Chemical Brothers – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Chemical Brothers

Tom Rowlands e Ed Simons sono il duo che con il nome d’arte Chemical Brothers ha creato uno degli ibridi più interessanti della loro epoca e sicuramente uno dei più celebri. Mettendo insieme il suono psichedelico, graffiante e vigoroso dell’epoca di “Madchester” con la Techno e l’House degli anni ’90, i Chemical Brothers furono fra i pionieri del Big Beat, uno dei tentativi più riusciti di avvicinare il pubblico Rock al mondo dell’Elettronica. Per quanto altri ci avessero provato prima di loro, dai Kraftwerk ai divi del Synth Pop, passando per i sintetizzatori dei Vanh Halen ed alla Disco Music dei Kiss, il Big Beat fu qualcosa di nuovo, perché più che Rock ed Elettronica era fatto di Heavy Metal e Techno/House, stili molto più nuovi e solo recentemente divenuti celebri presso le masse. La psichedelia, che era il collante, rappresentava un po’ il jolly, quello che mancava ai “cugini” Prodigy.

I Chemical Brothers sono così diventati una delle band fondamentali del Big Beat ed una delle divinità dell’Elettronica inglese del periodo, pur non avendo mantenuto negli anni le aspettative.

Exit Planet Dust (1995) è praticamente Hard & Heavy psichedelico suonato con synth e drum-machine, una versione aggiornata di Hawkwind, Stone Roses o dei Beatles di Tomorrow Never Knows. La fusione genera quindi Funk/Rock psichedelici come Leave Home, Elettro-Rock trascinanti come In Dust We Trust, intrecci frenetici come Chemical Beats, possenti suoni Madchester rivisitati come in Life Is Sweet . In alcuni momenti la psichedelia prevale, come in One Too Many Mornings, Dub lisergico. Si tratta di una nuova versione di Dance Music che sarà influente per molti artisti a venire.

Dig Your Own Hole (1997) sfrutta un suono più potente, aggressivo e spettacolare. Block Rockin’ Beats, uno dei loro capolavori, mischia Funk, Metal e Hip-Hop con rumorini demenziali. Il Funk acrobatico di Dig Your Own Hole, con fischietto e voci singhiozzanti, e l’assalto ritmico di Elektrobank (8 min.) sono altri momenti entusiasmanti, seguiti dal collage frenetico di Piku, che richiama alla mente i Coldcut. La Techno ottusa di It Doesn’t Matter è un altro tipo di estremismo sonoro, complementare a quello dei ritmi frenetici e dei riff assordanti. Il Blues elettronico e psichedelico di Lost In The K Hole è solo un altro interessante travestimento sonoro. L’opera perde forse qualcosa al centro della tracklist, ma nel finale si riscatta completamente: prima con Where Do I Begin (7 min.), Psych-Folk ultra-acido, quindi trionfo di sfarfallii e campionamenti di auto da corsa; poi con The Private Psychedelic Reel (9 min. e mezzo), Raga-Techno-D’n’B che rimarrà forse il loro apice assoluto. Se Exit Planet aveva posto le basi di un’idea folgorante, questo Dig Your Own Hole esplora l’idea e raffina le composizioni. Con questo si chiude idealmente il periodo maggiore della band.

Surrender (1999) prosegue quanto fatto con il secondo album, forse aumentando le dosi di Acid House. L’opener Musci: Response non è rivoluzionaria, ma è perfetta per diffondere la Techno ed il Big Beat presso un pubblico di massa. I Chemical Brothers riprendono dai Beatles di Tomorrow Never Knows in Let Forever Be. Il meglio arriva con The Sunshine Underground (quasi 9 min.), degna erede di The Private Psychedelic Reel. Il singolo Hey Boy Hey Girl è uno dei singoli Techno più famosi di tutti i tempi, anche se non è poi molto originale.

