Kendrick Lamar – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Kendrick Lamar Duckworth, semplicemente noto come Kendrick Lamar, è un rapper statunitense.

L’esordio Section.80 (2010) è un concept album sulla vita di Tammy e Keisha. L’album è orecchiabile ed emotivo, raramente mostra asprezze e spigoli da macho, piuttosto una sensibilità Soul prestata ad un Hip-Hop elegante, come in Hol’Up, A.D.H.D. e nell’incalzante e trasognata Ronald Reagan Era.

Il clima si fa spesso malinconico, come nell’avvolgente No Make-Up (Her Vice), uno dei vertici dell’opera. I vortici da videogame di Tammy’s Song (Her Evils) trasportano l’ascoltatore in un incubo metropolitano claustrofobico di grande impatto emotivo. La ballata The Spiteful Chant, arrangiata per ottoni, è degna del Kanye West più barocco.

Il momento migliore dell’opera arriva con Keisha’s Song (Her Pain), un Blues notturno con un refrain nostalgico cantato con un tono fra il sofferto ed il pigro. Prima della fine si fa notare il Funk al ralenti di Blow My High (Members Only). Il singolo HiiiPoWeR ricorda idoli come Eminem e Tupac, ma non porta chissà quali novità con sé. Nel complesso Section.80 non è tutto oro, anzi, raramente riesce a stupire l’ascoltatore, ma comunque la fusione di malinconia, Soul, Hip-Hop e nostalgia lo rende comunque un ascolto curioso.

Good Kid, M.A.A.D City (2012) è un altro concept, questa volta la storia di un ragazzo che deve sopravvivere in un ambiente dove il crimine è protagonista. Il sound è cupo, scuro, soffuso, elegante ed i ritornelli sono presenti ma difficilmente posti in primo piano. Soprattutto l’album suona come una sincera confessione di una persona che è stata tentata dalla vita delle gang e della piccola criminalità. In questo senso Bitch Don’t Kill My Vibe è un manifesto.

The Art of Peer Pressure trova spazio per linee di synth distorti e scure, cupe rime piena di disperazione. Un altro momento da ricordare di questa lunga narrazione Hip-Hop è Good Kid.

Il momento maggiore ed uno dei gioielli Hip-Hop del periodo è m.A.A.d city, con un’atmosfera thriller, un completo cambiamento al centro del brano, spunti allucinati ed un arrangiamento che spazzola dalla tradizione G-Funk a quella dei Public Enemy e dei loro rumori di sirene e polizia, passando per gli stratificati gioielli Hip-Hop di Kanye West o del grandioso Aesop Rock, con una simile volontà di avvinarsi al mondo del Pop/Rock.

La parte finale dell’opera contiene altri momenti di grande caratura. La soffusa ed elegante, chic e flessuosa Swimming Pools, potrebbe essere un singolo alternativo, sospeso fra orecchiabilità e ricercatezza.

La lunga Sing About Me, I’m Dying Of Thirst (12 min.) sembra voler porre la parola definitiva sull’opera, con una lunga e dolce fusione fra Hip-Hop “conscious” ed uno spirito Jazz e Soul mai completamente nascosto. Il brano più che puntare su mirabolanti variazioni, intensifica con il proprio stile Soul la forza emotiva, trasformando l’eleganza in una malinconica ossessione per la morte e per la fine. Dopo sette minuti, la ripartenza avviene con un ritmo saltellante, ansioso, singhiozzante. Il finale è affidato ad una preghiera.

Dopo una composizione così impegnativa c’è un altro brano esteso, Real, che sfora i 7 minuti ma che non bissa la peculiarità della composizione precedente. Chiude Compton, che è un inno alla città natale con una carica ed un’energia che manca al resto dell’opera, più soffusa.

Superiore a Section.80 ed acclamato dalla critica, questo secondo album è un esempio di narrativa Hip-Hop elegante, ricercata, stilosa, chic ed ambiziosa, che si inserisce nella tradizione del conscious Hip-Hop.

To Pimp A Butterfly (2015) nasce in un contesto in cui gli attriti fra bianchi e neri negli USA si sono riacuiti a causa di alcuni spiacevoli fatti di cronaca. Inoltre, è il seguito di uno degli album più venerati degli anni ’10 dalla critica internazionale, quindi è atteso come una definitiva prova di maturità, un manifesto del mondo nero nel 2015. L’opera è ambiziosa, variegata, imponente, tanto mastodontica da voler abbracciare, a tratti, l’intero spettro della musica “nera”, dal Jazz, al Soul, all’R’n’B, all’Hip-Hop al Funk. Wesley’s Theory parte con una produzione di Thundercat e la collaborazione di George Clinton, facendo leva su una linea di basso contorsionista: è uno dei vertici dell’opera, orecchiabile e cupa, ansiogena e ballabile.

