Deathspell Omega – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Deathspell Omega

I Deathspell Omega sono una formazione francese dedita ad un complesso Black Metal dagli spunti progressivi.

Gli esordi non sono stati molto promettenti: Infernal Battles (2000) e Inquisitors of Satan (2002) era vicino al Black Metal oltranzista dei Darkthrone, con il secondo che si avvicina ad un sound meno confuso e cacofonico, verso strutture più elaborate che, con il senno di poi, anticipano il futuro sviluppo di una forma progressiva di Black Metal.

Si monumentum requires, circumspice (2004) è la prima opera da ricordare della band, e segna l’inizio di un percorso musicale peculiare.

Nella lunga Sola Fide (2 parti per 13 min.) la band propone un sound meno lo-fi, con strutture massicce, violente, travolgenti ma più definite e chiare, con spunti melodici che affiorano nel marasma generale ed una coda finale epica e drammatica che sperimenta un Black Metal leggermente più personale. Su questo modello di Black Metal con spunti personali si muove anche Blessed Are the Dead Whiche Dye in the Lorde, la title-track (con vischiosi mid-tempo Doom/Black) e la lunga e più melodica Hétoïmasia (7 min.), uno dei vertici dell’opera, con rallentamenti quasi Doom ed intrecci di chitarre stratificate e distorte ed altre più melodiche. Jibilate Deo, nella seconda parte, fa affiorare un’anima di profonda disperazione e desolazione, a cui è stata sottratta l’anima aggressiva e violenta che attraversa il resto dell’opera.

L’opera ha anche una struttura che merita attenzione: come per i doppi LP, è diviso idealmente in quattro aprti, ognuna delle quali inizia con una preghiera. La quarta parte si apre con Carnal Malefactor, che rappresenta una parziale eccezione. Il lungo brano in questione (12 min.) dopo quasi 4 minuti di furioso Black Metal si getta in un canto gregoriano liturgico, che viene falcidiato poco prima dell’ottavo minuto da un terribile assalto Black Metal, sviluppato poi in una impegnativa e complessa struttura dai tratti “progressivi”, con frequenti cambi di velocità.

Per quanto gli aspetti innovativi siano spesso limitati ad elementi di contorno in strutture Black Metal canoniche, questo terzo album segna un netto cabio di rotta ed un forte innalzamento delle quotazioni della band, che riceve dimostrazioni di interesse a livello internazionale.

Fas – Ite, Maledicti, in Ignem Aeternum (2007) si spinge più in là, allontanandosi marcatamente dal tipico Black Metal in modo deciso. Ora la struttura della composizione è completamente alterata da elementi non tipicamente Black Metal, e quest’ultimo è solo uno degli elementi di un quadro stilistico più ampio, che non disdegna complesse strutture ritmiche, mid-tempo desolanti, stralci Dark Ambient, sviluppi non lineari.

Obombration apre ad esempio con un lento Rock strumentale che contiene chiaramente elementi Black Metal nella voce e nell’atmosfera, ma sposa un’estetica visionaria e metafisica, un chitarrismo che ha poco o nulla a che fare con i classici del genere ed una struttura compositiva eccentrica, che fa aprire e chiudere il brano in clima da rito esoterico.

The Shrine of Mad Laughter (quasi 11 min.) alterna assalti devastanti a vuoti pneumatici e visionari, di stampo Dark Ambient (prima) e sbilenchi Rock dissonanti (poi). La parte finale è un mostruoso e deformato inferno di dissonanze e distorsioni, chiuso da droni spettrali.

La lunga parentesi di lentissima e desolante musica strumentale di Bread Of Bitterness (7 min.), assieme alle geometrie complesse ed intricate, ed alle laceranti dissonanze sono altri momenti di grande fantasia.

La devastante The Repellent Scars of Abandon and Election (quasi 12 min.) è il capolavoro dell’opera: si parte con uno sbilenco Prog-Rock dissonante, che regge per circa due minuti; l’assalto che segue si protrae fino al quinto minuto, quando si è come lanciati in un abisso di lamenti mostruosi. Ritorna quindi il Black Metal, turbinante e devastante come non mai, con ossessivi tappeti ritmici, ma solo per qualche manciata di secondi: al settimo minuto rimane un lontano pianoforte, e la ripartenza, potentissima, segna un lieve rallentamento, verso un sound corazzato che ricorda prima il Death Metal, poi le epilessi vicine al Free Jazz dei Dillinegr Escape Plan. All’ottavo minuto finalmente si trova una parziale calma, ed inizia un Black Metal mid-tempo epico e maestoso, con substrati melodici e dissonanze assortite, che avvicinandosi al finale diventano stratificazioni. La chiusura è turbolenta, violenta ed intricata, una sorta di spasmo atroce di sofferenza nerissima. Poi il silenzio spettrale, la desolazione, il vuoto.

