Roots – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei The Roots

I Roots sono una formazione Hip-Hop statunitense nata a Filadelfia nel 1987. La loro particolarità è quella di adottare gli strumenti “live”, soprattutto per quanto riguarda il ritmo, che è gestito da ?uestlove (all’anagrafe Ahmir Khalib Thompson). Questo suono distaccato dalla comune declinazione dell’Hip-Hop, fatta di samples e beat registrati, li ha portati ad un approccio peculiare, che ripristina le radici Funk e Soul, oltre a rianimare la componente Jazz. Oltre a questo “ritorno alle origini”, i Roots propongono anche un’integrazione con un sound vicino al Rock degli anni ’90. Anche a livello di immaginario suscitato dai testi, la band si dimostra lontana dall’immaginario Gangsta degli anni ’90.

Organix (1993) è in sostanza un album Funk con molto Rap. C’è tutta la loro carriera, a ben ascoltare, ma in una veste ancora poco efficace. Grits e Popcorn Revisited potrebbero fare già parte degli album successivi. La dimensione “live” è testimoniata da alcuni brani ed indirettamente dalla logorroica The Session (13 min.), che mostra come questi brani possano diventare simili ad una jam.

Do You Want More?!!!??! (1994) ha un sound molto più professionale, così che in definitiva il risultato è un Hip-Hop a base di Funk e Jazz, come si può ascoltare in nelle intriganti Datskat, Lazy Afternoon, la title-track e Silent Treatment. Ma in fondo, non c’è poi grande novità in questa musica, ed è solo un’altra emanazione delle proposte di A Tribe Called Quest e De La Soul.

Illadelph Halflife (1996) dimostra che per ascoltarli serve una certa dose di pazienza, perché la band non rinuncia a sfiorare gli ottanta minuti di materiale. La loro prima Top 40, What They Do, è un elegante e sensuale Hip-Hop a base di Soul e Funk. Concerto Of The Desperado, con voci da opera, anticipa la Paparazzi di Xzibit. One Shine aggiunge un flavour psichedelico inedito.

Things Fall Apart (1999) è un album con un sound molto più articolato e complesso, come mostra l’iniziale Table Of Contents (Pt. 1 & 2). Ormai la macchina è ben oliata e procede senza intoppi, con un Hip-Hop dai profumi Jazz, Soul e Funk. Ain’t Sayin’ Nothin’ New , 100% Dundee ed il singolo You Got Me, con Erykah Badu alla voce, sono i momenti maggiori di un album che scorre fluidamente, ma manca ancora di una consistente dose di innovazione.

The Roots Come Alive (1999) è un live-album che cerca di catturare l’energia della band dal vivo. Questa inedita dimensione di live-band è forse l’unico motivo di peculiarità della carriera, ma forse solo stare nel pubblico può restituire veramente questa dimensione della loro musica.

Phrenology (2002) è una scossa alla loro discografia, perché supera gli album precedenti ed azzarda con l’ambizione di creare qualcosa che integri l’Hip-Hop in una musica multiforme, più variegata che in passato. Rock You ha la carica del Rock (era facile da immaginare) e !!!!!!! è uno scherzetto Hardcore che comunque restituisce bene l’idea della varietà interna dell’opera. I momenti da ricordare sono numerosi: Sacrifice è affogata in una psichedelia tropicale; Rolling With Heat si muove su un sax usato come un basso Funk; The Seed trasforma un Funk/Rock in un singolo dal groove irresistibile con molte dosi di Rap; il capolavoro Break You Off (7 min. e mezzo), intriso di uno spirito compositivo da Prog-Rock, è a metà fra una danza caraibica trascinante ed una seconda parte più Soul, con un finale classicheggiante. Il momento più orecchiabile è la piacevole ma non molto originale Complexity.

