Skrillex ha rovinato tutto: 15 anni di Dubstep

Non ho mai potuto parlare davvero di Dubstep. L’ho scoperta nel 2008-2009, con Burial, come il 90% del mondo che non frequentava i club underground di Londra nei primi anni Zero. Ovviamente, vivendo nella più periferica provincia dell’Impero, non è stato esattamente facile trovare qualcuno con cui parlarne: non era House, Techno, Dance, Pop. Non era esattamente il genere di musica di cui puoi parlare in classe a ricreazione (sì, andavo ancora a scuola, all’epoca). Poi la Dubstep è arrivata un po’ ovunque: l’ha usata Adriano Celentano, è arrivata negli USA e alla fine un ragazzo dalla capigliatura decisamente discutibile è diventato il paladino della Dubstep. Si chiama Skrillex, ha un video nella Top 100 di Youtube con Justin Bieber e ha rovinato la Dubstep. Se mi date qualche minuto, vi spiego anche perché.

Avanti veloce: musica urbana per l’anima

Se capitavate a Londra nei primi anni Zero ed eravate interessati alla musica nuova, non dovevate assolutamente lasciarvi perdere le Forward>> night, le serate durante le quali il suono della Dubstep ha preso forma. Inizialmente era solo una questione di bassi, un’ossessione per le frequenze che si contano sulle dita di qualche mano. Non è facile raccogliere documenti di questa preistoria: vivevamo ancora in un’epoca dove non c’erano smartphone, Facebook e Youtube. Con il potere di Google, tuttavia, ecco a voi il primo volantino di una Forward>> night.

Sì, è un’immagine sgranata, ma ci trovate molti dei nomi che hanno fatto la preistoria del genere, come Zed Bias, Oris Jay e Injekta. Correva l’anno 2001 e oltre al luogo dove ascoltare la nuova musica, Londra aveva anche il negozio di Dubstep per eccellenza, il Big Apple Records di Croydon, South London (tenete a mente questo South London). Com’èera un party Dubstep dell’epoca? Incredibilmente, abbiamo una registrazione che è stata resa pubblica solo nel 2014 di un Xmas Party del 2000.

Ci trovate altri nomi di primo piano della preistoria Dubstep e, pur con l’audio lo-fi e i pochi colori, potete notare già alcuni elementi fondamentali. Per prima cosa, i bassi, che vengono fuori possenti, violenti, e le voci riverberate. Certo, a questo stadio era ancora forte l’influenza dell’Hip-Hop bianco, in primis il Grime di quel Mike Skinner, alias The Streets che guarda caso era anche lui inglese, di Birmingham e che avrebbe esordito nel 2002 con uno degli album più interessanti per capire la musica inglese degli anni Zero. In seguito la voce diventerà più sporadica e i campionamenti più distorti, stranianti.

Pur essendo una musica ritmica, la Dubstep è profondamente differente dal ritmo “piano” dell’House e della Techno. L’origine del ritmo è chiaramente quello della musica 2-step, un calderone dove negli anni è confluita qualsiasi cosa dell’Elettronica inglese che non si conformasse al 4/4 standard. Sincopi, gruppi irregolari (duine e terzine), frenetici passaggi sugli hi-hat e un clap solitamente sul terzo battito. Trovate un intero campionario di 2-step qua, per farvi un’idea veloce.

Nella Dubstep questo ritmo fratturato è ulteriormente evoluto. Il tempo è dimezzato, così da risultare attorno ai 70 bpm (pur essendo in realtà il doppio), praticamente estendendo quel che accade solitamente in un 4/4 in un 8/8 e creando una tensione strisciante che rende l’attesa fra un battito e l’altro piena di suspense. Il brano Dubstep, quindi, rispetto alla frenesia di quel party natalizio, è molto meno denso di eventi, più desolante, più inquieto. Dove là si ballava freneticamente, pur su un ritmo irregolare, qua si medita o si lascia che il ritmo infierisca, colpisca, tormenti.

Ci sono poi i bassi, anzi i wobble bass o “wub”, una versione portata agli estremi della nota di basso che fa tremare il petto degli ascoltatori. Con il wobble bass la ritmica fratturata, scheletrica, desolante viene riempita da suoni minacciosi, modulati e distorti, che guidano le composizioni e definiscono un paesaggio sonoro inquietante e fondamentalmente ostile. Trema il torace per far tremare il cuore. Il video raccoglie una tonnellata di wobble bass in 13 minuti che faranno impazzire il vostro sub e i vicini che vogliono dormire.

