Leprous – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Leprous

I Leprous sono una interessante band norvegese di Progressive Metal. La loro peculiarità è di suonare Prog Metal facendo tesoro della fantasia ritmica dei Mars Volta, della frenesia e delle fascinazioni classicheggianti del Prog Rock ma anche di sfruttare a pieno le tendenze estreme del Metal.

Aeolia (2006) si apre con l’impressionante e lunga Disclosure (11 min.) che sembra un ideale punto d’incontro fra i ritmi sudamericani dei Mars Volta e lo spirito ruggente del Prog-Metal. Iniezioni di synth sibilanti e urla brutali da Metal estremo aumentano la varietà, così come una parte corale prima del finale. Gli ultimi minuti sono un assolo pianistico. Poche formazioni hanno osato spaziare così tanto. Alla mente tornano, per lo più, i Maudlin Of The Well più creativi.

Sentire il modo in cui profumi Jazz e caraibici si inseriscono in Black Stains, alternandosi a portentose bordate Death Metal, passaggi operistici, balletti demenziali è una delle cose più interessanti nell’ambito Progressive del periodo.

Le eleganti sfumature Jazz di Last Word mostrano come nell’album manchi quel rassicurante stile predominante di molti altri gruppi Prog-Metal e Prog-Rock.

Aeolus Shadow (7 min.) si sfoga con una apertura che unisce il Black Metal ad un Prog-Metal più melodico. Il continuo alternarsi e lo stratificarsi delle varie anime del brano è entusiasmante. La pace pianistica è di una visionaria poesia ed aggiunge sentimento alle geometrie millimetriche ed i virtuosismi da capogiro.

The Great Beast (8 min.) si apre con una lunga introduzione atmosferica, si sfoga in una Fusion rocambolesca ed alterna mezza strofa da ballata svenevole e mezza da Death Metal assassino. Allontanandosi da molti degli sviluppi più ovvi, la formazione riesce a scombinare gli equilibri tipici delle composizioni. Il finale è uno dei più pirotecnici della storia del Prog-Metal, pur se conciso.

Close Your Heart (11 min.) è un’altro brano da ricordare. Passano velocissimi i fantasmi di Judas Priest e Mehsuggah, quelli del Black Metal, le chitarre dei più tecnici Death, i virtuosismi chitarristici dei Dream Theater e quello stile delirante che permette una danza painistica da orchestrina ambulante, nonostante le iniezioni del basso e la successiva deriva in Psych-Fusion-Jazz.

La conclusione è affidata a Eye Of The Storm (11 min.), il terzo brano a sforare i dieci minuti. Questa volta l’impianto è molto più melodico. Si tratta di una sorta di variazione molto creativa sulla ballata, con blast-beats e parte centrale psichedelica e falsetti da Judas Priest. La pazzoide sezione da orchestrina Jazz è da antologia.

Giunti alla fine si ha la consapevolezza di aver ascoltato un’opera che propone una sintesi al contempo virtuosistica e creativa della musica Rock e Metal. Non si tratta di una rassegna di Metal corazzato, tantomeno di una schizofrenia assoluta e dadaista, bensì di una commistione di ordine, pazzia, allucinazione e gusto per la sorpresa. Mars Volta, Maudlin Of The Well e Cynic, ma anche i campioni del Prog-Rock, i Judas Priest, il Black Metal ed il Death Metal sono alcuni degli elementi originale esordio.

Tall Poppy Syndrome (2008) è una opera seconda di grande spessore. Passing (8 min. e mezzo) apre come un brano dei Dream Theater, salvo lanciarsi in un climax viscerale, lasciandosi anche ammaliare dalle allucinazioni al quarto minuto. Al settimo minuto c’è quell’esplosione che illumina un intero album: un urlo devastante che apre per una marcia imperiosa, un lento Death Metal à la Opeth, un cambio verso atmosfere maestose da Power Metal ed un finale classico. Difficilmente si poteva aprire un album in modo migliore.

