confrontabile, argomentabile. Che questo non porti poi a criteri oggettivi che siano anche soddisfacenti, è evidente: avremmo già smesso di scrivere di musica trent’anni fa.

    Ma certo, la risposta di pubblico non basta: è una misura di successo industriale, una questione di marketing e industria, non di critica artistica. La risposta emotiva sul singolo mette al centro invece l’emozione di chi scrive, importante per lui ma spesso incomprensibile o ininfluente per gli altri.

    Chiudo non con la soluzione, che non ho (ho ancora tantissimo da imparare in questo senso), ma con uno slogan che mi ripeto spesso, come orientamento verso un metro migliore di giudizio: un buon sistema deve saper intanto distinguere chiaramente fra qualcosa di terribile e di eccelso (Fedez e Beethoven) e, poi, riuscire a essere sempre più preciso, fino a distinguere opere di livello simile. La verifica si fa, forse, spiegando i criteri a terzi e facendo fare a loro le valutazioni seguendo quei criteri: se queste risultano simili, se non uguali, mi piace pensare che si è sulla strada giusta. Quantomeno, si ha un terreno comune sul quale argomentare, già più di “aria fritta”.

    Grazie davvero degli spunti!

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  12. E’ un pò come la differenza che si fa tra libri che sono best seller e libri d’alto profilo letterario. Di solito molti best seller sono prgettati a tavolino e hanno lo scopo solo di vendere copie e guadagnare. Quindi per la musica commerciale diceva bene il treccani. Ma una differenza che si fa comunemente è che una musica è commerciale se l’ascoltano milioni di persone e invece non lo è se è semisconosciuta. Quando una band è all’inizio della sua carriera magari non vende nulla e allora è musica di nicchia, poi se fa successo diventa commerciale. Il tutto è molto vago e forse non si può fare una vera differenza nel campo della musica. Comunque il pop corrisponde al significato di commerciale in quanto per sua definizione proprio vuol dire “popolare”.

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  13. Trovo che questo articolo sia molto intelligente e soprattutto si capisce che è stato scritto da qualcuno che ama la musica con passione. Il discorso mi trova concorde e si può allargare a tutta la diatriba intorno a estetica e etica nelle arti, intorno a critica e gusto, elementi visti spesso in antitesi tra loro, discussione che spesso porta a dimenticare che – come si dice qui – ciò che conta alla fine è se una cosa ti piace o no, se ti regala un’emozione o no. Analoghi discorsi si possono fare per la letteratura, ecc. Tuttavia il criterio del pregio artistico rimane e ognuno ne è consapevole anche se poi si concede entusiastiche incursioni nel famigerato “commerciale”: la definizione della Treccani “opera dell’ingegno prodotta o realizzata soprattutto a fini di diffusione e di guadagno, priva perciò di pregi intrinseci e di qualità artistiche o di valore scientifico“ è abbastanza chiara nel definire come non artistico qualcosa che, a prescindere da quanto venda o incontri il gusto del pubblico, sia priva assolutamente del quid artigianale, culturale, personale, riflessivo e anche di anticipatore dei futuri sviluppi nel campo specifico che un’opera d’arte invece possiede.Detto ciò, da profana di musica (nel senso che non so suonarla e mi limito passivamente ad usufruirne in ogni momento della giornata) me ne vado impunita dal rap al pop, al rock, al lounge, all’house e chill out, al tango, a qualsiasi cosa tranne – lo ammetto – alla musica classica (con eccezione di Mozart). Inoltre trovo che Rihanna, Beyoncè, Adele, Ariana Grande, Katy Perry, Britney Spears e loro compagnia siano fior di cantanti con produttori e musicisti di grande calibro a supportarle; e considero Lady Gaga una grande artista. Sono irrecuperabile? Lo spero!

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  14. Non c’è nulla da cui farsi “recuperare”, solo sensibilità diverse e approcci diversi. Tutti da rispettare, soprattutto quando esposti con sincerità, argomentazioni ben sviluppate e passione. Il pensiero unico lo possiamo lasciare anche altrove.

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