Come With Us (2002) è spettacolare ma sembra presentare poco di nuovo. Le cascate di sequencer della title-track e soprattutto i tribalismi Techno di It Began In Afrika sono un’apertura che intrattiene ma non stupisce. Altrove, la band sembra proprio senza idee, come in Galaxy Bounce, che sembra un collage dei Coldcut, ed in Star Guitar, che sembra una base Nu-Disco banalotta. Il lungo crescendo psichedelico di Pioneer Skies ed il Madchester di The Test (8 min.) illuminano un po’ il finale dell’album, complessivamente deludente.

Push The Button (2005) si ricorda per la sola Galvanize, che tuttavia non è esattamente rivoluzionaria.

We Are The Night (2007) non fa che confermare la grande crisi del gruppo, ormai ridottosi a fare un’autocompiaciuta quanto scialba imitazione dell’elettronica degli anni ’90, commistionando superflue collaborazioni (con i Klaxons in All Rights Reversed , con Willy Mason in Battle Scars, Midlake nella conclusiva The Pills Won’t Help You Now e Ali Love in Do It Again) ad un suono antiquato e derivativo, spesso anche incapace di coinvolgere e sicuramente inadatto a destare l’attenzione durante l’ascolto.

Tra i tanti brani sfocati solo il singolo Do It Again e forse Battle Scars sono le uniche che si salvano un pò di più. I Chemical Brothers sono l’emblema di una formazione che è adesso costretta a guardare al passato per cercare di crearsi un dignitoso futuro.

Further (2010) aggiunge Shoegaze e spunti Glitch, nonché rievocazioni Kraut-Rock. Escape Velocity (12 min.) è il miglior brano da molti anni e Dissolve un nuovo e convincente Elettro-Rock assordante. Perlomeno non sembrano più così datati.

Born In The Echoes (2015) unisce riferimenti chiari alla Techno classica con scorie Fidget House e qualche asperità che ricorda il passato Big Beat. Sometimes I Feel So deserted unisce Disco, ripetizioni ossessive e distorsioni; Go, uno dei singoli dell’Estate 2015, una linea di basso che richiama i classici Funk e Disco con parti Rap e tutta una sequenza di gesti tipici della più enfatica musica da ballo.

Ancora più retrò Under Neon Lights, che potrebbe uscire dai primi due album, mentre EML mischia Techno e Hardcore Techno facendo la voce grossa ma senza aggiungere molto di nuovo al canzoniere del genere. Just Bang è una cosa degna degli 808 State e quindi vecchia di vent’anni, Reflexion è House psichedelica che impiega sei minuti e mezzo per sviluppare poche idee, peraltro neanche granché originali. Wide Open, malinconico finale cantato da Beck, ricorda i più pensosi Royksopp, con le melodie da tastiere giocattolo qui inframezzate a synth distorti e galattici, in un prevedibile crescendo di stratificazioni.

La band ha risultati più altalenanti quando si allontana dal ballabile: Taste Of Honey raccoglie effetti sonori come facevano i Coldcut agli albori dell’House, un esercizio quantomeno naive per quest’epoca; Born In The Echoes tenta un ElettroPop stonato che richiama il sound strampalato degli Yacht; Radiate è una nube Post-Rock suonata con i synth, come è capitato di fare agli M83.

In mezzo a tutto questo c’è I’ll See You There, un’orgia psichedelica degna dei Death In Vegas, e stacca di molto il resto dell’opera: un affresco espressionista di droghe pesanti e dei loro effetti sul cervello.

Che l’album intrattenga è forse il minimo che ci si possa aspettare da una formazione con tanta esperienza. Guardandosi indietro, nella propria storia e preistoria, la band ritrova numeri ballabili che poco sembrano poter influenzare la musica contemporanea. Guardando avanti, cioè oltre il Big Beat, si ritrovano divisi fra psichedelia e Elettropop, senza riuscire nei due campi a mostrare idee particolarmente originali.

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Voti:

Exit Planet Dust – 7
Dig Your Own Hole – 7,5
Surrender – 6
Come With Us – 5,5
Push The Button – 4,5
We Are The Night – 4
Further – 5
Born In The Echoes – 4,5

Playlist di brani selezionati dei Chemical Brothers

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