Phantom Pain (7 min.) inizia melodica, si avviluppa ed infine si lancia a copofitto in una devastante sezione di Powe Metal supersonico che facilmente si lascia conquistare dal Death Metal. Mentre vorticano le tastiere sullo sfondo il brano si avvia al finale fra rantoli da orco, stemperandosi in una musica pianistica d’atmosfera.

He Will Kill Again (7 min. e mezzo), aperta in un clima drammatico e futuristico (ricorda nelle tastiere certi Ayreon), trova la svolta prima in una danza dai richiami sudamericani e poi nella sovrapposizione di questi ultimi con vocals Death Metal.

Not Even A Name (quasi 9 min.) è travolgente nel frangente che dal terzo minuto porta fino ad un vertiginoso scambio “teatrale” a due voci che è una delle più entusiasmanti declinazioni della potenza del Metal estremo e dei suoi stili vocali.

La title-track (8 min. e mezzo) ritrova dei riff che richiamano le lande desolate e post-apocalittiche dei Meshuggah, ma ovviamente lo sviluppo è profondamente creativo: Jazz minimale e parlato/recitato e finale corale con ultima appendice, dove scariche ritmiche e chitarre possenti, per sola voce e piano.

White, in chiusura, funge un po’ da compendio stilistico. In 11 minuti è piena di tastiere usate in modo creativo, peregrinaggi stilistici, accostamenti fantasiosi, evoluzioni imprevedibili. Il finale, come ormai sembra essere un segno distintivo di molti loro brani, è affidato al pianoforte, che questa volta regala un malinconico assolo di due minuti.

Forse qualcosa scricchiola dopo i primi due brani. Fate è il momento più basso dell’album, nel senso che è una ballata fin troppo prevedibile per i loro standard, seppure non sia disprezzabile nell’economia dell’opera. Dare You non aggiunge granché.

Nel complesso, però, l’album è di ottima caratura e dimostra che l’esordio non è stato un fuoco di paglia. La sintesi stilistica è affascinante, anche se per chi ha ascoltato l’esordio l’originalità potrà apparire meno lampante. Sembra inoltre che nell’opera si delinei in qualche modo un formato che fa vagare i brani soprattutto attorno agli otto minuti, seppure sia ancora poco per parlare di un “formato” caratteristico. Gli interventi del pianoforte, che caratterizzano alcuni finali, sono un altro dei pochi punti di riferimento in questa tempesta creativa.

Bilateral (2011) ha smussato diversi angoli. C’è più melodia e gli sviluppi dei brani sono meno sperimentali, seppure non manchino di fantasia. Sicuramente adesso sono più orecchiabili, memorizzabili e versatili per l’ascoltatore, nonché meno impegnativi. Le sfumature Power Metal e quelle Prog-Metal più educate hanno avuto il sopravvento su quelle più Fusion e Jazz, nonché su quelle più estreme. In genere, poi, i brani sono meno vibranti di una spasmodica tendenza a mutare e sorprendere.

Ancora Thorn, con sax ombrosi, urla Black Metal ed un passo marziale, riesce a stupire. Non delude neanche Waste Of Air, tesa e nervosa e con scariche di violenza degni degli Emperor, più che del Prog-Rock. La più intrigante uscita sul piano orecchiabile è Cryptogenic Desires, che contiene in meno di tre minuti buona parte della loro irruenza e pazzia compositiva: un bignami per chi non digerisce i brani estesi degli album precedenti. La più lunga Forced Entry (10 min.) e la conclusiva Painful Detour (8 min.) sono affascinanti, ma poco aggiungo a quanto già pubblicato da loro stessi.

Bilateral è un album che sembra mostrare un gruppo istituzionalizzato ai canoni del Prog-Metal. Ancora residuamente creativo, ha abbandonato i momenti più schizofrenici, le code stravaganti, gli sviluppi incorreggibili. Ora, insomma, è più facile rimanere indifferenti dinanzi alle composizioni, soprattutto se già si conoscono i primi due album.

