Death In June – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Death In June

Gli inglesi Death In June guidati da Douglas Pearce fanno parte del movimento Neofolk, pur essendo nati dalle ceneri del Post-Punk.

L’esordio The Guilty Have No Pride (1983) deve ancora qualcosa al Post-Punk, soprattutto il ritmo ossessivo, qualche spunto industriale, una desolazione angosciante. Till the Living Flesh is Burned è in fondo una mutazione dei Joy Division, venati di un chitarrismo più free. L’angosciante All Alone In Her Nirvana è il primo dei loro classici, un assalto ansiogeno senza molti compromessi. Qualche tocco di classe negli arrangiamenti rende più personale il sound; il rullante marziale, i campanellini e la tromba in State Laughter; bave psichedeliche e tromba funebre in Nation.

Nella riedizione su CD dell’esordio, datata 1990, compaiono anche i rintocchi sinistri di Holy Water, anche lei sulla scia dei più cupi Joy Division, e l’incubo angosciante di We Drive East.

Caratterizzati da un’immagine ambigua, con riferimenti nazisti ed un alone quasi mistico, i Death In June costruiscono lentamente un immaginario lugubre, pieno di simbolismi oscuri al limite dell’esoterico.

Il secondo album, Burial (1984), sembra alquanto indeciso sul dove far evolvere il sound Post-Punk dell’esordio. L’agitato Folk di protesta di Death Of The West è poco più che una curiosità, nonostante sia amata dal loro pubblico, e la successiva Fields è semplicemente una rilettura di Public Image Ltd. e Joy Division. La lamentosa Nirvana ha giusto un po’ più di carisma nel suo intreccio di baritono lugubre, rullante marziali e cori gotici. Il proclama gotico di Sons Of Europe sembra appena abbozzato, tanto che viene troncato quando sembrava svilupparsi in qualcosa di più ambizioso.

L’unico brano da ricordare dell’opera sono i sette minuti di Black Radio, un ipnotico groove Post-Punk sormontato da nastri capovolti, algidi strilli di tromba ed uno sferragliare dimesso di chitarre.

Tutta la seconda parte dell’album è un documento live di qualità mediocre, che trasmette un clima ai limiti del rituale esoterico.

Il chitarrista Douglas Pearce, che fino a questo momento ha diviso il gruppo con il cantante Tony Wakeford, rimane solo per Nada (1985), l’album che inizia a definire la forma “matura” della band. Sempre più gotici, ritualistici ed esoterici, i Death In June iniziano ad integrare elemeti di Folk esoterico/liturgico, qui supportati da una forte componente elettronica che scomparirà in futuro. L’esempio maggiore in questo senso è Fields Of Rape: droni minacciosi, allucinazioni horror, uno strimpellare Folk remoto e lontano, nonché malinconico.

Il secondo momento da ricordare è The Honour of Silence, lamento da moribondo pieno di epica à la Morricone, poggiato su uno scarno Folk dal sapore western. Il terzo è la spettrale Crush My Love, carillon ectoplasmatico.

Il momento più orecchiabile, per quanto possa valere, è She Said Destroy. I momenti più ballabili sono tutti trascurabili. Meglio quando il clima si fa industriale ed ossessivo, come in C’Est Un Reve.

La ristampa comprende anche la cupa messa elettronica Last Farewell e soprattutto The Torture Garden, uno dei loro brani maggiori del periodo.

Nada mostra una band ancora immatura nello sviluppare alcune idee (Leper Lord), poco personale in alcune composizioni ma che sa anche far trasparire, fra alti e bassi, un certo carisma esoterico e gotico.

The World That Summer (1986) è il primo album davvero da ricordare dei Death In June, ed è influenzato dalla figura di David Tibet, che collabora sotto uno pseudonimo. L’alone messianico, lugubre e mistico è più forte che mai, mentre si è persa la carica Post-Punk, tramutatasi spesso in un meccanico procedere che richiama semmai gli incubi Industrial.

L’apertura con Blood Of Winter, canto algido e triste su uno stentoreo ritmo meccanico, con decorazioni di trombe funeree e qualche nota di chitarra, è di diritto una delle più grandi prove dell’intera carriera.

Il lugubre e caotico Folk di Torture By Roses è ancora più suggestivo: miasmi di voci dell’altro mondo trasformano un brano Folk dimesso, sormontato anche da orchestrazioni gelide a base di synth.