King Kunta porta la tematica politica-sociale in primo piano mentre un ritmo G-Funk si muove veloce su melodie stranianti e spettrali. Il ballabile Funk/Hip-Hop di These Walls si chiude con un’ubriaca allucinazione Jazz che confina con l’astrattismo ma U fa molto di più, con una nube Jazz per canto schizofrenico e flow supersonico seguita da un Hip-Hop ubriaco e piagnucolante: più che un singolo da radio, è una miniatura di visionario Jazz contemporaneo.

La densa filastrocca di Alright, con i fiati che si agitano sull sfondo, le fratture ritmiche, è un altro bignami di variegato Hip-Hop, così come Momma, ritmo subacqueo, cori angelici, flow assassino ed una lunga coda che mischia gli ipercinetici inni dei Public Enemy con una filastrocca demenziale ed un fischiare di synth.

Il magma sonoro di Hood Politics attacca la politica statunitense in un’arringa a perdifiato, ma il manifesto sociopolitico da conservare è The Blacker The Berry, orecchiabile e violentissima, G-Funk e Public Enemy frullati in un inno intriso d’odio ed attualità, con un ritornello cantato con disperazione, ed un finale da jam Jazz per film noir. Un lampo di luce dopo tutta questa sofferenza arriva con I, coatico miscuglio Funk/Soul, con un ritmo trascinante in partenza e molto spoken-word nella seconda parte.

Il finale di un’opera così impegnata è un pezzo mastodontico come Mortal Man, l’idea sintesi del sentimento “nero” di Lamar in 12 minuti di Jazz/Funk notturno che lasciano poi spazio al recitato e un’intervista immaginaria con Tupac. Si chiude il cerchio di riferimenti, di immagini, di personaggi simbolici: l’identità nera viene riassunta da Lamar in un complicato puzzle di suoni, rancori, dolori, soprusi che sembrano la versione aggiornata della CNN del ghetto dei Public Enemy. Raccontando la quotidianeità Lamar racconta qualcosa che rimane fuori dalle cronache, sviscera gli stereotipi e li sovverte, ribalta le prospettive. La narrazione è concitata, confusa, a tratti caotica, tanto da delineare un viaggio emotivamente devastante, alla ricerca di risposte a domande sulla propria identità. Lamar ha risposto alla Twisted Fantasy di Kanye West con un’opera a tratti verbosa, ma che ha il raro pregio di fotografare ad oggi il sentire di una parte della società americana che spesso rimane fuori dai dischi, dai giornali, dai film.

Untitled Unmastered (2016) dimostra che gli scarti di un rapper in stato di grazia sono degni di attenzione.

L’attesissimo seguito di To Pimp A Butterfly arriva il 14 Aprile 2017 e si chiama DAMN., con il punto incluso nel titolo. Dai primi giorni appare evidente alla critica che si tratta di uno degli album dell’anno, quantomeno per il clamore che è destinato a suscitare. Su Metacritic l’album ottiene un clamoroso 96/100 di voto medio.

Ovviamente c’è la dimensione dell’hype, quella cresciuta a livelli vertiginosi dopo l’opera precedente e che ha ormai portato a considerare Lamar il più grande prodigio Hip-Hop del suo tempo, la nemesi del popolarissimo Drake. Mainstream senza esserlo smaccatamente, Kendrick Lamar ha coltivato negli anni due anime: quella delle comparsate in dischi anche decisamente Pop, come nel caso di Beyoncé, e quella di artista ricercato e imprevedibile ben affiorata in To Pimp A Butterfly, tracotante prova di potenza.

Con DAMN. c’è un nuovo cambiamento, a partire dalla forma: asciutta ed essenziale, 14 brani con un solo momento in XXX.; nessun interludio; due soli featuring, uno con Rihanna e uno con gli U2 a cui si deve aggiungere Zacari Pacaldo in LOVE.. Il secondo cambiamento è la maggiore propensione autobiografica, con i temi sociali e politici qua raccolti nella sola FEAR., come già detto però anche la traccia più lunga dell’opera. L’altro grande cambiamento stilistico è la riduzione del Jazz, spesso fonte di ispirazione e qui intravisto nel beat di FEEL. e poco altro.

A colpire è una sopraggiunta essenzialità, che sarebbe facile confondere con semplicità o persino banalità: DAMN. costruisce una storia piena di rimandi nelle sue 14 parti, basata tanto su un andamento logico dei temi affrontati quanto giocando di accesi contrasti. Per esempio c’è un processo che porta da LUST. a LOVE. e quindi a XXX., come se un tema fosse conseguenza del precedente. Altrove prevale l’ossimoro, il contrasto vivido: PRIDE. anticipa HUMBLE.. Altre volte il collegamento è più subdolo, ma individuabile: FEAR., il brano più politico, precede GOD.. Si potrebbe apprezzare la complessità dell’opera già solo studiandone la tracklist, quelle parole tutte maiuscole che fungono da keyword delle varie tematiche affrontate nei brani.