Coal (2013) continua a sperimentare, più che nel recente passato. Foe è tutta fatta di pause e silenzi alternati a muri sonori, con un canto limpido ed operistico ed un finale che è fra le cose più strane che si possano ascolater in un disco Metal, cioè una lunga coda per una dolce melodia di chitarra e basso ed un sovrapporsi di voci liriche. L’impetuosa Chronic, gioiello di imponente Prog-Metal sinfonico e schizofrenico, è uno dei motivi per cui anche nel 2013 sono fra le band da seguire con più attenzione. Il resto dell’opera spazzola stili su stili, si ascolti per esempio la title-track. I nove minuti di The Valley (apertura dal suono synth-etico, elementi Djent sovrapposti ad un canto limpido, finale epico e maestoso che riprende il “tema”) portano al primo capolavoro creativo ed immaginifico, riuscendo a sintetizzare la loro ricerca in una musica orecchiabile, epica e creativa allo stesso tempo. Altri due brani di nove minuti chiudono l’opera. Il primo, Echo, ha un’anima maestosa e ottantiana nella parte centrale, fa rincorrere le chitarre a passo Disco per poi far turbinare i ritmi in un climax travolgente che si scioglie in un colossale, epico e trionfale mid-tempo e lascia la coda agli intrecci vocali. L’ultimo brano, Contaminate Me fa però molto di più. Con elementi Death Metal e Djent, intarsi virtuosi degni del Prog-Metal, un vortice vocale e ritmico che è fra i più incredibili esercizi del Metal ad alto tasso tecnico che si siano mai sentiti e poi all’improvviso,, non paga di tanta creatività, raddoppia la posta: si ferma, rantola in un Doom estremo à la Khanate, ci unisce dei violini (!) e si chiude in un gorgo di disperazione nerissimo.

Seppure alcuni brani più brevi siano in linea con gli alti standard della carriera, i Leprous di Coal riescono ad indovinare due brani di 9 minuti di grande caratura come The Valley e Contaminate Me, capaci di ambire all’Olimpo del loro già prestigioso canzoniere. Non è il caso di dilungarsi sulla perizia della band, ma merita citazione almeno la prova vocale, in primis quella di Einar Solberg.

Congregation (2015) non si adagia su quanto ottenuto con Coal, coniando un nuovo Prog-Metal che scansa i cliché tipici dello stile. Questa volta la tracklist ha pochi cedimenti, la coesione stilistica fa affiorare un chiaro modo di intendere la composizione musicale. La formazione focalizza la propria attenzione su alcuni punti cardine: il ritmo, che è spesso protagonista con le sue sincopi chirurgiche, la complessità della sua evoluzione, le fratture e le ripartenze; la melodia vocale, che guida molti brani in avventurosi saliscendi, conferendo orecchiabilità ai brani anche quando si rivelano molto avventurosi; l’amalgama sonoro, che difficilmente fa risaltare uno strumento sugli altri, preferendo un suono d’insieme compatto, esaltato dalla forte dinamica; l’assenza di molti cliché del Metal e del Prog-Metal, o quantomeno l’utilizzo parsimonioso di questi, come gli assoli, la spettacolarità dei singoli strumentisti, i finali pirotecnici, le accelerazioni spasmodiche, i climax.

Muovendo da questi fondamenti, la band inanella una serie notevoli di brani ricordevoli. L’apertura con The Price è in linea con quanto ascoltato su Coal, ma già Third Law è clamorosa: un’apertura da infarto con tutti gli strumenti all’unisono a seguire un ritmo fratturato, un canto che si arrampica sulle ottave con fare operistico, devastanti attacchi ritmici, una mid-tempo epico, una pausa di tensione vagamente Jazz, una astratta e cacofonica coda. Rewind (7 min.) apre con dissonanze, un tam-tam ansiogeno, innestando le dolci melodie vocali su una musica inquieta, che solo dopo tre minuti abbondanti trova un equilibrio più stabile, velocemente mutato in un crescendo intarsiato di barocchismi chitarristici, giungendo al quinto minuto in un’attesa esplosione che inventa un Black Metal sinfonico, urlato con insopprimibile angoscia, fondendo violenza e precisione chirurgica in un mostro sonoro di grandiosa intensità.

