Scott Walker – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Scott Walker

Noel Scott Engel è un cantautore anglostatunitense che si è fatto conoscere come Scott Walker. Inizialmente, nei tardi ’60, divenne famoso come cantante Pop dal caratteristico baritono, impegnato ad emulare Jacques Brel ed i crooner dei ’50 e dei primi ’60. Questo periodo è ben riassunto su Scott (1967) e Scott 2 (1968): almeno Amsterdam (di Jacques Brel, di cui propone numerose altre cover) e la sua Plastic Palace People sono da antologia.

Ma con il terzo album, Scott 3 (1969), inizia il periodo maggiore. Quasi tutte le canzoni sono composte da Engel, che si permette toni ai limiti del lugubre e del funebre. Se il clima è quello di un normale crooner sentimentale, a tratti gli arrangiamenti sono sottilmente inquietanti, come dimostrano It’s Raining Today, Rosemary e Winter Nights. L’uso di lievi dissonanze, in un’atmosfera eterea e quasi ultraterrena, conferiscono all’opera alcuni momenti di visionaria espressività, che si pongono più in alto delle nuove cover e dei brani più tradizionali.

Scott 4 (1969) è la prima opera davvero personale. Il clima è ormai palesemente lugubre, come dimostra la magnetica The Seventh Seal, arrangiata un po’ alla Morricone, un po’ come un Country funebre. Il resto è più classico, quasi barocco, ma anche decadente,come si sente in Angels of Ashes o nel Blues con cori di dannati di The Old Man’s Back Again (Dedicated to the Neo-Stalinist Regime). Sospesa in un limbo etereo, Boy Child sembra quasi ultraterrena: un aggettivo che pochi possono vantare fra i cantautori del periodo.

Emotivo e scuro, questo quarto album porta finalmente alla luce le potenzialità di Engel, ed il suo tormento interiore.

Segnando il primo bivio di una lunga carriera, l’album successivo ripiega su uno stile molto meno peculiare. Così ‘Til the Band Comes In (1970) ed anche il successivo The Moviegoer (1972, fatto solo di cover) riducono di molto le quotazioni del cantautore.

Any Day Now (1973) è più trascurabile degli album degli esordi, ed è ugualmente attempato, nonché pieno di cover. Non fa meglio Stretch (1973), in pieno Country che più tradizionale non si può. We Had It All (1974) lo propone come un baritonale crooner sentimentale da anni ’50.

Quando Walter torna, nel 1984, con Climate Of Hunter, è cambiato tutto nella sua musica, tranne forse il suo stile vocale. Decadente e sentimentale, il suo baritono è adesso immerso nei suoni del Pop più lambiccato e barocco del periodo, aggiornato ai synth ed ai ritmi ipnotici del Post-Punk. Rawhide è attraversata da massicci interventi sinfonici e da una tensione strisciante; Dealer è ornata da volute di ottoni in un clima incorporeo; Sleepwalkers è la nuova veste da crooner, decadente e tormentato. Il seguito del disco affonda ancora di più in un abisso di morte e desolazione: l’apertura di Track Five è funebre, anche se poi tutto si banalizza; Tracks Six è una ballata fantasma, ferita da brillanti fendenti e vortici disturbanti ed acuti. In chiusura, la mutazione sembra completa: il crooner di un tempo di prodiga in un Blues da aspirante suicida, in un vuoto spettrale, in una nostalgia sconfinata.

Per quanto i momenti più vicini al formato canzone siano piuttosto banali, rifacendosi all’Art-Rock tecnologico di metà anni ’80, dall’album traspare un’angoscia profonda. Come in un gioco di finzione e smascheramento, dietro al crooner compaiono ombre minacciose e strani riflessi trasformano le sue dolcezze sentimentali in inni di morte.

Tilt (1995), dopo un altro lunghissimo iato di 11 anni, trasforma le idee di Climate Of Hunter in qualcosa di più ambizioso e decisamente più sperimentale. Questa volta Walker è fuori dal tempo, e non ricorda assolutamente il suono dei contemporanei. Le nove composizioni sono sperimentazioni che si attengono più all’Avanguardia Classica che a Rock, Pop o Folk.

Farmer In The City (quasi 7 min.) è un canto funebre, sofferto e tragico, guidato dagli archi e reso ossessivo da un “refrain” dove Walker ripete con fare drammatico le medesime parole ancora ed ancora. Non solo è una grande apertura, ma è una delle più grandi sorprese della musica delle ultime decadi: osservando il suo passato, è incredibile che Walker sia stato capace di opere così azzardate, lui che faceva album di cover.

Non è che l’inizio: The Cockfighter (6 min.) si apre in una landa post-apocalittica ed esplode dopo un minuto e mezzo; il tormento di un uomo e delle sue emozioni, l’espressionismo tragico dell’arrangiamento, esplodono in un caos violento. La pausa che segue non è che un respiro di sollievo, al terzo minuto i fiati entrano a far la parte delle più atroci sofferenze sotto forma di assordanti fischi; trenta secondi, e si è persi in un disorientante carillon, in un’atmosfera da thriller. Al quinto minuto, un nuovo turbine di clangori funge da chiusura. In pratica, è l’equivalente sonoro di un convulso incubo.