Dall’underground a South London

Nel 2003 Dj Hatcha, che si esibisce al Forward e su Rinse FM, inizia a pescare nel torbido di South London, alla ricerca di dischi come quelli di Skream e Benga. Sempre al Sud della Capitale germoglia il collettivo Digital Mystikz che integra Dub, Jungle e Reggae, trasformando un semplice modello musicale in qualcosa di più ampio: si sta creando una piccola comunità di appassionati e pionieri. Il collettivo Digital Mystikz fonda l’etichetta DMZ, che dialoga con artisti come Skream, Kode 9, Benga, Pinch, DJ Youngsta, Hijak, Joe Nice e Vex’d e produce una manciata di 12”.

Il primo anniversario DMZ diventa il party in cui le cose iniziano a essere così partecipate da trasformare un fenomeno underground a qualcosa di più emerso. Iniziano a spuntare le prime compilation: due si chiamano Grime e Grime 2, a dimostrazione che le idee erano ancora poco chiare. Una terza si chiama Warrior Dubz e contiene pezzi come Music Box di Benga.

La Dubstep è ormai matura, e non a caso sulla compilation compare anche un tale Burial, il primo gigante del genere, capace di portarne i presupposti a nuovo sviluppo. Il brano con cui si presenta nella compilation è Versus, e contiene già molti degli elementi fondamentali del suo sound.

Un ritmo scheletrico, nervoso, contrapposto a voci lontane e incorporee, scricchiolii e rumori di pioggia. Certo, c’è ancora tanta Jungle e quella ripetitività tipica dei ballabili meno fantasiosi, ma è già evidente che si sta ballando in una discoteca atipica, su un dancefloor molto buio, dove più che ossessionati dal “fun” si è ossessionati dagli incubi della mente. Di Dubstep si inizia a parlare in tutta Londra; per arrivare al resto del mondo il passo è breve.

Sotterrati nell’asfalto

Il 16 Maggio 2006 viene pubblicato l’esordio omonimo di Burial. Ne ho parlato molto già nella scheda, ma lo ripeto in modo semplice qua: è un album che fa epoca. Perché segna definitivamente uno stile nuovo, emotivo, intimista, visionario, emancipato dai cliché che la Dubstep aveva conservato dalle sue radici stilistiche. Basta ascoltare Broken Home, il capolavoro dell’opera.

Il ritmo disorienta, il sample canoro aggiunge malinconia, la ripetizione ossessiva di alcuni frammenti instilla ansia e tensione. Il suono singhiozza, sotto i colpi delle frequenze basse, frustato dal ritmo saltellante. Non è rimasto molto dei primi party, dell’atmosfera di festa e persino degli eventi pieni di persone che pure hanno dato visbilità a questa musica nuova. Broken Home si ascolta da soli, è musica per spazi mentali, non per dancefloor.

The Wire decide che Burial è l’album dell’anno. Il The Guardian lo considera il sesto migliore dell’anno e lo inserirà anche nella lista dei migliori album di tutti i tempi, così come NME.

Burial parla di uno smarrimento frenetico, quello di una grande città di cemento, in decadenza, presa nella morsa di una stasi generazionale. Nello stesso periodo si inizia a parlare di Dubstep anche a New York e pian piano nel mondo. Ad esempio Goth Trad viene dal Giappone.

Nel 2007 la Dubstep ha già iniziato a entrare nei Dj Set e Burial pubblica Untrue, il suo secondo album e l’ultimo album vero e proprio fino a oggi. La voce ha un ruolo maggiore, ma è una voce da uncanny valley sonora: simile a quella malinconica di un cantante Soul, ma deformata, infettata, resa grottesca. Un ottimo esempio è Archangel, un nuovo capolavoro.

Untrue è un successo di critica annunciato: 90/100 su Metacritic, 5 stelle sul Guardian, album dell’anno per Sputnik, 11esimo miglior album d’elettronica di sempre per Rolling Stone. Timidamente si affaccia persino in classifica in UK, arrivando alla posizione 58.

