Gang Of Four – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Gang Of Four

Andy Gill alla chitarra e Jon King alla voce, supportati dal basso di Dave Allen e dalla batteria di Hugo Burnham sono i membri dei Gang Of Four, una delle formazioni fondamentali del Post-Punk inglese, capace di generare una sintesi caustica di Funk, Punk, Rock e taglienti fendenti cacofonici. La loro musica si ispira al marxismo e critica gli eccessi consumistici, in una logica che ricorda l’agit-prop.

L’esordio Enternainment (1979) è uno dei capolavori del Post-Punk inglese: scarnifica il Funk fino ad una musica nevrotica guidata da un basso ossessivo, che riprende dal Dub, mentre la voce ansiogena à la David Byrne dei primi Talking Heads recita scorata e depressa, la chitarra azzanna con riff devastanti, scattosi e con cacofonie assortite e la batteria inietta ritmi sincopati e frenetici nella formula.
Ether mostra da subito la caratura dell’opera, che pure conserva il call and response di molto Punk, i riff del Rock e l’enfasi di ritmica, ma in un clima di tensione assassina; è tuttavia un magro antipasto. Natural’s Not In It è un’ossessione ritmica degna dei Feelies prossimi a esordire, mentre il Dub/Rock di Not Great Men richiama i Talking Heads e i loro poliritmi intricati. Il primo capolavoro è Damaged Goods, ed è probabilmente il capolavoro dell’intera carriera: un Funk teso e nervoso, un cantato spastico, un testo cinico che è degno dei grandi manifesti Punk, un finale per cori che è tutto fuorché distensivo, è più un lamento che lascia tutto incompiuto, lascia sopravvivere l’ansia all’ultima nota del brano.

Return The Gift rievoca Don’t Fear The Reaper dei Blue Oyster Cult, ma solo per un altro Funk/Punk teso e scattoso, più volte ai limiti della cacofonia di Glenn Branca. Guns Before Butter è un altro vertice ritmico, un groove fatto di spasmi dove si agitano una voce claustrofobica e una chitarra attratta inevitabilmente dalla cacofonia, che viene torturata come pochi altri chitarristi hanno avuto il coraggio di fare. Un discorso simile si può fare per Glass, con la chitarra che sputa veleno su un brano altrimenti ballabile, al netto della tensione che lo attraversa. At Home He’s a Tourist è praticamente Disco, falcidiata dalla chitarra e turbata dalla sezione ritmica e la stessa idea, portata alle estreme conseguenze, porta al capolavoro 5:45, con un crescendo devastante prima del finale, un muro di baccano ossessivamente ritmato. La chiusura di questo grande esordio è Love Like Anthrax, con grande protagonista la chitarra martoriata di Gill, fra Hendrix e Glenn Branca, che prima fa piazza pulita per più di un minuto, quindi rimane ingombrante sull sfondo quando si uniscono gli altri strumenti; alla voce il canto e il parlato si intrecciano disorientanti; al terzo minuto un feedback minaccioso interviene colossale, propellendo un glissando galattico. Se i dischi dei Black Flag o dei Minor Threat erano liberatori, Entertainment coltiva tensione più di quante ne libera. La fusione di ritmi complessi, chitarre assordanti e ritornelli più o meno orecchiabili genera un mix inquietante, ansiogeno, teso, nervoso che è uno dei grandi risultati del Rock del periodo, anche al netto di qualche citazione dei Talking Heads e di Glenn Branca.

Solid Gold (1981) mantiene alta la tensione. Apre il sinistro strumentale Paralysed, ma si inizia davvero con What We All Want, la versione rumoristica dei Talking Heads, una lugubre danza etno-Funk. In alcuni casi, più che canzoni, sono detriti di ballabili orecchiabili, come Why Theory. Lo zoppicante Funk di If I Could Keep It for Myself è uno dei loro capolavori, tetra, tragica e inquietante a seconda dei momenti. In alcuni casi è la chitarra che gestisce la tensione, come nel vertice Outside the Trains Don’t Run on Time, una sorta di campionario di ansia chitarristica. Cheese Burger è il momento demenziale, ma ricorda più il delirio di uno psicopatico che un momento di relax. La frammentata, spezzata cacofonia Funk/Punk di In the Ditch sembra un ballo spastico. L’opera non è all’altezza dell’esordio, ma ne prosegue la missione.

Another Day/Another Dollar (1982) è un EP che contiene To Hell With Poverty!, uno dei loro capolavori, un Funk/Punk/Rock dall’atmosfera thriller. Se i Red Hot Chili Peppers non fossero il gruppo solare che conosciamo, avrebbero potuto suonare come su Capital (It Fails Us Now).

Lentamente i Gang Of Four ripiegano verso un ballabile Disco/Funk. Iniziano questo percorso su Songs Of The Free (1982), album che fonde uno stile più educato con qualche asprezza del passato. L’orecchiabile mix di cori e chitarre minacciose di Call Me Up e la più morbida I Love A Man In Uniform aprono segnando la distanza dagli esordi, ma conservando ancora una parte di creatività e peculiarità. Se i momenti più composti scivolano senza ferire, Life! It’s a Shame mostra un’anima ancora minacciosa e tetra, I Will Be a Good Boy inietta tensione su tensione e On The Instant è perennemente sul punto di deragliare avvolta da rumori sinistri. Pur segnando una svolta relativamente commerciale, i Gang Of Four semplificano ma non umiliano la loro creatività in un terzo album degno di essere ascoltato.

Tolta la tensione, le stravaganze chitarristiche, i ritmi ricercati e imprevedibili, rimane su Hard (1983) una Disco banale (Is It Love). Il meglio è Arabic, e merita appena citazione.

Quando tornano nel 1991 con Mall i Gang Of Four, ridotti ai soli King e Gill, propongono un Hard &Heavy con intarsi Funk, simile a quello di certi Jane’s Addiction e meno sperimentale di altri gruppi del periodo. Questa volta la band è davvero graffiante, soprattutto nell’uso della chitarra che fa Gill, ma troppo spesso soffre il confronto con altri ibridi Funk/Metal, in primis Faith No More (soprattutto FMUSA) e Primus, e Funk/Rock, soprattutto i RHCP. Cadillac è immediata ma banale, mentre World Falls Apart (6 min.) è uno show chitarristico che sembra scritto col pilota automatico.

Shrinkwrapped (1995) ritorna al baccano Funk/Punk, fuori tempo massimo e con poche idee nuove. Tattoo è il classico che non hanno mai scritto, assieme al fracasso di The Dark Ride gli unici due brani degni di citazione.

Content (2011) riunisce ancora una volta la band, con i soli King e Gill, ma sembrano copie sbiadite del gruppo originario e, cosa più importante, suonano qualcosa che ha poco di interessante nel panorama contemporaneo.

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Voti:

Enternainment – 8
Solid Gold – 7
Another Day/Another Dollar – 6
Songs Of The Free – 6,5
Hard – 4
Mall – 4,5
Shrinkwrapped – 4,5
Content – 4,5

Le migliori canzoni dei Gang Of Four

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