Sanremo 2014 – Serata Finale

(prima, seconda, terza e quarta serata)

L’ultima seratona ti parte con Don Matteo che sposa Fazio e Littizzetto, nonostante le comprensibili proteste del primo a convolare a nozze con una che ha la voce simile al rumore dei treni che frenano. Sfilano tutti i campioni, e l’unica cosa che cambiano sono i vestiti. Lo ha capito anche il sito di Sanremo, che su questi si concentra nel riassumere la serata. Per tutti… o quasi. Tipo Sarcina no, non ce ne frega di come si è vestito.

vesttiti

La cosa a tratti diventa quasi inquietante, tale è la precisione:

VESTITI 2

Probabilmente ai giudici del gusto del sito non sono piaciuti neanche Cristiano De Andrè e Frankie Hi NRG, visto che di loro non vengono descritti i vestiti. Non posso fare a meno di immaginarmi che la cosa sia andata così.

Arriva Ligabue, per la seconda volta, e fa il suo mestiere, e le sue chitarre a Sanremo sembrano un tuffo nel Rock anni ’90 che rischia di destabilizzare l’estetica millenaria della kermesse. 

Una nuova cariatide, Claudia Cardinale, emette gli ultimi suoi rantoli sul palco, quindi arriva Stromae, l’ospite più originale di questa edizione, che si muove come un ubriaco gettando nel panico gli spettatori, in evidente imbarazzo.

WTF

Dopo tutte le esibizioni delle nuove proposte ecco che decretano la vincitrice: Arisa. Arrivati a questo punto, sono così stanco di questo carrozzone che la conclusione arriva come la pace dopo troppi giorni di noia musicale.

Permettetemi però qualche riflessione conclusiva, e scusate se sarà meno demenziale del resto. D’altronde da domani si ricomincia a scrivere recensioni come faccio da anni ed anni.

Forse questa finale è stata la serata più noiosa dell’edizione, visto che succede pochissimo che non sia stato visto e rivisto nelle puntate precedenti. In generale, è stato uno spettacolo desolante. Il Festival della Grande Bellezza è stato quello della nostalgia un tanto al chilo, irrimediabilmente rivolto verso il passato remoto. Non solo non si è dato spazio a niente di nuovo, a partire dalle nuove proposte, i giovani o come volete chiamarli. Questi sono stati relegati a fine serata, con spazi risicati, con pochissime possibilità di farsi apprezzare.

Non so chi si fosse candidato, ma anche la qualità è stata mediocre, anche se Rocco Hunt ha comunque saputo imporsi sul resto, se non altro per un linguaggio più contemporaneo. Ironicamente, è stato più attuale lui che un imbolsito, stanco Frankie Hi NRG, ridottosi a fare il verso ad un linguaggio fra Rap ed intellettualità che ha fatto grande La Morte Dei Miracoli, ma che nel 2014 risulta quantomeno stantio. Fra i Campioni, niente è stato in grado di sorprendermi per originalità, per modernità, per carisma. Se qualcuno ha grandi doti (Renga e Ruggiero in primis), non ha saputo sfruttarle, non ha saputo incanalarle in canzoni efficaci, che parlassero un verbo Pop immediato ma non banale. Non ha funzionato neanche la proposta di un veterano come Ron, da cui pure era lecito aspettarsi qualcosa di più.

Ha vinto ancora una volta una struttura compositiva risentita così tante volte, da ridursi a muzak senza colore. Le pose drammatiche, soprattutto quelle di Cristiano De Andrè, al limite dell’involontariamente comico, hanno attraversato l’intero Festival, come spesso è accaduto in passato.

L’ironia, quando pure c’è stata, è stata somministrata in dosi omeopatiche e spesso accompagnata da bassa originalità, stereotipi e poca creatività. Penso in questo senso ai richiami alla musica nera di Gualazzi, stranianti perché in contrasto con la sua pelle bianca, lui che prova a fare sua una tradizione tipicamente “nera” e statunitense, scadendo nello stereotipo, nell’imitazione, nel birignao. Penso anche a Giuliano Palma, postmoderno interprete di uno swing che anche qua si è arenato sulla mera imitazione, rievocazione, calligrafica copia di movenze e di tematiche che sono ormai poco più che cliché. Altre volte l’ironia è mancata completamente, come nel caso della Ruggiero, chiusa in una torre eburnea dalla quale propone una musica inadatta al grande pubblico ed in definitiva neanche granché originale, per quanto difficile da cantare.