Un Campionario di sogni lucidi

“Il termine onironautica è un termine coniato […] per indicare un’esperienza durante la quale si può prendere coscienza del fatto di stare sognando. L’esperienza a cui si riferisce è chiamata sogno lucido (lucid dream, nella letteratura anglosassone).” (Wikipedia)

Dal 2007 in poi, la Dubstep ha iniziato a diventare qualcosa di imponente in termini di nomi, contaminazioni e variazioni. Se si dovesse trovare un minimo comun denominatore di molte delle esperienze Dubstep, potrebbe essere l’onironautica: avvolto da nebbie, riflessi, voci, l’ascoltatore si muove in paesaggi alieni, incomprensibili, onirici, surreali. Per esempio, in Free Me di Distance il sample audio suona come un’allucinazione pre-morte:  “If you’re frightened of dying, and you’re holding on. You’ll see devils tearing your life away. If you’ve made your peace, then the devils are really angels… Freeing you from the earth.” (una citazione da Allucinazione Perversa, del 1990).

Non sono tutti necessariamente incubi inquietanti. Si fanno spazio anche sogni alieni, come in Embryo di Clubroot.

Quando Shackleton nel 2009 pubblica il suo Three EP’s non solo ricorda a tutti di essere, insieme a Burial, uno dei giganti della musica Dubstep, ma rievoca anche il passato IDM, Minimal e Techno del genere, le sue radici.

I  tempi sono maturi anche per le contaminazioni: Vex’d con l’Industrial, James Blake col Soul e l’R’n’B, Desolate con l’Ambient, Algorithm persino con il Metal estremo (altezza Meshuggah). Poi, ovviamente, arriva il Pop.

Dubstep in Top 100

Non ci è voluto tanto perché la Dubstep diventasse il genere da inserire in successi mainstream. L’inizio ideale è con Katy B e la sua Katy On A Mission, n. 1 nella UK Dance Chart, n.5 nei Top Singles nel 2010. Produce Benga, non è un caso.

Nel 2011 sale sul carrozzone Dubstep anche Britney Spears, con Hold It Against Me. Ascoltate da 2:40 e riconoscerete gli elementi fondamentali (non fidatevi dell’anteprima, il video si vede correttamente).

Nel 2011 ci prova, di striscio, persino Adriano Celentano, col singolo Non Ti Accorgevi Di Me.

Nel 2012 come poteva non aggiungersi Justin Bieber, con As Long As You Love Me, accompagnato da Big Sean.

Fra il 2011 e il 2012 fare Dubstep diventa la moda del momento. Il termine non è ancora così conosciuto, ma i producer lo hanno rifilato a ogni artista Pop di successo ed è il momento giusto per trovare l’eroe della Dubstep, la persona che possa rappresentare per tutti la Dubstep. Quell’uomo è Sonny John Moore, ma tutti lo conosceranno come Skrillex.

Yo bro!: come la Dubstep diventa Brostep

Sonny John Moore, già attivo nella band dalle tinte hardcore From First To Last, cambia il suo nome in Skrillex e lo comunica con un EP in free download su MySpace.

Il produttore americano ha avuto la capacità di trasportare un fenomeno inglese, quello della Dubstep, in un fenomeno mondiale. Per giungere a questo il sound è stato spogliato di molte sue peculiarità, togliendoli completamente la dimensione desolante, rinunciando alle distopiche visioni urbane, sostituendo la ricercatezza timbrica con suoni più spettacolari, wobble bass a profusione e fendenti che rinuncino alle frequenza basse per approdate ad un mid-range che richiama alla mente più il Metal che la musica Dub.

Il suono reso mondialmente famoso da Skrillex è più edonistico, chiassoso, aggressivo, esplosivo e immediato. Pur pescando a piene mani dalla Dubstep inglese, il suo sound è alla base della diffusione, se non dell’invenzione tout-court, della Brostep, la versione americana della Dubstep. Il Pop è l’elemento che trasforma i paesaggi minimali e austeri in colorate giostre di clangori industriali e bassi terremotanti, nonché voci manipolate. Skrillex sta alla Dubstep come i Green Day stanno all’Hardcore Punk. WEEKENDS!!!, nel 2010, è il primo esempio di questo sound in un disco di Skrillex.