Anche nelle parti più violente, come A Chore for the Lost (9 min.), la band trova una propria dimensione in un sound che riesce ad essere devastante senza essere piatto, con un lavoro ritmico ed alla voce da antologia. Il rallentamento Doom, poi mutato in un frammento strumentale Post-Metal à la Isis, è solo un’altra dimostrazione di creatività compositiva. L’ultimo quarto della composizione trova un altro vertice compisitivo: sovrappone assoli di chitarra melodicie virtuosi su un gorgo ritmico e melodico spettacolare, dove le acrobazie strumentali non indeboliscono il travolgente impatto emotivo del brano, vero concentrato di disperazione.

Paracletus (2010) è a tratti l’album più duro e difficile dei Deathspell Omega, pieno di dissonanze e di un canto vicino al Death Metal o comunque ai più marci ibridi Black/Death. Brani più brevi e meno momenti di pausa, più epilessi astratte di matrice Math, più violenza e potenza rispetto alle opere precedenti. Ma Paracletus è anche un album diviso, che parte furioso e prosegue con maggiore presenza di mid-tempo cervellotici, che ha ridotto la presenza di composizioni lunghe (nessuna oltre i 7 min.), che tende a semplificare la musica fino ad avvicinarsi timidamente ad un Black Metal melodico, pur rimanendo complessa.

Abscission mostra bene quanto sia alto il livello di tensione dell’album, tanto da far risultare momenti di pausa i devastanti mid-tempo qui presenti, quando nell’album precedente c’erano pacati, pur se dissonanti, strumentali Post-Metal.

Il primo momento di respirto è Dearth, e da qua l’opera prende una strada curiosa, soprattutto con la successiva Prosphene: il ritmo rallenta, ma lo strazio è lacerante e le dissonanze sono onnipresenti. Non mancano sfuriate devastanti e, nella seconda metà, un baritono di stampo Gothic che aggiunge ulteriore varietà all’opera.

Epiklesis II è meno violenta di molte altre loro composizioni, ma è uno strazio emotivo: luccicano chitarre dissonanti ed un minaccioso sottobosco sonoro, con tanto di grida ed urla da dannati e imponenti spunti sinfonici, altra novità dell’opera. La struttura è snervante, trasmette nel suo ciclico ripetersi una profonda sofferenza.

Più che nelle sfuriate devastanti, che poi lasciano poco da ricordare, la band continua a mostrare il meglio in brani come la conclusiva Apokatastasis Pantôn, il trionfo melodico dell’album ed uno dei possibili approdi di questi gorghi di sofferenza. Potente e trascinante, turbinante e aggressiva, questa composizione conclusiva sembra proporre futuri sviluppi per la band, più vicini ad un Heavy Metal melodico con spunti estremi, vicinanze al Post-Metal, cura certosina da Prog-Metal.

Si Monumentum, Fas – Ite e Paracletus costituiscono una trilogia a tema metafisico sui rapporti fra uomo, Dio e Satana. Nel complesso, questa triologia è un monumento da ricordare del Black Metal degli anni Zero, pur con le sue mancanze.

In parallelo agli album, la formazione propone anche nel corso della carriera degli importanti EP. Kénôse (2005) contiene un’unica composizione in tre parti di 36 minuti, e dà alla formazione la possibilità di sviluppare le idee in tempi molto più lunghi, elaborando parentesi stilistiche impossibili in brani brevi. La prima parte (quasi 16 min.) parte in un desolante ambiente da Funeral Doom, reso ancora più insalubre da un parlato sussurrato ed inquietante; ciclicamente, come un carillon, la chitarra si ripete in una semplice melodia. Al quinto minuto scoppia l’inferno, ma quel che segue non disdegna rallentamenti in mid-tempo squarciati da terribili grida; al decimo minuto, un nuovo assalto devastante di Black Metal senza compromessi, ma pian piano la materia sonora perde potenza (pur se loro relativamente), ed al minuto 13 la tempesta si placa e torna la tensione che c’era in apertura, e la malinconia del carillon della chitarra.

La seconda parte (11 min.) alterna mid-tempo e scatti feroci, con la presenza di riecheggianti voci dell’altro mondo a variegare il tutto ed una coda più melodica di tutto il resto.

La terza parte (9 min.), dopo una partenza grintosa, ripiega verso un Doom prima dimesso, poi maestoso, con sfumature Death. Lo strazio di questa lenta marcia di morte è lacerante. Solo nel finale, lentamente, questa afflizione torna ad essere rabbiosa, con un climax che però è solo parziale ed incompiuto: la marcia funebre continua, sfumando all’orizzonte come se dovesse essere eterna, immutabile, metafisica.

Kénôse è una composizione ambiziosa che merita attenzione soprattutto nella prima e terza parte, trovando momenti di stanchezza nella seconda. La lunga marcia funebre finale, sfiancante e straziante, è un epilogo tragico ad una suite che gronda dolore in ogni sua parte.

