Vladislav Delay – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Vladislav Delay

Sasu Ripatti è diventato un relativamente celebre gigante dell’Elettronica ambientale sotto lo pseudonimo di Vladislav Delay. L’artista finlandese è riuscito a reinventare la musica elettronica ambientale, astratta e minimale. L’uso massiccio di disorientanti campioni musicali e vocali, unito ad uno stile compositivo che tende a lunghe e complesse composizioni, ha contribuito a rendere la sua musica peculiare.

La magia della sua musica sta forse nel riuscire a ricucire assieme numerosi frammenti melodici in un ipnotico flusso sonoro, sfruttando tanto lo spirito d’improvvisazione del Jazz che la ripetizione del minimalismo, tanto il cut & past dell’Hip-Hop e della Techno quanto i lenti sviluppi dell’Ambient. Echi Dub e desolazione malinconica completano gli ingredienti più comuni delle sue composizioni.

Entain (2000) si apre con l’imponente Khode, 22 minuti di lunghissimi droni atmosferici protagonisti assieme ad una ipnotica e singhiozzante linea di basso; lentissimamente riflessi di più percepibili singhiozzi melodici si aggiungono alla scena, senza disturbare la quiete irreale del tutto. Si tratta di una musica visionaria, estatica e fotografica, che ha lo splendore di un’alba su un lago ghiacciato.

Piko (19 min. e mezzo) è un ambiente etereo di fluttuazioni atmosferiche dove rifrange come in un gioco di specchi una contorta linea di basso. Riecheggia come in un riverbero sovrannaturale qualche brillante e lontanissima nota di una melodia arcana. Come in una suggestione sonora, c’è appena l’intuizione che la forma sonora sia ordinata; la sua peculiarità sta nello sviluppo imprevedibile, minimale, creativo ed al contempo ipnotico, dimesso, atmosferico. Non è musica ostica, bensì calda ed avvolgente. Sembra la musica dei meccanismi cosmici, o di un pianeta di macchine capaci di provare emozioni.

Notke (quasi 17 min.) è una Dub subacque ed impalpabile, con un ritmo tutto sommato regolare. A destabilizzare sono improvvisi sussulti del tessuto melodico, frammentato e polverizzato. Durante lo sviluppo, mentre si è presi dal dipanarsi di una visione ritmica che diventa lentamente organica, come se fosse il suono di un organismo alieno, sullo sfondo lontanissimi e remotissimi i droni donano un’atmosfera irreale al quadro.

I 15 minuti di E.L.E. è una frammentata visione di gocce sonore che rimbalzano in pozzi metafisici, di oniriche piogge, di aliene manifestazioni naturali. L’impressione è che si tratti di un field recording da sci-fi, ed appena qualche accenno ritmico ricorda che questa è musica composta da un uomo e non dalla Natura.

Quattro lunghe composizioni, più piccoli intermezzi, bastano a far nascere un’estetica nuova nell’Ambient, che rifiuta qualsiasi ovvietà ritmica, rifiuta la melodia come comunemente intesa e punta tutto sulla suggestione. In fondo qua ci sono solo grandiosi spunti per superbi viaggi onirici da fare ad occhi chiusi.

Multila (2000) si apre in un clima oscuro e lugubre con Ranta, un informe allucinazione orrorofica di osceni organismi sovrannaturali. L’atmosfera non si rasserena con Raamat (7 min.), una sorta di “om” ornato di gorgoglii acquatici. Il cubismo ritmico di Viite (quasi 8 min.) è un nevrotico intrecciarsi di frammenti ritmici e melodici, ad un passo dai meccanismi industriali.

La prima composizione estesa è Huone (22 min.), che parte stranamente da un battito Techno, ingloba una linea di basso quasi canonica e mostra il lato più Minimal Techno del progetto. Dopo il decimo minuto strati di fruscii ed un asimmetrico ritmo Dub trasformano il panorama ritmico in un astratto insieme di gesti sonori. Lentamente il ritmo risorge, ed al 14esimo minuto si ristabilisce, pur con i dettagli Glitch.

Karrha (quasi 12 min.) parte da tutt’altro, in un astratto deserto ghiacciato di droni lontanissimi, lentamente attratti da spirali di sordi tonfi, mutando quindi in un ballo alieno remotamente perduto nel cosmo. Lentamente nuovi rombi, ritmi sommersi, fruscii oscuri si aggiungono: è la Techno più astratta ed aliena, qualcosa oltre Plastikman ed il suo Consumed, che usa il minimalismo come possibilità ritmica in quadri sonori astratti.

