Libertines – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta i migliori brani dei Libertines

Gli Inglesi Libertines sono una formazione che riunisce lo spirito del Garage Rock con quel del Power Pop e del Punk più orecchiabile, fondendo anni ’60 e ’70 in un unico revival che mette insieme Who, Kinks, Beatles, Rolling Stones e Sex Pistols.

L’esordio Up The Bracket (2002) è un concentrato di ritornelli coinvolgenti che saccheggiano la Storia del Rock con furbizia, montando melodie orecchiabili su Rock’n’Roll supersonici à la Replacements o su numeri Power Pop che sembrano provenire direttamente dai sixties dei Mod. La prima cartuccia, Vertigo, è come se i Beatles trasportati nell’era Punk e con l’anima Blues/Rock dei Rolling Stones. Il rocambolesco Rock’n’Roll da canticchiare di Horrow Show, la chiassosa filastrocca di Boys In The Band ed il Punk’n’Roll di Up The Bracket, di nuovo da Replacements, si uniscono al bubblegum-Punk di Time For Heroes per costruire un’opera che guarda al passato fondendo due periodi diversi del Pop/Rock e regalando tanti ritornelli da canticchiare. Begging è il momento maggiore, con una coda psichedelica che rimane il momento più “sperimentale” dell’opera, seguendo uno sviluppo del brano che richiama alla mente persino i Polvo e le loro divagazioni a partire da un ritornello. L’album fu un po’ il capostipite di una nuova ondata di gruppi dall’indole Punk e le melodie Pop, divisi fra filastrocche anni ’60 ed irruenza anni ’70 (Arctic Monkeys, Franz Ferdinand ecc). Non aveva nulla di rivoluzionario, in fondo reciclava l’idea dei Clash di rendere digeribile il Punk contaminandolo con generi più orecchiabili, semplicemente lo faceva in un periodo dove la cosa sembrò una novità.

Il secondo The Libertines (2004) segue il modello dell’esordio ed aggiunge almeno Can’t Stand Me Now (un ritornello fra Power Pop e Pop-Punk), l’Hardcore caciarone di Arbeit Macht Frei (con la sguaiatezza dei Sex Pistols) ed il Pop sessantiano di What Katie Did, il loro brano più ruffiano ed orecchiabile.

Se l’esordio era già in buona parte una combinazioni di richiami e citazioni, la seconda prova mostra come l’idea non potesse proseguire per molti album senza diventare ritrita.

Quando finalmente i Libertines tornano con Anthems For Doomed Youth (2015), sono ancora capaci di regalare ritornelli da antologia, facendo perno su una scrittura eclettica ed eterogenea. Gli elementi Reggae di Barbarians, ad esempio, si uniscono ai soliti riferimenti anni ’60. Il Reggae torna anche in Gunga Din, ritornello crepuscolare, da fine estate, da dolce nostalgia: un coretto che trasforma anche questa volta una semplice melodia in un inno tardo adolescenziale.

Un notevole trittico di brani iniziale viene chiuso da Fame And Fortune, con sprazzi da musical. Almeno Glasgow Coma Scale Blues merita di aggiungersi ai brani più orecchiabili e accattivanti. Altrove la band sembra più matura, nel senso di senile, intimista e malinconica: si sentano You’re My Waterloo, The Milkman’s Horse, Dead For Love e soprattutto Iceman, Folk/Blues venato di psichedelia che esplode in un Rock corale. Non era rivoluzione all’esordio, non lo è neanche adesso, ma i Libertines si dimostrano capaci ancora di fare il loro sound, peraltro aggiungendo attenzioni e evoluzioni che, più che da band di giovincelli, è da istituzioni contemporanee del Rock.

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Voti:

Up The Bracket – 6,5
The Libertines – 5,5
Anthems For Doomed Youth – 6

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