Mass Grave Aesthetics (2008) contiene un’unica, eponima, composizione di quasi 20 minuti. Dopo un’inizio violento, prima del quarto minuto ci si ritrova a fluttuare un drone gommoso che, dopo l’insostenibile tensione di un lunghissimo climax cacofonico, esplode in un devastante assalto Black Metal al settimo minuto. Da qua in poi, lo sviluppo è intricato come nel Math-Core e nel Prog-Metal, pur rimanendo chiaramente vicino al Black Metal: abbondano i cambi di velocità, le acrobazie ritmiche, gli spunti sinfonici, le stratificazioni sonore. Al minuto 11 si apre come una voragine ed un mid-tempo lacerato dal canto inumano crea un ibrido fra l’etereo ed il mefistofelico, fra lo Shoegaze, il Black Metal ed il Doom. In seguito la composizione torna a ibridare Prog e Math, ma prima del 16esimo minuto si approda ancora ad un più pacato Doom/Shoegaze. Il finale è una sorta di stralcio operistico di un’orchestra di un altro mondo: una conclusione visionaria di un mastodonte oscuro, grandiosa prova compositiva, più sintetica ma parimenti interesante rispetto a Kénôse.

Veritas Diaboli Manet in Aeternum: Chaining the Katechon (2008) tenta una nuova composizione lunga (22 min.), aggiungendo dosi di melodia e riducendo in molti frangenti la ferocia. Gli ampi stralci melodici dei primi minuti sono sintomatici, ed in genere è significativo l’uso diffuso di tempi medio-lenti o lenti, con sfumature Doom e Post-Metal. Dopo un lento crescendo, al settimo minuto il brano diventa furioso, una commistione Black/Death che poco dopo diventa un fulmineo turbine sonoro; ci si placa relativamente nei minuti successivi. Al decimo minuto la materia sonora diventa uno sbilenco e stonato Blues malsano, nuovo punto di partenza per un altro passaggio corazzato. Al minuto 14 ritorna l’anima Blues che, per strazianti variazioni ed una lunga accelerazione, dipinge infine un nuovo assalto di Black Metal assassino. Stabilizzatosi in un saltellante e frenetico Black/Death Metal, il brano trova il proprio vertice di tensione al minuto 19, con un arrangiamento simile a quello di una sezione di ottoni. In linea con una continua mutazione, questo nuovo e temporaneo equilibrio rovina subito dopo in un catacombale Doom Metal venato di Death Metal, infine reso più emotivo da un baritono di stampo Gothic. La chiusura è una lenta, epica, imponente marcia funebre.

Diabolous Absconditus (2011) è un’altra lunga e tortuosa composizione di 22 minuti: la partenza è con un mid-tempo funereo e violento allo stesso tempo, che cede dopo qualche minuto a più violente sfuriate Black Metal, comunque temporanee. Prima del nono minuto ci si ritrova in un intricato Prog-Black Metal con fulminei mini-assoli di chitarra, che poco dopo mutano in intelaiature melodiche. Dopo l’ennesima sfuriata, prima del minuto 11 ci si ritrova in una più pacata, soffusa atmosfera da Prog-Rock esoterico, poi vagamente psichedelico: è una lunga parentesi strumentale che dura più di quattro minuti e che segna una forte variazione dal modello Black Metal che, come prevedibile, riprende subito dopo; pur complesso, quest’anima Black Metal è una delle cose meno interessanti a questo punto della carriera. Le complicate melodie della parte finale spazzano via le banalità da Black Metal oltranzista, inserendo fra le altre cose voci al contrario, ritmi insoliti, spunti di oscura psichedelia. Per quanto non perfetta, questa lunga composizione continua ad essere valevole di attenzione e dimostra la forza di una band che, nonostante un po’ di deja sentì, è ancora capace di dimostrarsi creativa.

Drought (2012) è un nuovo EP, questa volta formato da brani brevi. Salowe Vision è una tristissima cartolina Doom, completamente strumentale, che sembra però un bignami di una composizione più lunga che non è stata ancora sviluppata. Quel che segue riprende a piene mani fra Black Metal, Death Metal, istinti Prog-Metal e qualche spunto melodico (il finale di Abrasive Swirling Murk). La conclusiva The Crackled Book Of Life richiama i più complessi Isis, in uno strumentale Post-Metal che, come per l’opener, ha come principale limite uno sviluppo che pare incompiuto. Si tratta del più deludente degli EP della band, pur con qualche eccezione.

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Voti:

Infernal Battles – 4
Inquisitors of Satan – 5
Si monumentum requires, circumspice – 6,5
Kénôse (EP) – 7
Fas – Ite, Maledicti, in Ignem Aeternum – 7,5
Mass Grave Aesthetics (EP) – 7
Veritas Diaboli Manet in Aeternum: Chaining the Katechon (EP) – 7
Paracletus – 6,5
Diabolous Absconditus (EP) – 6,5
Drought (EP) – 5,5

Le migliori canzoni dei Deathspell Omega

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