Pietola (16 min. e mezzo) è un sommerso pow wow minimale attorno ad un focolare che scoppietta. Danza rituale cosmica, aliena, viionaria e fantascientifica. Apoteosi minimale, è la sua versione dei capolavori di Terry Riley.

Oscuro e minaccioso, visionario e drammatico, ostico e minimale, Multila è un altro album di grande caratura, dove le composizioni garantiscono viaggi mentali ipnotici e coinvolgenti.

Ripatti diventa più ambizioso con il successivo Anima (2001), una delle opere più importanti degli anni Zero. In un’unica composizione di 62 minuti gli spunti degli album precedenti si cristallizzano in una magnifica giostra eterea di suoni e melodie.

Frammenti House, rintocchi ritmici, astratte linee di basso, filamenti di synth, droni celestiali, subsonici rombi, meccanici singulti, riverberanti battiti, ipnotiche ripetizioni: Anima è più della somma di tutto questo, è un viaggio fra sogno e realtà, fra visione e stupore. Mille possibili musiche vengono suggerite, ma è continuo il processo di mutazione. Sembra di rivedere la storia dell’Elettronica minimale con il time-lapse, scartando fra un disco e l’altro, fra un brano e l’altro. Anima, in un certo senso, è il riassunto di tutta l’Elettronica minimale, un impossibile e per questo magnifico bignami di centinaia di melodie, di arrangiamenti stratificati, di ripetizioni ipnotiche, di suoni subacquei.

Il mood è rilassato, elegante, sensuale. Il marasma sonoro emana un tepore accogliente, quasi in contrasto con la natura pienamente sperimentale dell’opera.

Anima è astratto, non incomprensibile. Questo poema elettronico vive dei contrasti fra i morbidissimi accordi sullo sfondo, che ciclicamente tornano, ed i frammenti ritmico/melodici che si ripresentano, mutanti, come da contrasto cromatico. Anima è sperimentale, ma non è ostico. L’ascolto è affascinante, visionario, metafisico, incorporeo, e nella sua complessità è perfetto anche come musica d’atmosfera.

Anima è una delle più trascendentali opere degli anni Zero. Ha una sensibilità New Age, mistica e liturgica.

Forse c’è qualche eco di Schulze, ma senza il senso del dramma cosmico, senza la lugubre atmosfera funebre. Qua e là può rievocare i poemi elettronici di Jarre, ma senza ritmo, senza una chiara impalcatura melodica, e calati in un Universo House, Minimal House, Minimal Techno e Dub, nonché Ambient. Forse Anima è l’evoluzione della musica ambientale di Brian Eno, portata nell’era del collage, venata di una libertà espressiva Jazz, sormontata da una serie di avvolgenti stratificazioni.

Quel che è certo è che Anima costringe a ripensare all’Elettronica ambientale ed astratta, proponendola come musica mistica come la New Age e sperimentale come l’Avanguardia, al contempo fruibile ed innovativa.

Demo(n) Tracks (2004) frammenta le idee di Anima in brani più brevi, guidati dal fil rouge di un Dub ambientale, atmosferico e remoto. Il clima è forse leggermente più cupo, seppure momenti d’estasi come Kotilainen siano ancora stupefacenti. La visione futuristica di Onttola, urban music per il 22esimo secolo ed il Dub meccanico di Kainuu sono altri momenti da ricordare, ma siamo distanti dall’eccezionalità di Anima.

The Four Quarters (2005) torna a composizione lunghe, qua sostanzialmente un’ora divisa in quattro brani, quasi equamente. The First Quarter (15 min. e mezzo) è un Ambient/Dub astratta, meccanica ed onirica, ma incapace di replicare le visioni metafisiche di Anima. The Second Quarter (15 min.) è più peculiare: esce da una nebbia leggerissima, si palesa in suoni soffusi, che fluttuano nel vuoto, senza peso, leggeri ed irreali. The Third Quarter (14 min. e mezzo) si apre imponente, con un riecheggiare ferroviario che poi muta in una sorta di field recording immaginario di una Techno/Dub fra arcaico e futuristico, neo-primitiva. Il finale e subsonico.

