Tim Hecker – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni di Tim Hecker

Il canadese Tim Hecker è un artista del suono. Nelle sue mani, la materia sonora viene plasmata fino a diventare una visione espressionista, astratta o poetica a seconda dei casi, ed in alcuni momenti di grazia è tutte e tre le cose allo stesso tempo. Hecker propone dei soundscapes frutto di una certosina manipolazione di elementi sonori, al limitare fra Ambient, Drone e una versione poetica dei field recordings.

Haunt Me, Do It Again (2001) ha il pregio di riuscire a non suonare ostico, nonostante appartenga alla tradizione della musica sperimentale molto più che a quella dell’Elettronica popolare. Pur nelle idiosincrasie dei ritmi frammentati, dei fruscii, dei singhiozzi aritmici, dell’astrazione imperante, si intuisce un calore emozionante in composizioni come Music For Tundra (una visionaria commistione di Droni e “glitch” sparsi alla rinfusa). L’emozione, in questo caso la tristezza dolce e romantica, attraversa anche Arctic Lover’s Rock. Anche quando prevale l’anima più rumorosa, come in The Work Of Art In The Age Of Cultural Overproduction, è sempre una tensione palpitante ad animare le visioni astratte: alla mente pervengono immagini in time-lapse senza tempo, più che informi clangori meccanici. Il ritmo lo si ritrova solo in chiusura, per pochi secondi, quasi a tributare lontane radici Techno.

City In Flames, uno dei momento maggiori, è drammatica ma non inquietante: la città brucia, ma lo fa splendidamente, e quello che rimane è una meditazione serena. Boreal Kiss, il capolavoro, è una danza ghiacciata, un balletto invernale in slow-mo, una musica Ambient per un deserto senza confini.

Questa musica fuori dal tempo sembra la trasposizione sonora di un’allucinato dormi-veglia, o la rappresentazione musicale di sconfinati paesaggi dove la forma di vita dominante è l’ambiente stesso: vento, fruscii, voci distanti, echi irraggiungibili, cicliche ripetizioni che richiamano l’impassibile proseguire dei processi vitali estranei al mondo animale.

Tim Hecker si propone come un poeta del suono, ed il suo limite maggiore consiste proprio nel focalizzare le composizione sui singoli costrutti sonori, tanto da far diventare lo sviluppo quasi impossibile: praticamente ogni brano si conclude con brevi appendici che sembrano lasciare in sospeso lo “svolgimento” di queste visioni. Questi difetti saranno risolti solo in futuro.

Radio Amor (2003) è composto da paesaggi sonori in evoluzione, che pervengono all’ascoltatore come filtrati da una lente allucinata ed espressionista. Song Of The Highwire Shrimper (7 min. e mezzo) trasforma una sonata di pianoforte Jazz in un’allucinazione fluttuante in droni fumosi. Spectral, infastidita da fruscii lo-fi, è un’estasi di colori sonori che si muovono al rallentatore che lentamente si adagia in una calma disturbata solo da echi scricchiolanti.

L’album prova molte strade significativamente nuove rispetto all’esordio: la ripetizione ossessiva di I’m Trasmitting Tonight è una versione digitale del minimalismo di Terry Riley unito alle stratificazioni di Glenn Branca; 7000 Miles si muove ad ondate drammatiche, lasciando sullo sfondo un borbottio incomprensibile; Trade Winds White Heat avvolge una sonata di pianoforte con rumori stridenti e trasmissioni radiofoniche, fondendo rumore e poesia, astrattismo ed emozione.

Permane l’impressione di una sostanziale mancanza di negatività in questa musica. Persino Careless Whispers, che si apre in un vento infernale, fa lentamente trapelare una luce paradisiaca. C’è però un’eccezione , e si ritrova nel capolavoro dell’opera, Azure Azure (10 min. e mezzo): una distortissima chitarra elettrica sovrasta un’orchestra di droni minacciosi, che si stemperano nel tempo ma trasmettono nei primi minuti un malessere così violento che il bilancio emotivo finale è decisamente negativo; l’ultima parte del brano, poi, non va rischiarandosi, ma più spegnendosi, aumentando il senso funebre della composizione.

Rispetto ad Haunt Me, le composizoni sono sviluppate in modo più audace e completo, ampliando le possibilità di questa visionaria arte di paesaggi sonori.

Mirages (2004) riparte da Azure Azure, sviluppando nell’opener Acephale attorno a devastanti distorsioni chitarristiche free-form che non disdegnano incursioni nell’Harsh Noise. Incubi allucinati come Aerial Silver, avvolgenti ed imponenti stratificazioni come The Truth Of Accountants (uno dei suoi brani brevi migliori) ed immobili visioni astratte come Aerial Light-Pollution Orange proseguono un’estetica ormai ben definita.

Le composizioni estese che chiudono l’album contengono le idee più ricordevoli: Balkanize-You (quasi 9 min.) fonde Noise assordante e droni con un finale dolcissimo, dove melodie delicatissime raccolgono i frammenti delle chitarre distorte dei primi minuti; Incurably Optimistic (quasi 11 min.) costruisce su un tessuto di fruscii una melodia lenta e solenne, fra il liturgico ed il funebre, poi la fa aggredire da dosi massicce di rumore bianco.

Mirages è un’opera meno essenziale, un lavoro che non riesce a reinventare i soundscapes ma aggiunge altri momenti notevoli alla discografia. Hecker si afferma come poeta del rumore, capace di composizioni meditative che possono essere facilmente interpretate soggettivamente dall’ascoltatore. Egli propone i contrasti emotivi, le contrapposizioni, le sovrapposizioni di varie anime sonore, creando l’ambiente entro il quale la mente può vagare alla ricerca di “significati”.