L’apice sperimentale dell’album e della carriera arriva con Water, divisa in tre parte per 10 min. e mezzo di Hip-Hop d’avanguardia. La prima parte è una trascinante danza rituale dal DNA Hip-Hop, ma la seconda parte distrugge tutto questo lasciando un battito cardiaco a guidare un astratto collage sonoro. Lentamente il ritmo ritorna, le voci appaiono confuse e lontane, scampoli di un Jazz psichedelico si portano in primo piano ed infine un’orgia sonora conquista la composizione negli ultimi minuti, con forti elementi Free-Jazz ed una giungla di suoni che poi deflagra fino a conservare solo il rassicurante suono di un battito cardiaco. Pochi nella storia dell’Hip-Hop hanno azzardato esperimenti così lontani dalla forma canzone.

Phrenology è su un altro livello rispetto agli album precedenti, è un album che merita un posto nella Storia dell’Hip-Hop.

The Tipping Point (2004) è un’opera molto più modesta, vicina al Pop ed al Rock, oltre che agli ovvi riferimenti al Soul, al Jazz ed al Funk. I Don’t Care e Don’t Say Nuthin’ sono piacevoli da ascoltare, ma non bastano a far dimenticare i lunghi brani di Phrenology.

Game Theory (2006) opta per un sound oscuro, lontano dai singoli per le radio. Si sviluppa come un flusso sonoro unico, che appartiene tanto all’Hip-Hop quanto dal Prog-Rock. La title-track, la nerissima In The Music, il clima noir di Baby, il sound da stadio di Long Time sono tutti frammenti interessanti di questo flusso, ma Can’t Stop This (8 min. e mezzo) ha il pregio di racchiudere in un brano quello stile compositivo da suite che era apparso in Phrenology. Album segnato da una certa complessità, Game Theory è il degno seguito di Phrenology dopo il deludente The Tipping Point.

Rising Down (2008) cerca di replicare Game Theory ed indovina Criminal (un Pop-Rap intriso di Soul allucinato), la claustrofobica I Can’t Help It e l’inquietante Singing Man. Il delizioso Reggae-Pop di Birthday Girl è il momento più radiofonico di un album che aggiunge poco di nuovo, e sembra un proseguimento dell’opera precedente.

How I Got Over (2010) è un album più soffuso, atmosferico, che sembra il corrispettivo Hip-Hop di un album come Love Over Gold dei Dire Straits: musica smussata, elegante, con temi impegnati ed adulti. Un buon esempio è Dear God 2.0.

Undun (2011) è un concept album che ripristina le ambizioni di derivazione Prog-Rock. Album breve, che non arriva ai 40 minuti, Undun è una sperimentazione sulle possibilità dell’Hip-Hop di proporre una musica elegante ed intellettualmente complessa, soffusa, adulta, lontano dai cliché. Le smussate Sleep e Make My anticipano richiami Rock in One Time e nella filastrocca ipnotica Funk/Soul di Kool On. Il pianoforte muove Lighthouse, il momento più emozionante, suggestivo e malinconico; I Remember replica il mood, ma con meno magia. Il finale dell’album è la vera sorpresa ed il tributo all’epoca del Prog-Rock: una suite in quattro parti (in realtà molto breve) completamente strumentale che unisce emotività e sprazzi di un modernismo travolgente. Dopo l’etereo ed onirico primo movimento, il secondo movimento si appoggia ad archi d’atmosfera per introdurre un destrutturato terzo movimento con spunti fra l’Avanguardia classica ed il Free-Jazz. Il finale, un malinconico tema “da camera”, si chiude in modo spettrale.

Undun è un’opera equilibrata, a cui manca forse la capacità di concretizzare alcuni spunti intriganti. I brani sono ricercati, ma non tutti riescono a farsi ricordare, mentre la suite finale è peculiare, elegante e decisamente lontana dalla tradizione Hip-Hop, ma sembra incompleta nel suo micro-formato che non le fa superare i 6 minuti totali.

.

.

.

Voti:

Organix – 5
Do You Want More – 5,5
Illadelph Halflife – 5,5
Things Fall Apart – 6
The Roots Come Alive – 5,5
Phrenology – 7,5
The Tipping Point – 5,5
Game Theory – 6,5
Rising Down – 5,5
How I Got Over – 5
Undun – 6,5

Le migliori canzoni dei The Roots

Annunci

One thought on “Roots – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...