La chiusura, con The Fourth Quarter, ammicca al Jazz, pur visto da un punto d’osservazione Ambient/Dub, onirico, trasognato, impalpabile, visionario. Si tratta della novità maggiore di un album che riprende soprattutto il discorso di Anima, in un formato meno mastodontico ed epico.

Whistleblower (2007) è un’altro viaggio sonoro da ricordare. Nell’opener, anche title-track, frammenti ritmici di tamburi si aggiungono ad un paesaggio al solito astratto e visionario: è l’epilessi del Jazz in un Ambient celestiale. La più meccanica Wanted To (12 min.) non è da meno: dondola sulle note, come se rimbalzasse, ed ogni tanto fa intuire relazioni lontane con la Techno ed il Nu Jazz.

Nuove mutazioni di Anima in I Saw A Polysexual, verso toni industriali e robotici, e si arriva a Recovery IDea: 10 minuti di fluttuazioni elettriche, di suoni da field recordings sci-fi e poi, lentamente, l’affermarsi di un ritmo chiaro, ciclico, semplice, ipnotico. Un riavvicinamento, pur timido, ad una forma Minimal Techno più ovvia, senza perdere sensualità ed eleganza.

Tummaa (2009) cambia le carte in tavola. Si tratta di una collaborazione con il compositore Craig Armstrong e Lucio Capece, impegnati rispettivamente al pianoforte et similia e sassofono e clarinetto. Il risultato è un Jazz astratto ed elegante, lounge music del futuro.

Mustelmia (8 min. di dissonanze Jazz ed elettronica spastica) e Musta Planeetta (5 min. di etno-Ambient/Jazz di grande atmosfera) sono un po’ il centro dell’opera, che contiene anche il mostro industriale di Toive.

La maggior parte del disco propone una commistione Minimal/Ambient/Jazz affascinante ma non entusiasmante (Melankolia, Tummaa ecc.).

Vantaa (2011) contiene il capolavoro Lauma, delirio tribale intenso e violento come non mai nella sua carriera, estasi rituale e tribale di una Techno assassina e visionaria al contempo. In generale è un album molto più fisico, frenetico, dinamico rispetto al resto della discografia.

Luotasi apre lentamente, ma già la seconda Henki dimostra di essere costruita attorno ad un profondo loop Dub, così come Lipite e Narri. Astratto e visionario, questo mix sonoro è comunque votato ad una ciclicità ritmica meno imprevedibile che in passato. Gli apici di questo nuovo corso, oltre all’estrema e già citata Lauma, sono la title-track (borborigmi ritmici ipnotici) e Levite, Minimal Techno d’alta classe.

Vantaa non è un capolavoro, ma un nuovo corso che cerca nuovi spunti in territori diversi da quelli battuti in passato. Vantaa è una nuova sfida, che riparte dalle origini del progetto, epurandolo del clima glaciale e rivalutando una dimensione più fisica e ritmica.

Kuopio (2012) segue il riavvicinamento al ritmo di Vantaa, tanto da proporsi come il più orecchiabile ed immediato degli album della discografia. La locomotiva di Vastaa apre per la pulsazione con fiammeggianti astrazioni di Hetkonen (9 min. e mezzo), seguita dall’House eterea di Avanne (8 min.).

Dopo una lunga carriera, veder affiorare Kellute da una coltre nebbiosa è comunque emozionante, anche se c’è poco di nuovo. Molto più ricordevole, nel contesto della discografia, Osottava, con un frenetico sequencer a fungere da ipnotica struttura ritmica, fino a quando, come dopo un lunghissimo crescendo, il brano si fa guidare da un più lineare ritmo ciclico. Qua la Techno che appare fra le nebbie è come visionaria, con i fumi di synth che sovrastano il ritmo in loop ossessivo.

La Techno piena di “glitch” di Marsila è un altro momento di elegante rivistazione del verbo minimale, con furiosi momenti ritmici. Hitto è sulla stessa linea, solo più Techno.

Il meglio dell’album arriva in chiusura, con Kuuluuko: una bolla ritmica funge da ritmo ossessivo, mentre si fluttua in un cosmo alieno. Onirico, etereo, irreale, questo amalgama sonoro è, come i capolavori del passato, soprattutto suggestione.

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Voti:

Entain – 8
Multila – 8
Anima – 9
Demo(n) Tracks – 7
The Four Quarters – 7
Whistleblower – 7
Tummaa – 6
Vantaa – 7
Kuopio – 7

Le migliori canzoni di Vladislav Delay

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