The Flood (8 min.) apre da un ossessivo pulsare, inquieta trasfigurazione della ballata Metal, iniettata poi di Djent nonostante le distese e drammatiche volute vocali. Lo sviluppo è un capolavoro di contrasti, su tutti quello del quinto minuto fra l’armonia operistica e l’ossessivo, angosciante pulsare meccanico. Al sesto minuto un’epica da Metal ottantiano, rivista in chiave Djent, sostiene un crescendo melodrammatico: un cortocircuito post-moderno.

Due brani più brevi occupano il centro dell’opera: la spogliata maestosità di Triumphant, che suona come una versione scheletrica dei risaputi e pomposi eccessi Prog e Power Metal e che coraggiosamente rinuncia a ritmi veloci, arrangiamenti stratificati e altri stereotipi, trovando forza nella ripetizione ciclica; l’aggressività spigolosa. Math Metal, di Within My Fence, ritmicamente spaventosa, assurda fusione fra Shellac, virtuosismi Prog e canto operistico. Pur essendo brani brevi, sono fra le composizioni pià sfacciatamente stravaganti del Metal contemporaneo.

Red è Djent melodico, inquieto e melodrammatico, reso malinconico da un substrato Ambient che attraversa il brano: un esercizio ritmico e melodico che trova la sua creatività nel modo in cui il canto operistico si fonde con il muscolare interagire di chitarre e sezione ritmica mentre i synth disegnano desolanti paesaggi in sottofondo.

Slave ricorda una ballata Metal, ma è solo apparenza: confina col Doom, sfrutta ritmi complessi, si lancia al centro in un assalto Black/Death assassino, prima di chiudere in sbuffi epici. In casi come questi è come se la formazione riuscisse a sconvolgere i modelli Metal per rivederli sotto una luce nuova e creativa.

Moon (7 min.) apre ancora una volta con un canto melodico soprapposto ad un amalgama sonoro inquieto, completato da folate sinfoniche. Il primo minuto e mezzo vive praticamente di più anime sonore che si incontrano solo nel ritornello. La coda è un puzzle di ritmi, stravaganze timbriche, Djent, musica sinfonica e cavalcata Metal.

Down ha una partenza bruciante, tutta stop&go, si distende nelle lugnhe melodie vocali, si ricongiunge al Metal estremo nella parentesi strumentale, chiude con complesse figure tribali.

In chiusura Lower è la cosa più vicina, questa volta in buona parte, al modello della ballata, ed è soprattutto l’occassione di sfoggiare altre avventurose linee vocali.

Opera creativa, originale, coraggiosa, complessa eppure raramente ostica, Congregation è una credibile possibilità di un modello di Prog-Metal che non sia solo virtuosismi e richiami al classici. Certo la prova di Einar Solberg alla voce è un tour de force a cui pochi potrebbero sottoporsi nella scena contemporanea, e merita attenzione la capacità degli strumentisti di interagire in partiture a tratti estremamente complesse. Tuttavia, quel che colpisce dell’opera è la volontà, a tratti palese, di allontanarsi da modelli prestaibiliti, di reinventare alcuni “concetti”: il brano epico, la ballata emotiva, l’interazione fra ritmo e melodia, l’interazione fra synth/orchestrazioni e power-trio. Non ultimo, l’album fa ampio uso della dinamica, usando ritmi stoppati, poliritmi e proponendo arrangiamenti mutevoli, che evitano l’appiattimento su un suono supermassiccio e monocorde. Congregation non è solo un album coeso e ben caratterizzato, è un portentoso esempio di Metal moderno, che prende ispirazione da molti ma che, con grande abilità, rielabora questi elementi con fantasia, audacia e grande creatività compositiva, nonché perizia tecnica.

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Voti:

Aeolia – 7
Tall Poppy Syndrome – 7,5
Bilateral – 6,5
Coal – 7
Congregation – 7,5

Le migliori canzoni dei Leprous

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