Il capolavoro dell’opera è Come Before Christ And Murder Love, un lugubre Folk dove una possente base ritmica si contrappone a campanellini sognanti, campane e trombe umbratili.

Da ricordare anche la violenta e stentorea Blood Victory, con i suoi toni militareschi.

Impossibile non parlare dei 15 min. e mezzo di Death Of A Man, il momento “sperimentale” dell’opera. Pur prolisso e debitore degli incubi di band come i Throbbing Gristle e gli Einsturzende Neubauten, la lunga composizione mostra ambizione ed un macabro senso del caos, soprattutto affastellando voci e versi più o meno animaleschi.

Il resto dell’opera ripropone composizioni elettroniche (Hidden Among The Leaves, Love Murder) e qualche brano più chiaramente figlio del ballabile ottantiano, come Rule Again (con doppia voce e momenti di furioso espressionismo). L’elemento Folk è più presente, come si sente anche in Rocking Horse Night, pur virato verso un tono funebre. I tre strumentali che chiudono l’opera, versioni senza cantato di altri brani dell’album, sono però puro e semplice riempitivo.

Brown Book (1987) punta su un immaginario bellico, un gusto lugubre e grottesco e molti elementi Folk. L’apertura è dissacrante con la breve Heilige Tod ma è Touch Defiles a definire l’estetica dell’opera: Folk fosco e melodico, con arrangiamenti suntuosi ed a tratti cacofonici. Su questo canovaccio prosegue quindi Hail! The White Grain, fino a giungere a Runes And Men, il momento maggiore di questo Neofolk: una depressa confessione Folk, scarna e scheletrica, con suoni di guerra sullo sfondo.

Dopo una pausa di voci sparse in Red Dog Black Dog, interlocutoria, riapre sul Folk lugubre di The Fog Of World, fra gemiti infantili. Più originale l’incubo per ritmo meccanico di We Are The Lust, atmosfera da thriller psicologico inclusa nel prezzo.

L’orrore nazista viene celebrato (con disgusto o con macabra estetizzazione non si sa) nella title-track, che include l’Horst Wessel Lied, inno delle SS.

Brown Book è un viaggio nel male dell’umanità, in un baratro di spleen esistenziale nerissimo. Pearce per trasmetterlo usa toni messianici un po’ ritriti ed un Folk intimista e sceheltrico che aggiunge al canone Folk giusto qualche sfumatura lugubre e qualche clangore industriale, nonché qualche suono di guerra. Brown Book non è un capolavoro, difficilmente riesce a stupire e travolgere per creatività ed innovazione, ma tuttavia colpisce per la sua estetica negativa, tragica, pessimista.

Wall Of Sacrifice (1989) è un delirio ostico, come se Pearce stesse affogando nell’abisso della sua angoscia. L’album si apre con i 16 tortuosi minuti di The Wall of Sacrifice, una pastiche un po’ Industrial con richiami al Folk tedesco ed alle marce militari. Il finale è altrettanto ostico, con l’ossessiva cacofonia di Death is a Drummer (9 min.). Niente di questi due brani però vale i 25 minuti totali che vengono richiesti all’ascoltatore, e la sperimentazione sembra spesso naif.

Nel resto del disco Pearce si chiude in un ermetismo esasperato, come in Giddy Giddy Carousel. Ma oltre all’angoscia ed alla sofferenza, c’è poco di cui parlare. Musicalmente, si tratta spesso di Folk, musica militare e arrangiamenti sopra le righe, e poco più.

But, What Ends When the Symbols Shatter? (1992) è di gran lunga il più Folk degli album finora pubblicati. La chitarra acustica è l’anima dell’opera, mentre arrangiamenti spettrali e tetri sono l’altro elemento fondante: nessuna delle due componenti eccelle. La quasi onirica Death Is the Martyr of Beauty, la delicata Little Black Angel, la sospirata Giddy Edge Of Light sono tre versioni della medesima idea: una ballata Folk tradizionale ornata con qualche piccola stravaganza ed annegata in uno spleen decadente. L’ultimo momento notevole in ordine di apparizione è la title-track, che se non altro sfrutta i cori ed i tamburelli per portare un po’ i varietà in un dimesso album di Neofolk che facilmente scivola nella monotonia. Rimane nel cuore una malinconia color seppia, che è forse il maggior lascito dell’opera.

