Ne Obliviscaris – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Ne Obliviscaris

Ne Obliviscaris è una formazione di Progressive Metal estremo australiana che ha esordito con l’intrigante Portal Of I (2012), un album che tenta di fondere Prog-Metal, estremismi Black Metal ed il peculiare uso dei violini.

La violenta e lunga Tapestry of the Starless Abstract (12 min.) apre grandiosamente l’opera, instillando quell’epica che poi farà da fil rouge per tutto l’album. La composizione è acrobatica e rocambolesca, con sovrapposizioni di voci in clean molto melodiche e feroci assalti di mosrtuose vocals Black Metal. Al terzo minuto tutto si stempera fino ad una malinconica danza Folk che sopraggiunge poco prima del quarto minuto; il violino è protagonista. La danza diventa un arpeggio dimesso, solitario e scarno, che prosegue anche quando si aggiunge un pianto di violino. Si giunge quasi al settimo minuto per la ripartenza, con un terrificante riff fratturato, con mulinelli melodici ed il violino che volteggia librandosi su tutto. In uno sfoggio di grandiosa epica musicale, il brano prosegue con un arrangiamento maestoso, un tappeto di doppia cassa ed armonie a più voci (mostruose ed operistiche, gotiche ed inumane). Come in una piece teatrale votata allo spettacolo visivo, la band punta tutto su intrecci fantasmagorici ed arrangiamenti possenti, oniugando violenza ed eleganza, emozione e geometrica precisione, ispirandosi tanto ai chirurgici maestri del Prog come i Dream Theater quanto agli estremisti più visionari come Animal As Leaders, senza disdegnare la violenza del Black Metal e gli assalti ritmici più incompromissori, per i quali un buon punto di riferimento possono essere formazioni come i Mitochondrion. In questo equilibrio, la formazione si dimostra capace di stupire.

Quel che segue si mantiene, in modo piuttosto elastico, sul modello d’apertura. Xenoflux (10 min) ha sfuriate Black/Death impressionanti attorno al quarto minuto ed un lungo momento atmosferico prima dell’epico e maestoso finale.

Parte gentile Of the Leper Butterflies, ma dopo viene ingoiata da un gorgo assassino e violentissimo, chiudendo con virtuosismi chitarristi in un clima di pomposo Prog-Metal ornato di violini.

Forget Not (12 min.) è uno dei vertici dell’opera. Si apre con una danza Folk/Metal che ha poco a che fare con una danza da sagra paesana, ed è più un disperato canto di solitudine del violino. Dopo quattro minuti rimane solo una chitarra e lentamente la danza riprende, questa volta giungendo anche ad integrare un pianoforte ed un assalto di doppia-cassa; il tutto, senza interventi vocali, che iniziano delicatamente al sesto minuto, con un canto melodico e pacato. Lentamente alla voce in clean si sovrappone un brutale growl, ma l’impalcatura del brano rimane malinconica, semmai è fortissimo l’impatto “epico” del maestoso arrangiamento. Al nono minuto un assolo di chitarra si staglia su tutto, e poco dopo il compatto assalto scopre dinamiche Fusion, ornate comunque dal violino. In una costante e fantasiosa variazione, il brano chiude dando pieno sfoggio della potenza e della duttilità della formazione: si ha il tempo di rievocare il tema vocale melodico, facendolo contrastare con il growl brutale; c’è tempo per guidare lunghi affondi melodici con deliranti assalti di doppia cassa; infine, c’è persino spazio per un falsetto. L’impressione è che la composizione avvenga a più livelli, come se la formazione abbia tentato di sovrapporre più che intermediare più stili musicali.

And Plague Flowers the Kaleidoscope (11 min. e mezzo) apre con una danza Folk, poi contaminata dal Metal estremo. Lunghi momenti strumentali portano fino al quinto minuto, dove un Thrash/Groove Metal estremo diventa protagonista, con virtuosismi di basso e voci Black Metal. Proprio da un Black Metal melodico nasce la lunga parentesi per voce melodica prima del finale pirotecnico e vicino al Djent.

