Paul Simon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Paul Simon

Paul Simon è un cantautore statunitense che ha fatto parte del famoso duo folk Simon & Garfunkel assieme all’amico Art Garfunkel. Dal 1970 ha intrapreso una lunga e prolifica carriera solista che lo ha visto partire dal Folk statunitense per un viaggio appassionante nel mondo delle tradizioni mondiali, alla ricerca di un equilibrio, di un esperanto Folk, per tornare solo in tempi recenti ai vecchi stilemi Folk, pur rivisti alla luce di un nuovo approccio.

La preistoria della sua carriera solista è The Paul Simon Songbook (1965), dove il cantautore mostra bene il suo contributo al successo del duo Folk più famoso del periodo. Si ricordano I Am Rock, April Come She Will e Flowers Never Bend With The Rainfall, tre esempi di un Folk tradizionale, senza nessuna contaminazione, gentile ed elegante ma non molto personale.

Paul Simon (1972) è il “vero” inizio della sua carriera solista, un mix molto più avventuroso di Folk ed esotismi assortiti. I profumi caraibici Reggae di Mother And Child Reunion, la melodia bucolica di Duncan, il delicato sussurro Blue di Run That Body Down ecc. mostrano un artista eclettico, anche se ancora raramente capace di brani da ricordare. Quando reinterpreta Folk, Country e Blues, troppo spesso Simon finisce per risultare calligrafico. L’eccezione principale è la festosa Me And Julio Down The Schoolyard, Folk caraibico.

There Goes Rhymin’ Simon (1973) mette a frutto le idee dell’album omonimo con melodie più ficcanti e una maggiore creatività in fase di scrittura. Il Country/Blues di Kodachrome, con accelerazioni febbricitanti e tempeste al pianoforte, forte anche di un arrangiamento ricco e colorato, è il primo brano da ricordare. Il Country tradizionale di Take Me To The Mardi Gras è solo colorato da timbri esotici, con un’eleganza invidiabile. Una sfumatura di suoni Jazz contorna l’anima Country di St. Judy’s Comet, poco prima che lasci il posto a Loves Me Like A Rock, fra gruppi vocali, Country, Rock e Pop. Non è un album capolavoro, perché molti brani sono intriganti ma non eccezionali, troppo compromessi da dosi Folk e melodie orecchiabili e non sempre personali. In ogni caso, è questo il primo album della carriera a mostrare davvero le potenzialità di Simon.

Still Crazy After All These Years (1975) smussa i pochi angoli dell’album precedente, aumenta le dosi melodiche e si allontana un po’ dalla tradizione Folk, che rimane comunque il fondamento della sua musica. L’emotiva ballata Still Crazy After All These Years e la collaborazione con Garfunkel di My Little Town sono orientata più al passato che al presente. Colpisce di più I Do It for Your Love, arrangiata con fantasia con suoni liquidi e fumosi. 50 Ways to Leave Your Lover, una hit dell’album, è un Folk/Rock soffuso ed elegante, con variazioni stilistiche interne che la portano anche in territori Blues/Rock: un gioiello di orecchiabilità e creatività unite. L’entusiasmante, trascinante Gone at Last, pervasa da una vibrante vena Gospel. Silent Eyes chiude l’opera con una ballata divisa fra dramma e ascensione liturgica. Still Crazy è un album più coeso e meno discontinuo dei precedenti, forte di arrangiamenti ricercati e di molta eleganza, un album che suggerisce i propri contenuti senza mai gridarli.

One-Trick Pony (1980) lo vede impegnato in una colonna che anticipa la svolta World dei prossimi anni, pur mettendo in fila brani discontinui per creatività. That’s Why God Made the Movies, con percussioni e organo, la sensuale Oh Marion e la commovente Jonah sono quanto da conservare di una prova deludente anche a livello di successo di pubblico.

Heart And Bones (1983) ritorna alle opere maggiori presentando un Simon molto diverso, che dà ampio spazio a studi etnologici sui ritmi e sulle contaminazioni. Intrisi di stravaganze lasciate spesso in secondo piano, questi brani sono molto più creativi e coraggiosi di quanto fatto da Simon in tutta la carriera pregressa, anche contando il duo con Garfunkel. Allergies, con un chitarrismo Rock bizzoso, la title-track, con uno spirito tribale tenuto a bada da un’anima Folk, la preghiera africana di Think Too Much (b), uno dei suoi capolavori e il Blues/Pop di Song About The Moon, costruita come una filastrocca Folk sono tutti momenti di grande ispirazione. Think Too Much (a) richiama la Disco e persino l’Hip-Hop e la conclusiva Late Great Johnny Ace mostra l’ampiezza delle sue potenzialità stilistiche, fra Classica, Pop e Rock in continuum sempre più interessante. Come spesso accade, non fu un album di successo, nonostante fosse il più creativo della sua carriera. A posteriori, è stato rivalutato come un momento fondamentale della sua carriera solista.