L’ironia è stata allungata con l’intellettualismo anche dal Luciana Littizzetto, con un monologo che rimarrà fra i momenti di banalità più incredibili per molte edizioni. Per il resto, la sua verve comica pare inadatta a sostenere più di 15 ore di televisione in  5 giorni: finisce per ripetersi, per annoiare, per risultare prevedibile, stancante, ritrita. Meglio ha saputo fare Crozza, pur con tutti i limiti di un monologo nazionalpopolare, che lo ha visto addolcire i suoi spigoli e la sua arguta capacità di critica sociopolitica.

Poco di interessante anche sul fronte degli ospiti, sempre perché ci si è guardati troppo indietro e poco si è andato a pescare nel contemporaneo. Raffaella Carrà, Renzo Arbore, Claudia Cardinale, Claudio Baglioni e Gino Paoli, a cui vale la pena di aggiungere anche Cat Stevens, sono tutti fuori dal mondo della musica attuale, cristallizzati in un passato, a volte anche illustre, che non è però da recuperare, in quanto già stranoto e ultratributato. Il tributo a De Andrè, oltre ad essere stato proposto in un modo quantomeno bizzarro, cioè con un Luciano Ligabue che poco si avvicina al cantautore genovese e che poco sembra averne tratto ispirazione artistica, è stato un momento di celebrazione nostalgica che ha avuto poco a che fare con l’interesse del grande pubblico e dei musicofili: i primi non conoscono e non apprezzano probabilmente Creuza De Ma (brano ed album), i secondi già conoscono a menadito quei brani, nella versione che gli ha consegnati alla Storia. L’unica eccezione notevole è stato Stromae, che ha scosso un po’ il pubblico proponendo qualcosa di davvero diverso. Ma è una goccia in un Oceano di anticaglia, di rievocazioni anche un po’ romanzate di presunti passati illustri.

Non rimane quindi molto da salvare, ed anzi l’impressione è che si sia fatto qualche passo indietro. Nessun brano sembra avere le doti del tormentone, pochi o nessuno resisteranno alla prova del tempo, figurarsi se qualcosa rimarrà su qualche Storia della Musica.

Il dispiacere è per aver perso una nuova occasione di dare spazio a proposte nuove, a proposte che dimostrino come si possa superare un’idea di canzone sentimentale con gli archi che sottolineano i climax melodrammatici. Quel campionario di gesti scenici, di smorfie, di sorrisi, di azioni preconfezionate è quanto di peggio si possa fare per rappresentare un presente musicale che pure è vivace. Non mi riferisco alle sperimentazioni o all’avanguardia. Mi riferisco agli arrangiamenti elettronici di un Eros Ramazzotti, a tutti i nuovi rapper o semi-rapper che popolano la penisola, alle proposte in campo Dance (tipo l’ultimo Fabri Fibra). Niente di tutto questo è davvero importante per la Musica da lasciare ai posteri, ma darebbe almeno un segnale che alcune cose sono cambiate. Invece in queste serate si è visto come Nel Blu Dipinto Di Blu non sembri più vecchia del brano di Gualazzi. Si dirà, certamente, che è merito di Modugno, che è un brano sensazionale. Siamo d’accordo, però è anche vero che se al Festival della Canzone spicca ancora un grande brano di mezzo secolo prima, ed il suo stile, le sue peculiarità sono ancora del tutto simili a quelle dei nuovi brani, c’è qualcosa che non va. Non è stato Van Gogh a fermare l’arte figurativa, pur essendo stato un gigante: si è andati avanti ed oltre. Non è stato Baudelaire a fermare la poesia, ma si è andati avanti ed oltre. In un’epoca dove gli stili musicali si esauriscono in pochi mesi, a Sanremo si vive in una bolla dove siamo fermi agli anni ’60. Se così deve essere, il Festival non sarà mai capace di parlare dell’Italia di oggi, ma riuscirà solo a rievocare nostalgicamente un passato trapassato. Vivendo nel passato e finendo per morirci.

(Arrivederci a tutti quei lettori che mi leggono solo in occasione dello Speciale Sanremo. Ci rivedremo, forse, fra un anno. Nel frattempo…Buona musica!)

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