As Icicles Fall (9 min. e mezzo) è incapace di sfruttare le variazioni di stile come negli altri brani, e rischia di appiattirsi su un caotico sovrapporsi di stili.

Meglio la closer Of Petrichor Weaves Black Noise (11 min.), che commistiona come loro sanno fare vari stili Metal, con gli ormai già conosciuti passaggi di violini, che in questo caso chiudono con gentilezza il brano e l’album.

Citadel (2014) è ambizioso nella forma e nei contenuti. L’opera gravita attorno a due composizioni estese. La prima, Painters Of The Tempest, si divide in tre parti e supera i 23 minuti totali. Si apre con un affresco drammatico e prolisso per violino ma arriva al cuore solo dopo, in un amalgama di Metal estremo, un caos che poi lascia spazio di nuovo al violino per un saltellante intermezzo Folk; trovata una struttura quasi sinfonica, si torna a un violentissimo attacco Metal, mitigato da voci operistiche sullo sfondo; una nuova pausa degna dei più corrivi e melodici Dream Theater, anticipa una nuova esplosione, un alternarsi che si ripete anche più in là nella composizione. Al decimo minuto dall’inizio del disco ci si ritrova in una sorta di Fusion/Prog-Rock anni ’80 resa poi un po’ più peculiare da un nuovo intervento di violino. Nuovi assalti al 13esimo minuto, una pausa piena di suspense, frattaglie Black e Death Metal e intrecci melodici portano a un’arioso canto melodico sul finire della seconda parte, oltre il 18esimo minuto. La terza parte è Folk per violino e chitarra superfluo come quello d’apertura.

Phyrric (10 min.) è il brano più “breve”, racchiuso fra le due suite. Attacca violentissima, Djent/Death/Black che dopo un intensissimo minuto lascia trapelare melodie devastanti; al secondo minuto lo straziante clima drammatico è completato da un assolo labirintico; l’intreccio virtuosistico prosegue fino al quarto minuto, dunque il ritmo rallenta e il muro sonoro si dirada relativamente, tanto che al quinto minuto interviene una voce in clean, pur supportata da un arrangiamento terremotante. Segue una vera pausa di desolante Post-Rock, prima dell’imponente finale fra efferatezze, dramma e malinconia, con un suono tanto stratificato da suonare sinfonico, maestoso, colossale.

Devour Me, Colossus (2 parti, 15 min.) apre con un Metal progressivo e tecnico, con mitragliate ritmiche unite a un canto dolce, dunque aggiunge voce in growl alla formula e alterna le due anime, accelerando in ossessive esplosioni Death/Grind. Al quinto minuto una pausa dominata dal violino porta in territori Prog-Rock, con spunti Jazz; si deve arrivare quasi all’ottavo minuto per riguadagnare intensità, quindi esplodere in un Death violentissimo, con epilessi ritmiche Grind e virtuosismi catastrofici soprattutto alla batteria. Al nono minuto un matematico ritmo Jazz innesca un poliritmo Djent, struttura su cui poggiano l’assolo di chitarra che anticipa l’ultimo intervento vocale, un intreccio di growl e clean che porta fino alla seconda parte, poco più che un’outro di violino.

Citadel, come Portal Of I, è una maestosa sintesi del Metal, un Prog-Metal ampio e onnivoro, che fonde Black, Death, Grind, Djent, Prog-Rock, Jazz e Folk. Il suo limite sta nel far fruttare poco gli elementi meno irruenti del mix, come i passaggi Prog-Rock, quelli in area Fusion e quelli Folk o classicheggianti, tanto che entrambe le suite potevano sforbiciare intro e outro senza perdere molto in termini di contenuti. L’impressione è che l’ambizione delle composizioni lunghe abbia fiaccato le valevoli idee presenti nell’opera. Rimane comunque spaventoso il loro sound, capace di sovrapporre melodia, ferocia, precisione e caos come pochi altri.

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Voti:

Portal Of I  –  6,5
Citadel – 6,5

Le migliori canzoni dei Ne Obliviscaris

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