Queens Of The Stone Age – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani dei Queens Of The Stone Age

Josh Homme, una volta finita l’avventura seminale con i Kyuss, ha tentato di rivendere quel sound, che è la quintessenza dello Stoner, ad un pubblico più ampio, aggiungendo dosi di melodia e riducendo i volumi degli amplificatori. Questa nuova missione viene condotta sotto il nome di Queens Of The Stone Age.

Queens Of The Stone Age (1998) sente ancora fortemente i ricordi dei Kyuss ma regala anche un tributo agli Stooges (If Only, praticamente una rievocazione di I Wanna Be Your Dog) e apre nuove strade, come nella pigra e sensuale You Would Know. Dovendo conservare qualcosa, Regular John, uno dei brani più immediati, e You Can’t Quit Me Baby, prima lenta e poi concitata, sono i due brani da salvare.

Rated R (2000) si lancia con più convinzione in un nuovo corso, iniettando energia Rock’n’Roll in questi Hard Rock ma anche trovando nuovi modi per far emergere l’anima melodica. L’esplosiva Feel Good Hit Of The Summer è un’opener entusiasmante ma la successiva Lost Art Of Keeping A Secret riesce a trovare un equilibrio più insolito fra un arrangiamento ricercato, una melodia orecchiabile e le affollate muraglie chitarristiche ereditate dai Kyuss. Durante il percorso la band ripesca anche la psichedelia (Better Living Through Chemistry) ma il risultato più ruffiano viene dalle imitazioni dei ritornelli Pop in Monsters In The Parasol, una sorta di bubblegum Hard Rock. Nella seconda parte affiora un’anima violenta fatta di urla a squarciagola e riff assassini: si raggiunge l’apice in Tension Head. La lunga I Think I Lost My Headache (quasi 9 min.) tenta una composizione molto più complessa, senza però fare il “colpaccio”.

Decisamente più variegato dell’esordio, Rated R propone i QOTSA come una formazione Hard Rock con richiami Stoner e interesse per le melodie Pop/Rock, che non disdegna qualche divertito e divertente momento di moderata stravaganza.

La sintesi di quanto esplorato nei primi due album avviene sul terzo Song For The Deaf (2002), uno degli album Hard Rock più importanti del periodo. La fusione di divertimento, riff travolgenti, melodie accattivanti e qualche stravaganza permettono alla band di superarsi. Questa volta dietro le pelli c’è Dave Grohl, già nei Nirvana e nei Foo Fighters ed alla voce c’è anche Mark Lanegan: sono i due assi nella manica. La devastante You Think I Ain’t Worth A Dollar But I Feel Like A Millionaire è un’apertura incendiaria, l’apice del loro Rock’n’Roll corazzato e estremo, scattoso e teso. No One Knows costruisce il loro ritornello più riuscito, a metà fra potenza e orecchiabilità: cosparsa di “trucchi” rubati a vari periodi del Rock, è un brano che nella sua semplicità rievoca il Prog-Rock, il Rock’n’Roll e la Psichedelia.

Song For The Deaf (6 min.) riesce a concretizzare quell’idea di brano in più parti provata su Rated R: la voce roca di Lanegan guida un sistema ritmico guidato da Grohl; la composizione zoppica, barcolla e arranca per quasi cinque minuti, poi si lancia in un turbine di chitarre incendiarie e distorte, schiave di un ritmo ossessivo. Il magico equilibrio fra potenza ed immediatezza di No One Knows si ripete a livelli simili su Go With The Flow, mentre viene virato in chiave revival sixties in Another Love Song, nostalgica e poco più. Avvicinandosi alla chiusura spicca la title-track, torbida e possente, con le melodie che affiorano come una incantevole fanciulla dalla palude.

Sogn For The Deaf è una piccola enciclopedia di alcuni stili del Rock, che gravitano attorno all’Hard Rock, alla Psichedelia ed al Pop/Rock. Il suono degli anni ’90 di band come i Nirvana ed i Kyuss viene filtrato e rimaneggiato, scomposto e riproposto, con fare postmoderno, in un nuovo contesto estetico, diviso fra rievocazione e divertita rielaborazione.

Lullabies To Paralyze (2005) non replica lo stile di Song For The Deaf, cercando vie più psichedeliche e pacate. Quando l’energia ritorna, regala il brano maggiore, Everybody Knows That You’re Insane, mentre il nuovo ritornello tutto da gustare è quello di In My Head. Il resto dell’album regala poco da ricordare. Burn The Witch sembra una versione più banale di No One Knows, Skin On Skin la versione lasciva e più Blues dei deliri erotici degli Stooges. La psichedelia di Long Slow Goodbye, rilassata e malinconica, mostra una formazione con tendenze ad una pacificazione senile.

Era Vulgaris (2007) delude chi si aspettava qualche evoluzione significativa: il tocco di Trent Reznor, che influenza il suono dell’opera, non basta a giustificare un’opera autoderivativa. Make It Wit Chu, psichedelia dolce per un ritornello pigro, è quanto di meglio ci sia da ricordare.

…Like Clockwork (2013) vede la formazione tornare dopo molti anni di silenzio. Il suono è un mix di molte cose: composizioni elaborate e poco lineari (la cupa Keep Your Eyes Peeled, Kalopsia); momenti di ruffiana orecchiabilità (le trascurabili I Sat By The Ocean e Smooth Sailing), molte ballate noir (The Vampyre Of Time And Memory, I Appear Missing). I momenti migliori: If I Had The Tail, orecchiabile nonostante i temibili fendenti delle chitarre; Kalopsia, rievocazione quasi Prog; la ballata I Appear Missing, che si inerpica in ritornelli fragorosi. Il migliore loro album da Song For The Deaf, ma se quello definiva una nuova estetica Hard Rock, questo sembra più un tentativo riuscito a metà di resuscitare dal dimenticatoio.

Senza ospiti di sorta, Villains (2017) replica l’opera precedente aggiungendo uno spirito più edonista e ballabile. Feet Don’ Fall Me Now è perfetta per far muovere i rocker, The Ways You Used To Do è la bomba per farli scatenare, un Rock’n’Roll canonico ma che rende se montato sul giusto impianto.

Domesticated Animals è l’apice di questo frangente scanzonato, epidermico, immediato: riff Hard Rock granulosi, canto balbettante e un finale esplosivo. Dopo si ritorna invece al più disteso sound di Lullabies To Paralyze, con dosi psichedeliche in Un-Reborn Again e The Evil Has Landed. C’è poco di nuovo, sia per la band che, a maggior ragione, per gli ascoltatori, ma è l’album di una delle poche credibili band candidate a portabandiera del Rock in anni in cui il sorpasso in termini di ascolti diventa sempre più certificato. La conclusiva Villains Of Circumstance affoga inizialmente in una malinconia che sembra quindi sincera, appena stemperata dagli acidi e da qualche carica Hard Rock. Un album scuro, nonostante qualche posa Glam, che racconta il crepuscolo di una band e di un’era.


Discografia

Queens Of The Stone Age 1998 6
Rated R 2000 7,5
Song for the Deaf 2002 8
Lullabies To Paralyze 2005 6,5
Era Vulgaris 2007 5,5
…Like Clockwork 2013 7
Villains 2017 6,5

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