Più in generale, guardando l’opera nel complesso, esiste la dimensione riflessiva di Kendrick Lamar, che cerca di proporre con profondità analitica la propria visione del mondo, appellandosi ai valori dell’umiltà, dicendo la sua sulla questione della razza e abbracciando numerose volte la questione religiosa. Una visione piena di contrasti, contraddizioni, frasi da tatuarsi e qualche banalità, ma comunque ben distante da quella di altri colossi Hip-Hop più o meno contemporanei, che siano Jay Z, Kanye West o il già citato Drake.

Musicalmente, l’album sfrutta la fantasia dei produttori per proporsi al contempo compatto ma mai avaro di colpi creativi. A Mike Will Made It va la palma del contributo maggiore, ma firmano anche Anthony “Top Dawg” Tiffith, Dr. Dre, 9th Wonder, The Alchemist, Bēkon, BadBadNotGood, Cardo, DJ Dahi, Greg Kurstin, James Blake, Ricci Riera, Sounwave, Steve Lacy, Terrace Martin, Tae Beast e Teddy Walton. BLOOD. apre nella dolcezza Soul nostalgica, ma DNA. catapulta in una violenza degna dei Death Grips, con il brano spezzato in due da un caos di voci distorte per una seconda fase Trap. Terza tappa del viaggio è il pigro beat di YAH., prima che ELEMENT, tolga la rete protettiva e lanci Kendrick Lamar senza beat per farlo approdare a un ritornello notturno e infine chiudere in slow-mo per adattarsi alla collosa apertura di FEEL., il cui beat Jazz e le voci robotiche sullo sfondo costruiscono il contrasto più visionario dell’opera, fra calore vintage e asettica malinconia post-industriale. LOYALTY. con Rihanna usa un sample deformato in loop per creare un duetto sensuale dove il flow flessuoso di Lamar si muove agile come un pugile, poi PRIDE. fluttua in una nuvola vocale che per morbidezza non potrebbe contrastare di più con il titolo (le voci deformate come espediente lisergico). HUMBLE. riprende la violenza di DNA., beat quadrato con tastiere in primo piano e un nuovo contrasto vivido con il titolo. LUST. stravolge il beat, rovesciandolo e stravolgendolo, ricordando l’astrattismo dell’Atrocity Exhibition di Danny Brown. Lenta e sensuale LOVE., scura e old-school XXX. con le sue sirene e gli scratch, avventurosa la lunga FEAR., narcolettica in apertura, poi voci rovesciate e sfumature di dolci allucinazioni trasformano il panorama, chiudendo nel Funk mentre una voce filtrata sproloquia. GOD. è Trap aliena, non potrebbe differire di più dallo stile vintage di DUCKWORTH., che sembra evolversi musicalmente in modo indipendente dall’inarrestabile flow di Kendrick Lamar.

Poi ci sono i testi, necessari per capire l’opera. Ne costituiscono l’anima, sono il valore aggiunto che funge da collante dell’intera opera. Sono l’ultimo tassello per apprezzare la complessità di un’opera magistrale, uno degli album Hip-Hop del decennio. Ecco alcuni esempi, per forza di cose insufficienti:

“Hello, ma’am, can I be of any assistance? It seems to me that you have lost something. I would like to help you find it.” She replied: “Oh yes, you have lost something. You’ve lost… your life.” (da BLOOD.)

“I’m not a politician, I’m not ‘bout a religion
I’m a Israelite, don’t call me Black no mo’
That word is only a color, it ain’t facts no mo’” (da YAH.)

“I feel like the whole world want me to pray for ‘em
But who the fuck prayin’ for me?”  (da FEEL.)

Happiness or flashiness? How do you serve the question?” (da PRIDE.)

Show me somethin’ natural like ass with some stretch marks” (da HUMBLE.)

“Lately, it’s all contradiction” (da LUST.)

Johnny don’t wanna go to school no mo’, no mo’
Johnny said books ain’t cool no mo’ (no mo’)
Johnny wanna be a rapper like his big cousin
Johnny caught a body yesterday out hustlin’
God bless America, you know we all love him” (da XXX.)

Hail Mary, Jesus and Joseph
The great American flag
Is wrapped and dragged with explosives
Compulsive disorder, sons and daughters
Barricaded blocks and borders
Look what you taught us!” (da XXX.)

I’m talkin’ fear, fear of losin’ creativity
I’m talkin’ fear, fear of missin’ out on you and me
I’m talkin’ fear, fear of losin’ loyalty from pride
‘Cause my DNA won’t let me involve in the light of God
I’m talkin’ fear, fear that my humbleness is gone
I’m talkin’ fear, fear that love ain’t livin’ here no more
I’m talkin’ fear, fear that it’s wickedness or weakness
Fear, whatever it is, both is distinctive” (da FEAR.)


Discografia:

Section.80 2010 7
Good Kid, M.A.A.D City 2012 8
To Pimp A Butterfly 2015 8,5
untitled unmastered 2016 7
❤ DAMN. 2017 9

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