Quando a Ottbre 2010 viene pubblicato l’EP Scary Monsters and Nice Sprites, la stampa e il pubblico trovano l’uomo a cui associare il termine Dubstep. L’EP si fa spazio su Billboard (#49) e a Ottobre 2013 è certificato doppio platino (2+ milioni di copie vendute). La title-track è l’ideale manifesto di una ulteriore contaminazione mainstream, con assalti sempre più insistiti di wobble bass e melodie sempre più orecchiabili.

La definitiva consacrazione di pubblico e, in parte, di critica, arriva con Bangarang (2011), un altro EP. Arriva in alto su Billboard (#14) e diventa platino in Canada, Australia, Nuova Zelanda, oltre che disco d’oro in US, UK e Messico. L’EP apre a contaminazioni con generi già molto diffusi, dal Rap/Metal anni ’90 all’ancora più inflazionato Ska/Reggae.

Le idee, insomma, sembrano far tornare la novità nell’alveo del mainstream. Quando nel 2012 collabora con Damian “Jr. Gong” Marley per Make It Bun Dem, Skrillex riesce a dimostrarsi prevedibile come pochi altri: il suo stile è così pieno di cliché che dopo una manciata di EP ogni sua nuova canzone è esattamente come la si immagina.

Intanto, fra fine 2011 e inizio 2012, arriva il picco di ricerche sul termine Dubstep (qua trovate i dati). L’interesse scema velocemente, gli artisti Pop usano sempre meno gli elementi Dubstep nei loro pezzi. Quando ci arriva Madonna con Give Me All Your Luvin, nel Febbraio 2012, sembra semplicemente in ritardo sulle molto più scaltre concorrenti dello stardom Pop.

Il sound della Dubstep è stato reso innocuo, perfetto per le radio e la televisione (e per i trailer dei film).

Dubstep equals Skrillex

Skrillex è stato il poster-boy della Dubstep. La sua musica poco aveva a che fare con quanto era nato a Londra un decennio prima. Il suo è stato un sound buono per qualche EP adrenalinico, ma che ha mostrato la corda velocemente.

Dal 2011 per il pubblico la Dubstep è quel suono à la Skrillex, con i bassi che vomitano wubwubwub, con i synth assordanti e con urla a profusione. Skrillex ha rovinato la Dubstep perché è diventato, volente o nolente, l’uomo della Dubstep e il suo sound l’archetipo di uno stile molto più ampio, di cui lui è solo una lontana emanazione (e forse neanche fra le più interessanti, se non per celebrità).

Skream, uno dei padri fondatori, ha detto in un’intervista a The Quietus a proposito del successo di Skrillex:

“I think it hurts a lot of people over here because it’s a UK sound, but it’s been someone with influences outside the original sound that has made it a lot bigger. The bad side of that is that a lot of people will just say ‘dubstep equals Skrillex’.”

Ovviamente Skrillex non ha “colpe”: è stato un contesto che ha generato questa distorsione, questa incomprensione, questa semplificazione. La stampa generica, le riviste, i social, i fan hanno portato il termine Dubstep a diventare equivalente a Skrillex.

Ora la Dubstep è ormai fuori dalla sua fase creativa, la Brostep (quello che fa Skrillex, se possiamo e vogliamo etichettarlo) è anch’essa ormai fuori dal mainstream. Ora, dopo 15 anni, possiamo riscoprire che cosa è stata la Dubstep e capire in cosa si è evoluta, compreso l’approdo nel Pop e l’ascesa allo stardom con Skrillex.

Non per purismo, fanatismo, conservatorismo, ma per tornare a mettere in luce anche quel che, pur rimasto fuori dalla Top 100 di Youtube o dai dischi di Rihanna, è stato un movimento fondamentale della musica degli anni Zero.

E voi, conoscete la musica Dubstep? Vi piace Skrillex? Che dischi consigliare per chi si vuole avvicinare al genere? Quali canzoni vi piacciono di più? Ne parliamo nei commenti o su Facebook, visto che ora anche io ho una pagina tutta mia!

 

 

Fonti e approfondimenti:
Sul primo volantino Forward>>
Sul Big Apple Store
Sulla Dubstep e la sua evoluzione
Sul Party DMZ
L’intervista a Skream su Skrillex
Google Trend Dubstep
La pagina web del Big Apple Records
I migliori album Dubstep su RYM
Annunci

6 thoughts on “Skrillex ha rovinato tutto: 15 anni di Dubstep

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...