Graceland (1986) si spinge ancora un passo in là, mischiando musica di molte culture in un moderno, tecnologico, incalzante mix di tradizioni portato avanti con una invidiabile sintesi creativa. L’epicentro è l’Africa dei ritmi, dei canti tribali, delle visioni mistiche, dei paesaggi suggestivi. L’opener The Boy in the Bubble ricorda l’epica di Bruce Springsteen, pur con una sofisticazione negli arrangiamenti che non è sempre alla portata del “boss”. La veloce, divertente, coinvolgente title-track, l’africaneggiante I Know What I Know, uno dei vertici dell’intera carriera, ornata da cori acuti e tribali rendono il trittico iniziale da antologia. Seguono lo Ska di Gumboots e il mix multietnico di Diamonds on the Soles of Her Shoes, un altro grande vertice, prima dell’arrivo della ballabile, trascinante You Can Call Me Al, altro gioiello di World. Una raccolta elegia, Under African Skies, qualche brano meno memorabile e si arriva alla conclusiva All Around the World or the Myth of Fingerprints, ritmo possente fra occidente e Africa. Variegato, imponente, colorato, questo maestoso tributo all’Africa è il massimo risultato della carriera di Simon ed uno degli album più interessanti della World Music.

The Rhythm Of The Saints (1990) sposta il focus sul sudamerica, in particolare sul Brasile e la sua tradizione musicale. The Obvious Child apre all’insegna di un intreccio ritmico trascinante, stratificato, mentre la successiva Can’t Run But lavora su un groove ipnotico ed elegante. Altre intriganti studi ritmici in The Coast e Further Fly portano avanti l’opera, che è comunque meno eterogenea di Graceland e meno creativa. A differenza dei deu album precedenti, questa volta Simon sembra essere soprattutto concentrato sui ritmi, che sono il fulcro della musica brasiliana e di quella africana: la sua sintesi è meno efficace, il suo è più un tributo che una carismatica reinterpretazione.

Songs From The Capeman (1997) è un musical che riscuote poco successo, verboso e prolisso. The Vampires è il momento migliore, una filastrocca dai profumi cubani.

You’re the One (1998) riduce i sofisticati esercizi etnici e ritorna in parte al Folk degli esordi. Qua e là c’è ancora l’ambizione di fine anni ’80, ma a tornare è soprattutto la voglia di descrivere emozioni e sentimenti. La lunga Darling Lorraine (quasi 7 min.) è un raro esempio di come questo ritorno alla tradizione possa essere interessante. L’altro momento da ricordare è Quiet, praticamente una preghiera in una nuvola Ambient.

Surprise (2006) cambia ancora le carte in tavola e trasforma la semplicità di You’re The One in un sound stratificato e moderno, pesantemente “prodotto” da Brian Eno. Rispetto all’album di otto anni fa, questo è moderno, a tratti persino visionario negli arrangiamenti. How Can You Live in the Northeast e Everything About It Is a Love Song ricontestualizzano le soffuse melodie degli esordi in un mondo sonoro completamente diverso, elettronico e multistilistico. Dopo una parte centrale poco interessante arriva Another Galaxy, fluttuante ed onirica, raccolta ed emozionante. L’impressione è che i “sonic landscapes” di Eno diano nuova vita alle diapositive di Simon, così come un buon lavoro di fotoritocco nasconde le prime rughe di una modella. Allo stesso modo, però, c’è il rischio che i ritocchi finiscano per rendere meno vibrante ed emozionante la musica, togliendo a Simon il suo afflato poetico o, peggio, trasformandolo in una sorta di nonno che cerca malamente di imitare i propri nipoti (per es. in Outrageous).

So Beautiful or So What (2011) cambia ancora, dopo cinque anni: Folk/Rock irrobustito ma sostanzialmente tradizionale, colorato da trucchi di produzione moderni. Spunti etnici sono sparsi nell’opera, con un vero momenti etnico in Rewrite. Gli arrangiamenti sfruttano molto più della norma le campane (si senta la title-track, per es.). Dopo 46 anni di carriera, si può davvero chiedere poco di più.

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Voti:

The Paul Simon Songbook – 5
Paul Simon – 5
There Goes Rhymin’ Simon – 6
Still Crazy After All These Years – 6,5
One-Trick Pony – 5
Heart And Bones – 7
Graceland – 7,5
The Rhythm Of The Saints – 6,5
Songs From The Capeman – 4,5
You’re the One – 4,5
Surprise – 5
So Beautiful or So What – 4,5

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