Fleetwood Mac – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Fleetwood Mac

I Fleetwood Mac sono una delle formazioni più famose della musica inglese, una delle poche formazioni che può vantare di aver venduto più di 100 milioni di copie. Nate sulla scia dei Bluesbreakers di John Mayall, la formazione prende le mosse da un Blues/Rock tradizionale, vicino ai classici neri.

Questo primo periodo è fotografato sull’esordio Peter Green’s Fleetwood Mac (1968) con numeri come Shake Your Moneymaker ad interpretare con moderata fantasia il verbo del Blues. Si replica su Mr. Wonderful (1968), con Lazy Poker Blues e Stop Messin’ Round fra le altre. L’ispirazione era ovviamente il Blues più elettrico di Chicago, a cui la band si rifaceva aggiungendo poco di personale. Sono, più di tutto, gli album di Peter Green alla chitarra.

Questo periodo può contare anche su alcuni notevoli singoli, come Black Magic Woman (1968), un gioiello che diverrà famoso nella versione di Santana.

Then Play On (1969) riesce a superare i primi album con una musica più elaborata e sottilmente psichedelica. La ritmica formicolante di Coming Your Way e la rilassata Psichedelia di Closing My Eyes ed Underway portano all’imponente Oh Well, nove minuti di incendiario Blues/Rock ad un passo dall’Hard Rock dei Led Zeppelin, poi stemperato in più soffusi pellegrinaggi acidi. Una seconda composizione estesa, Searching for Madge-Fighting for Madge (7+3 min.) evidenzia le potenzialità da jam band della formazione. L’album è sempre nel solco della tradizione Blues, ma con dosi aggiuntive di Rock e qualche sostanza allucinogena ad aggiungere motivi di interesse. La mutevole formazione contava in questo periodo ben tre chitarristi, che ben si fanno apprezzare nei ricchi arrangiamenti.

La formazione, rimaneggiata (ha perso Peter Green, lanciato verso un ricordevole album solista) continua con Kiln House (1970) che abbandona le lunghe composizione da jam, molte delle ruvidezze quasi Hard Rock e ritorna a guardare al passato Blues, aggiornato all’era del Rock quanto basta. Si ricorda Hi Ho Silver, degna dei Rolling Stones più energici, e per la trascinante Tell Me All The Things You Do, una sorta di Blues/Rock latino.

Future Games (1971) si distende in una psichedelia da salotto (la soporifera Woman Of 1000 Years) alternata a Blues/Rock senza innovazione (Morning Rain, Sometimes, Show Me A Smile). La lunga title-track, un lento Blues psichedelico, e la più ritmata Sands Of Time formano il cuore del disco, fra easy listening e tradizione Blues/Rock.

Bare Trees (1972) è un altro piccolo sussulto, a metà fra il Blues/Rock aggressivo degli esordio ed un melodismo Pop. Homeward Bound, con un pianoforte singhiozzante, e Bare Trees, una sorta di spettacolo quasi solista della chitarra, si uniscono alla celebre Sentimental Lady, una svenevole ballata romantica. Danny’s Chant, psichedelia in salsa Blues, è un’altro momento da ricordare.

Penguin (1973), invece che trovare una convincente strada per il futuro della band, tenta la carta di un suono Pop, morbido e senza spigoli, che prende il Blues a pretesto per fare muzak senza spessore. Un sound simile pervade anche Mystery To Me (1973), che vanta solo la sensuale Hypnotized. Il periodo di crisi si chiude con Heroes Are Hard To Find (1974), che propone fra tanto Pop una stravagante avventura umbratile come Coming Home ed il ritmo tribale di Bad Loser.

Fleetwood Mac (1975) li riavvicina prepotentemente alle radici USA, anche grazie all’ennesimo cambio in formazione che allontana gli ultimi britannici nella band. Come una versione Pop della Band, i Fleetwood Mac propongono un Rock dolce e melodico, per certi versi vicino agli Eagles ed in linea con quello che il pubblico medio statunitense gradisce. Nel solco della tradizione, ma con ritornelli ficcanti e abbondanti armonie vocali. Disinteressandosi, sostanzialmente, dell’innovazione, la formazione propone una formidabile sequela di brani radiofonici. L’assortimento è vario: il Rock educato dai ricordi Country di Monday Morning e Blue Letter è degno erede degli Eagles; la malinconia e l’emotività di Rhiannon, uno dei loro gioielli più pregiati, richiamano il sound Motown; la ballata tradizionale e scontata, ma di sicuro effetto, proposta in Crystal e Lanslide, aggiunge appeal radiofonico. C’è persino qualche vicinanza alla Disco in World Turning, pur con tante dosi di Roots. L’album vendette più di cinque milioni di copie, trasformando una band moderatamente conosciuta in star della musica.