Un clima di simile, insostenibile tensione, si ha con Bouncer See Bouncer (quasi 9 min.): si apre con una marcia ossessiva che funge da sfondo ad un canto addolorato. Dopo cinque lunghi minuti, la situazione si rasserena. Poco più che una boccata d’aria, prima di rituffarsi nel medesimo abisso di depressione dei primi minuti. Una cartolina dall’inferno, poco ci manca.

L’apertura tragica di Manhattan (organo maestoso e scorsci di chitarre) fluttua fra la luce ed il buio in modo schizofrenico, fra pow-wow ancestrale, minacciosi droni e lampi accecanti di luce.

Bolivia ’95 (quasi 8 min.) sembra un crooner perso nel mondo post-apocalittico, che vaga solitario e disperato. La forza “teatrale” di questi brani è forte, mentre si è molti lontani dal concetto di canzone.

Patriot (8 min. e mezzo) prosegue sui medesimi, tetri, territori, mentre la title-track, con splendida destrutturazione, si riavvicina all’Art Rock, trasfigurandolo in una smorfia decadente e gotica.

Tilt non è un viaggio di piacere, è uno strazio. Non è un album gotico, è un tuffo nell’abisso dell’anima. Se musicalmente si mostra monotono ed un po’ stanco in alcuni momenti (Patriot, per esempio, ma anche Rosary), emotivamente è un album eccezionale, che sanguina tristezza e desolazione. Walker reinventa il ruolo del cantante “crooner”, lo trasporta in un mondo di terribile angoscia e destruttura fino al sadismo, al rumore, all’astrazione la forma canzone. Se si è disposti a questo straziante viaggio, si avrà l’impressione di aver vissuto qualcosa di non comune.

Non è ugualmente una sorpresa, ma è comunque molto interessante, anche il successivo The Drift, per cui si deve aspettare il 2006. Lo spettrale incubo che richiama certo Post-Core meccanico di Cossacks Are è una partenza devastante, una via di mezzo fra i Massimo Volume e Big Black.

Il tuffo nell’abisso si ripete in Clara (13 min.), in un clima da Apocalisse: vento di morte, tonfi di bombardamenti, semi-silenzi spettrali e desolanti, perforanti fischi; il finale è una suspense trhiller dove la voce di Walker, sempre simile a se stessa, è l’equivalente di un uomo perso nel nulla, rimasto solo nell’Universo a vagare fra le rovine.

Questa visione di estrema solitudine si palesa nella tragica Jesse, un altro incubo espressionista. Poi si arriva al caos in Jolson and Jones, ma sostanzialmente ripete il medesimo canovaccio. La fanfara scoordinata di Hand Me Ups è solo una variazione sul modello.

Cue, un altro momento memorabile, è un compendio di questo inferno di desolazione, dieci minuti e mezzo di dissonanze orchestrali, saltellanti marce militari e vuoti pneumatici (il video sotto è molto suggestivo ma sconsigliato alle persone impressionabili).

Quasi in chiusura Walker si riavvicina, si fa per dire, alla forma canzone, con The Escape: la versione psicotica di un crooner ossessionato da mille fantasmi; è un viaggio folle nelle più turpi deformazioni della mente umana.

The Drift meriterebbe qualche sforbiciata, visto che insiste fin troppo nel variare un modello ben definito di desolante ed astratto lamento di vagabondo post-apocalittico. Al netto di questo generoso minutaggio, però, è qui che Walker prosegue il discorso del tetro Tilt, di cui questo Drift è prosecuzione ed evoluzione. Stando a Walker, questo è il secondo capitolo di una trilogia che, a questo punto, non si può che definire tetra.

Bish Bosch (2012) è un altro viaggio nell’incubo. Walker sembra sempre al centro di una visione d’incubo sconfinata, afflitto ora da una nevrosi irrefrenabile (See You Don’t Bump His Head, Epizootics!), ora da una desolazione angosciante (Phrasing, Dimple).

La lunghissima SDSS1416+13B (Zercon, A Flagpole Sitter), 22 minuti in totale, è un colosso nerissimo in cui Walker recita in modo inquietante un nuovo sermone da incubo; i silenzi, lunghi e desolanti, valgono almeno quanto la “recitazione”, mentre la musica è relegata ad elemento di contorno ed attraversa Free-Jazz, Industrial e grandeur orchestrale, oltre a sussulti Metal e asprezze da Avanguardia astratta. Il finale, affidato a The Day the “Conducator” Died (An Xmas Song) (quasi 8 min.), è uno straniante mix di malinconia, inquietudine e nostalgia. Non è un’opera molto diversa dalle precedenti, forse troppo affidata alla voce di Walker ed al suo recitato, ma continua a proporre qualcosa che è difficile trovare altrove.

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Voti:

Scott – 5
Scott 2 – 4,5
Scott 3 – 5,5
Scott 4 – 6,5
‘Til the Band Comes In – 5
The Moviegoer – 4
Any Day Now – 3
Stretch – 3
We Had It All – 3
Climate Of Hunter – 6,5
Tilt – 8
The Drift – 7
Bish Bosch – 6,5

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Playlist di brani selezionati di Scott Walker

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