Rose Clouds Of Holocaust (1995) è l’apice barocco di queste ballate funebri, con un’estetica che a tratti collima con l’etereo ed il paradisiaco nello stesso modo con cui lo fanno alcuni riti funebri, fra dolore e promessa di pace eterna e serenità sconfinata.

Così scorrono God’s Golden Sperm, Omen-filled Season, Symbols of the Sun e soprattutto The Accidental Protege, tutte fra questo mondo e l’altro. Il fantasma di Cohen arriva a fargli visita in 13 Years of Carrion. Se l’opera non supera mai alcuni evidenti limiti, in primis l’uso della chitarra Folk banale e scontato, non si può che lodare la volontà di redimere questi scarni brani con tocchi di arrangiamento più creativo, e tantomeno si può fare a meno di evidenziare la mancanza di brani inferiori: l’opera si mantiene sul medesimo livello, di poetica triste e mesta, un po’ risaputa ma coesa, coerente, omogenea, tanto da far apprezzare l’opera soprattutto nel suo insieme. Fino alla chiusura, con l’affascinante title-track, sembra di assistere ad un unico flusso sonoro, del medesimo animo emotivo, consumato, decadente, raffinato.

Occidental Martyr (1995) ripropone alcuni testi con uno stile teatrale.

La rinascista della band avviene nel 1998, con la collaborazione con Albun Julius (Der Blutarsch). L’album che mette a frutto questa collaborazione è Take Care & Control (1998), e vi abbondano spunti neo-classici, sin dall’inizio. Il clima è da apocalisse, ossessivo, claustrofobico, sofferente. Scomparsa quasi del tutto la chitarra Folk, usata solo nella lugubre Kameradschaft, si è tornati in qualche modo ai brani ritmici degli esordi, ma con una patina più classicheggiante che Post-Punk (la danza rituale di Little Blue Butterfly).

Spesso la musica sembra semplicemente la resa sonora delle più oscure ossessioni, come nella grigia The Bunker, nella danza vodoo di A Slaughter of Roses, nell’informe gorgo da thriller psicologico di The November Men (quasi 8 min.), il momento maggiore dell’opera.

Abbondano richiami ad una musica bellica austera, come in Power Has a Fragrance e nella superflua The Odin Hour. Il caos cacofonico di Wolf Angel chiude con una provocazione fine a se stessa.

Nel complesso la band si rinnova, ma ripescando nel più maestoso sound della Classica, oppure tendendo all’astratto e funebre gorgo sonoro. Non sempre l’ostico risultato vale l’ascolto.

Operation Hummingbird (2000) è un mini-album meno lugubre, ma ugualmente bellico (Kapitulation, Winter Eagle ed i richiami di Wagner). the Snows of the Enemy è l’ideale incontro fra marcia meccanica e ballata Folk, ed è l’unico momento degno del canzoniere migliore.

All Pigs Must Die (2001) unisce le ballate Folk, rispolverate per l’occasione, con qualche tendenza più “sperimentale”, nel senso qualcosa che sarebbe suonato innovatio vent’anni prima. Si può salvare forse We Said Destroy II, ma non c’è da stupirsi per qualche delirio cacofonico in Flies Have Their House ed in genere non c’è niente di innovativo nel Noise della seconda parte del disco.

Alarm Agents (2004) con Boyd Rice sembra diluire poche idee in troppo tempo, tanto che molti brani sembrano stralci trascurabili ed inconclusi.

The Rule Of Thirds (2008), seguendo una ormai collaudata carriera di ripensamenti e cambiamenti, ritorna al suono Folk ed alle ballate guidate dalla chitarra. C’è ancora la classe di un decano della musica, ormai cinquantenne, in brani come The Glass Coffin. Tutto l’album però rimane su questo risaputo modello, e non aggiunge praticamente nulla a quanto già suonato precedente. Solo per fan.

Peaceful Snow (2010) riduce tutto ad una serie di ballate di pianoforte.

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Voti:

The Guilty Have No Pride – 5,5
Burial – 5,5
Nada – 6
The World That Summer – 6,5
Brown Book – 6,5
Wall Of Sacrifice – 5,5
But, What Ends When the Symbols Shatter? – 6
Rose Clouds Of Holocaust – 6,5
Occidental Martyr – 3
Take Care & Control – 5,5
Operation Hummingbird – 5
All Pigs Must Die – 5
Alarm Agents – 5
The Rule Of Thirds – 4,5
Peaceful Snow – 3

Le migliori canzoni dei Death In June

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