Don Caballero – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Don Caballero sono l’incarnazione di un Rock strumentale che ha elaborato gli eccessi del Post-Punk, del Grunge, dello Stoner e dell’Heavy Metal più estremo. A questi elementi aggiungono tutti i trucchi del Prog-Rock e del Prog-Metal, e la passione per un Jazz ricercato e d’avanguardia.

Le composizioni dei loro primi album sono così una fusione di energia travgolente, dissonanze assortite e chirurgici incastri ritmici. L’immagine più comune, suscitata dall’ascolto, è quella di un portentoso meccanismo che si dimostra al contempo violento e complesso, aggressivo e precisissimo, sempre in grado di suggerire geometrie inaspettate e sorprendenti.

L’esordio For Respect (1993) frulla gli anni ’80 e ’90 (dai Jesus Lizard a Big Black, dai Sonic Youth ai Kyuss, dai Melvins agli Helmet) in un cocktail completato da Jazz e virtuosismi da Prog-Rock e Prog-Metal. I brani, tutti strumentali e spesso brevi, hanno spesso una forza devastante, tuttavia non perdono un ordine complesso ma riconoscibile. Le cannonate della title-track, attraversata da una tensione insopportabile, ed il Doom catacombale e scarno di New Laws (6 min.) già bastano a dimostrare la varietà di cui la band è capace. Il primo capolavoro è probabilmente Rocco, devastante Funk/Metal segnato da geometrie vertiginose e incastri ritmici entusiasmanti: ad un passo dal caos, questi mostruosi esempi di Fusion sono come una deflagrazione che è costantemente e faticosamente rimandata, sono l’esercizio di tenere assieme elementi che sembrano sempre sul punto di cadere nella baratro della confusione e del rumore. Got a Mile Got a Mile Got an Inch lentamente accumula potenza e tensione, giungendo infine ad una sorta di versione Stoner Metal di Captain Beefheart. Il turbine devastante di Our Caballero e l’assalto di Bears See Things Pretty Much the Way They Are, qualcosa degno dei Frodus che verranno, sono altri pirotecnici momenti di ordinate deflagrazioni. Well Built Road (6 min.) va invece altrove, in paesaggi desolanti e malinconici, meno irruenti, puntando all’aspetto emotivo: scrivono così una dolce e tragica ballata elettrica che solo nel finale rischia di scivolare nel solito caos di dissonanze e di eccentricità. Si chiude con il cuore in gola con Belted Sweater, un passo cingolato su cui sono stati montati elementi Jazz e spigolature degne dei King Crimson. Terremotante e densissimo, For Respect è un esordio sospeso fra potenza e ordine, fra accumuli di stili e generi musicali e tentativi di organizzazione. Sembra spesso che la carica devastante che spinge le composizioni le porti sempre sull’orlo del collasso e del caos, senza mai però cadervi veramente: è un album che vive all’infinito gli attimi che precedono una colossale esplosione.

2 (1995) sviluppa le idee dell’esordio in composizioni più lunghe ed ambiziose. I Don Caballero si confermano capaci di domare la tensione, portandola all’estremo senza farsi risucchiare dal caos. Questa volta la composizione è molto più ricercata, elegante, virtuosistica eppure permane una potenza travolgente. Gli spunti Jazz si fanno più intensi, i King Crimson affiorano più spesso, i ritmi diventano labirintici, quasi indecifrabili, abominevoli mutazioni Funk-Metal. L’apertura con Stupid Puma è un’ottima introduzione per un album che con Please Tokio Please THIS IS TOKIO (11 min.) giunge al suo primo capolavoro: i tempi dilatati permettono alla formazione di esplorare numerose combinazioni di tensione, di incastri, di ricercatezze ritmiche, di dissonanze e di melodie; passano in rassegna Jazz d’avanguardia, Prog-Rock, Funk, Post-Rock ed il più brutale Noise. Il Fusion-Metal misto a Funk di Repeat Defender (11 min.), con spigolose dissonanze e lagnanti riff elettrici, con mulinelli di chitarre e fischi assordanti, singhiozzi quasi Reggae travestiti da sussulti cacofonici, è un altro grande momento dell’opera. Epurata di tutta la potenza, questa musica è gelida ed austera, come si ascolta in Cold Knees. La chiusura è affidata alla lunga No One Gives a Hoot About FAUX-ASS Nonsense (11 min.), altro esercizio di richiami Prog-Rock e Fusion avvolti da roventi esplosioni Metal. Per quanto meno terremotante dell’esordio, 2 trova nella maggiore complessità la sua peculiarità. Non c’è quell’equilibrio instabile dell’esordio, e spesso prevale un approccio più matematico, alla ricerca di strutture labirintiche , ma nonostante questo ci sono sfoggi di una fantasia compositiva che ha pochi paragoni.

What Burns Never Returns (1998) prosegue la carriera riducendo le deflagrazioni dei primi album e concentrandosi più sulle chitarre che sui ritmi. L’apertura con Don Caballero 3 (10 min.) è un gioiello di minimalismo e ripetizioni ipnotiche, il brano maggiore dell’opera. La ripetizione è alla base anche di Delivering the Groceries at 138 Beats Per Minute, che qua e là esplode in mostruosi ammassi elettrici. Le melodie martoriate di Slice Where You Live Like Pie ricordano i Polvo. Gli US Maple sembrano gli ispiratori di From the Desk of Elsewhere Go (8 min.), destrutturato fino al limite del disfacimento. Ridotti i decibel e aumentata la destrutturazione, la loro musica somiglia più al Post-Rock di cui avevano rappresentato nei primi album un’alternativa ipercinetica. Per quanto sempre di grande caratura, questo terzo album si pone su un livello di originalità inferiore ai precedenti.

American Don (2000) è il più sognante ed il meno aggressivo dei loro album fino a questo momento. The Peter Criss Jazz (11 min.), nonostante qualche azzanno Grindcore, fluttua sorniona e docile. Ones All Over The Place (9 min.) anticipa il minimalismo coloratissimo che sarà dei Battles, in una giostra sonora abbagliante. Diversi brani, fra cui Details on How to Get ICEMAN on Your License Plate, riportano alla mente i Tortoise: è simile l’approccio sbilenco alla melodia, la passione per le ripetizioni e le sfumature Jazz, il rifiuto dei ritornelli. La sgangheratissima Let’s Face It Pal You Didn’t Need That Eye Surgery chiude in modo grandioso un album che non rinuncia alla sperimentazione, ma che la fa in territori già battuti, armonici e melodici più che ritmici, fra Math Rock e Post-Rock. Per quanto dei fuoriclasse, rischiano di non essere più unici.

World Class Listening Problem (2006) vede la formazione mutilata, con un solo membro originario. Si ritrova la potenza Heavy Metal in brani come And and and He Lowered the Twin Down, ma non c’è guizzi paragonabili a quelli dei primi album.

Punkgasm (2008) introduce la voce, evocando da vicino il suono dei Battles (Celestial Dusty Groove, Giardino Zoologico). I brani sono spesso involuti, abbozzati e poco sviluppati.

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Voti:

For Respect – 8
Second – 7,5
What Burns Never Returns – 7
American Don – 6,5
World Class Listening Problem – 5
Punkgasm – 4,5

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