Inanimate Existence – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni degli Inanimate Existence

I californiani Inanimate Existence propongono un Death Metal tecnico sull’esordio Liberation Through Hearing (2012), che ha molti momenti di una brutalità incompromissoria, per niente attenuata dalla complessità delle partiture. Dharmakaya è un ottimo esempio della brutalità del sound, ma altrove ampi momenti di suggestivi paesaggi sonori Prog-Metal prendono il sopravvento, come accade al centro di Transcendent Absorption o nei numerosi strumentali. Pur alla lontana, la band sembra in questi casi richiamare i Death post-Human, capaci di fondere violenza e emotività, furia e malinconia. Il vertice è probabilmente il trittico che inizia con The Discarnate Self Paradox, intricato incubo Death degno dei Gorguts, seguita da una annichilente Sulphuric Eurphoria , intarsiata di assoli jazzy, e che si conclude con Iguanid Labyrinth, con vortici chitarristici, desolazione pirotecnica, fratture ritmiche scomposte e ricomposte restando sempre vicini al caos. Peccato che tutta la seconda parte del disco sia composta di strumentali, diversi dei quali trascurabili. In alcuni casi anche questi brani senza canto meritano comunque attenzione (Morphic Fields, The End Of Duality, Awaken), ma sembrano incompiuti esercizi compositivi.

Never Ending Cycle of Atonement (2014) affina le idee dell’esordio, integrando meglio gli strumentali dell’esordio in brani devastanti, a partire da Omen, che anche quando attenua la sua ferocia rimane tesa, potente, evocativa, compositivamente molto elaborata. Più che nell’esordio, si sentono influenze Prog-Metal, per quanto estremo. Inediti elementi di musica medievale (non molto originali in campo Metal) affiorano in The Rune of Destruction.

Staring Through Fire (7 min.) gioca con elementi progressivi per più di un minuto, in un clima funebre, prima di impennarsi in un velocissimo riffing, miccia che fa esplodere il brano in un Death contorto, poi caratterizzato dalla doppia voce (un growl fognesco e un urlo strozzato) e da virtuosismi assortiti fino alla fine, fra frenetiche rincorse, rallentamenti, sfuriate. Out of Body Experience (9 min. e mezzo) è però la vera sintesi di quanto ascoltato altrove nelle opere della band: un Prog-Death Metal che qui diventa Brutal, Doom, Tech alla bisogna, senza disdegnare momenti Folk. Il limite dell’opera è quella di mischiare elementi conosciuti, pur in modo fantasioso e con sfoggio di tecnica e di virtuosismi assortiti. Non siamo di fronte a nessuna rivoluzione, neanche a una “rivolta”, ma a una discreta aggiunta al Prog-Death-Metal, che non lascia mai a bocca aperta.

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Voti:

Liberation Through Hearing – 5,5
Never Ending Cycle of Atonement – 6

Le migliori canzoni degli Inanimate Existence

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