Rumours (1977) è uno dei gioielli della musica Pop/Rock, un punto d’incontro fra tradizione USA, Pop anni ’60 e la ricercatezza delle più raffinate produzione contemporanee. Second Hand News è un ritornello che ogni gruppo con la voglia di diventare famoso vorrebbe per sé. Non è da meno la successiva Dreams, più docile e melodica. C’è ancora tanta tradizione, ma anche una non celata volontà di fare dell’immediato e semplice Pop/Rock, come nel ballabile da classifica di Don’t Stop. Un altro notevole ritornello è quello di Go Your Own Way, arioso e “appiccicoso” come solo una grande hit sa essere. You Make Loving Fun è melassa ruffiana ma a suo modo formidabile, una sorta di capolavoro formale del ballabile Pop/Rock. Gold Dust Woman torna al Blues sofferto, con echi western inediti. C’è il passato, c’è il melodramma, c’è i ritornelli: l’unica cosa che manca nell’album è una qualche dose consistente di reale innovazione. Almeno Second Hand News, Dreams, Don’t Stop, Go Your Own Way, You Make Loving Fun meritano un posto d’onore nella Storia del Pop/Rock. Poco di più si sarebbe potuto fare senza scadere nella banalità o tentare sperimentazioni, e rimanendo schiettamente americani. Le armonie vocali che sfruttano spesso tre voci, una produzione tanto precisa da essere maniacale, una prolifica vena melodica sono i tre punti di forza maggiore dell’opera, che diventerà negli anni uno degli album più venduti di tutti i tempi, superando quota 40 milioni di copie.

Tusk (1979) è un’imponente album pubblicato su due vinili che rappresenta il compendio ideale del periodo d’oro della band. Melodie accattivanti, dolcezze Pop e Soft Rock e tanta tradizione unita ad un pizzico di stravaganza esuberante. La dirompenza anni ’60 di The Ledge, gli esperimenti ritmici di What Makes You Think You’re The One, il ritmo martellante à la Rolling Stones di Not That Funny, il Country/Rock supersonico di That’s Enough For Me aggiungono qualcosa di azzardato al loro sound. Meritano citazione anche l’elegia Country-Pop di Storms e la Disco drammatica di Sisters Of The Moon, oltre al ritornello di That’s All For Everyone. Il capolavoro, in un album pieno di gioielli Pop/Rock, è Beautiful Child, di un’eleganza e di una forza emotiva propria dei più impeccabili lavori melodici: il pianoforte che piange sullo sfondo, le armonie vocali, gli intrecci che aggiungo spessore all’arrangiamento essenziale, il passo lento e solenne, inesorabile, funebre, tragico. Come molte altre formazioni vicine ai canoni Pop hanno fatto negli anni (Beach Boys, Beatles, Pink Floyd), i Fleetwood Mac rifiniscono il loro addomesticato sound con uno produzione certosina, maniacale, ricercatissima, facendo ampio uso dello studio come strumento musicale, approfittando delle recenti novità traghettate dalla New Wave e dal Punk. Propongono una sperimentazione che è principalmente armonica, ma secondariamente anche ritmica. Come nel caso dei doppi album dei Beatles, puntano sulla varietà dell’assortimento ed alternano momenti più canonici ad altri meno tradizionali. Tusk è una versione più azzardata di Rumors, che cerca forse di trasformare una band Soft Rock in una band di Soft… “sperimentazione”.

Mirage (1982) è decisamente meno ambizioso, rinuncia a quasi tutte le stravaganze e si limita a proporre un solido Soft Rock all’altezza di consumati professionisti. Book Of Love e Hold Me sono due momenti interessanti di un album che scorre senza sussulti.

Tango In The Night (1987) arriva dopo un lungo iato e con una band che di fatto viveva forti problemi interni. Ballabile, iper-prodotto, rileccatissimo, sensuale, ammiccante fino all’eccesso, è un album di New Wave interpolata con il loro solito Pop/Rock ballabile. Si apre con Big Love, piena di gemiti, e prosegue con suntuose melodie sparse in brani come Seven Wonders o la scintillante Everywhere, con tanto di campanellini. La title-track prende in prestito la magniloquenza dei Queen mentre Little Lies ha il suono di plastica di certi anni ’80, contrariamente agli esordi “caldi” ed “analogici” della band. Niente di davvero nuovo, visto che anche gli aggiornamenti si mettono appena in pari con il suono dell’epoca. L’album vende benissimo, superando quota sei milioni di copie ceritificate, ma non è all’altezza del loro periodo d’oro a livello artistico.

Behind The Mask (1990) suona più arretrato di Tango In The Night, nonostante siano passati altri tre anni e sia cambiata il decennio. Non c’è, soprattutto, né ritornelli memorabili né grandi cambiamenti stilistici che giustifichino l’ascolto dell’opera in un’ottica storico-artistica.

Time (1995) è il loro album più fiacco di sempre, ed anticipa un lungo periodo di pausa, mitigato da raccolte e rarità che inondano il mercato. Quando tornano con un album è il 2003 e l’opera, Say You Will, suona senile, pur se elegante. Soprattutto, suona completamente priva di qualsiasi motivo di originalità.

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Voti:

Peter Green’s Fleetwood Mac – 5
Mr. Wonderful – 5
Then Play On – 6,5
Kiln House – 5,5
Future Games – 5
Bare Trees – 5,5
Penguin – 4,5
Mystery To Me – 4,5
Heroes Are Hard To Find – 5
Fleetwood Mac – 6
Rumours – 7
Tusk – 7
Mirage – 5,5
Tango In The Night – 5,5
Behind The Mask – 4
Time – 3
Say You Will – 4

Le migliori canzoni dei Fleetwood Mac

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