Harmony In Ultraviolet (2006) è un altro tassello importante della sua grande opera, con alcuni momenti di sintesi che potrebbero rappresentare bene l’intero processo evolutivo della sua arte sonora. I momenti maggiori sono: Stags Aircraft Kings and Secretaries, visione al contempo dolce e rumorosa, malinconica e psichedelica; Chimeras, una lugubre visione ossessiva; Dungeoneering, luccicante fotografia sovraesposta; Spring Heeled Jack Flies Tonight, concretazione di una poesia del rumore bianco.

Dopo una parzialmente deludente Harmony In Blue (4 parti, 12 min. ma niente di epocale), Whitecaps of White Noise (2 parti, 13 min. e mezzo) consegna l’apice dell’opera: prima una desolante improvvisazione di droni chitarristici sui quali si muovono avvolgenti ed eterei strati di sibili e melodie perdute e remote; nella seconda parte, interferenze disturbano una commovente melodia che riconduce nuovamente al centro emozionale della sua musica.

Harmony non riesce a compiere nessun balzo verso una forma musicale nuova, esplora ancora i territori che Hecker ha già sondato, con eleganza, misura, personalità. Hecker si muove fra sogno ed incubo, stasi e fitte lancinanti di dolore e disperazione, senza mai approdare, stabilizzarsi: questa è musica astratta, da riempire con propri pensieri, alla ricerca di immagini riconoscibili in queste visioni sonore. Se avete detestato quanto fatto finora da Hecker, quindi, potete trascurare anche quest’album.

An Imaginary Country (2009) è un album più educato e più facile da ascoltare. Sea Of Pulses recupera una struttura ritmica lineare, come un basso elettrico che si contrappone a rifrazioni orchestrali. Lo svolgimento è spesso più lineare, gli strumenti sono vicini ad una orchestra onirica. Borderlands potrebbe rientrare nell’Ambient canonica. A Stop At The Chord Cascades rievoca il massimalismo senza aggiungere molto di nuovo. Solo Where Shadows Make Shadows abbonda con i droni distorti, consegnando un brano guidato comunque da archi e pulsazioni ritmiche: è l’apice di un’opera minore, fin troppo vicina alle banalità della musica Ambient.

Ravedeath, 1972 (2011) ritorna in parte alla sperimentazione, proponendo una musica liturgica ed aliena costruita quasi sempre attorno all’organo. Pur melodica e più comprensibile che in passato, l’opera guadagna nella forma “sinfonica” e “cosmica” di composizioni come In The Fog (3 parti. 16 min.), uno dei capolavori della carriera, quel che perde in avventurosità. Almeno la prima parte di Hatred Of Music ed In The Air (3 parti, 12 min.) sono numeri da ricordare. Ravedeath è un album che trova una migliore formulazione del sound più amichevole di An Imaginary Country, guadagnando in una forma più classica ed elegante quel che ha perduto in dirompente creatività. O quasi.

Virgins (2013) sembra riportare Hecker agli alti livelli di inizio carriera fondendo assieme le idee ed i sound che ha creato negli anni. Confluiscono qua i droni, i loop distorti, il pianoforte e l’organo, l’impatto da Rock estremo e l’estasi da musica liturgica. L’ansia palpitante di Virginal I, il Jazz frammentato e cacofonico di Live Room (7 min.), l’inquieta e malinconica Virginal II sono tutte nuove composizioni che mostrano un artista ancora creativo, nonostante gli anni e le opere alle spalle. Amps Drugs Harmonium propone un incrocio fra Minimalismo, Ambient e lontanissimi ricordi Techno, il tutto mentre sembra di ascoltare un dilatato e distorto assolo à la Hendrix. In questo tour de force emotivo, Stigmata (due parti) funge da momento dell’abbandono, rievocando spettri cosmici ma anche malinconiche solitudini New Age. Emozionante ed equilibrato, Virgins mostra un artista capace di modellare il proprio sound per inserire nuovi motivi di interesse a piacimento, senza stravolgere tutto ma suonando sempre un po’ differente. Non ultimo, il suo sound è ancora personale, nel senso che nessuno è ancora riuscito ad imitarlo.

Su Love Streams (2016) ha dipinto acquerelli commoventi, venati di musica classica ma disorientanti come le sue composizioni più astratte. La voce ha un ruolo importante, ma diventa puro suono, deformata da filtri e modulazioni, riverberi e glitch (Music Of The Air, Castrati Stack). Sembra si recuperi ogni tanto l’idea di un ritmo, ma sempre sbilenco (Bijie Dram, Live Leak Instrumental) o accessorio. Hecker è ancora a suo agio nel cosmo, nelle visioni stellari di pezzi come Violet Monumental (2 parti, 8 minuti), che pure mostrano la corda (Up Red Bull Creek). Quando compare una chitarra zoppicante e funky su un clavicembalo, in Voice Crack, si assiste a quel colpo di genio che solo pochi possono permettersi. Black Phase, in chiusura, monta un coro su distorsioni spaventose, perché anche gli acquerelli possono essere foschi, ambigui, inquietanti.

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Voti:

Haunt Me, Do It Again – 7
Radio Amor – 8
Mirages – 7,5
Harmony In Ultraviolet – 7
An Imaginary Country – 5,5
Ravedeath, 1972 – 6,5
Virgins – 7
Love Streams – 6,5

Le migliori canzoni di Tim Hecker

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