Bill Fay – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

L’inglese Bill Fay è un cantautore e pianista inglese che è da sempre appartenuta alla Storia “segreta” della Musica. Comparso sulle scene negli anni ’70, è scomparso dalle scene per quarant’anni ed è tornato facendo riscoprire un artista dimenticato che meritava più attenzione di quella ricevuta.

L’esordio Bill Fay (1970) lo propone come un cantautore elegante e sentimentale, attratto da un sound barocco e drammatico (si sentano The Sun Is Bored, Narrow Way, Goodnight Stan ecc). Per quanto accorato, quest’album non riesce a svettare per peculiairtà.

Il b-side Screams In The Ears lo propone come un interprete di quel Blue-Rock potente à la House Of The Rising Sun interpretata dagli Animals.

Il successivo Time Of The Last Persecution (1972) aggiunge a quello stile commosso e sentimentale una maggiore inquietudine, rincarando anche i riferimenti al sacro, in particolare alla Bibbia.

L’album parte in sordina, poi ‘Til Christ Come Back prova una sorta di Prog-Folk/Rock pirotecnico. L’assolo di chitarra elettrica in fondo a Relese Is In The Eye, piuttosto free-form, anticipa una seconda parte dell’album sorprendentemente stravagante. La commovente Laughing Man, uno dei gioielli della carriera, trasforma il tormento emotivo in un finale di free-form chitarristico. Sul modello della jam chitarristica da ballata Psych Rock si muove invece Inside The Keepers Pantry. L’apice creativo si ha con la tragica e funebre Time of the Last Persecution, con i suoi momenti di scatenato Free-Jazz. Il Free Jazz ricompare anche in Come A Day.

Time Of The Last Persecution è un album particolare: dopo una prima parte tutto sommato canonico, che si ricorda per il trasporto emotivo, lo sviluppo è tormentato. Gli spasimi interiori si tramutano in un chitarrismo free-form, accenni di jam, nevrotici scatti Free-Jazz. Sembra che Fay compia questa mutazione “nel corso” dell’opera, come se si trattasse di un effetto delle proprie tormentate riflessioni.

Fay è lontano anni luce dalle fusioni di Jazz, free-form e cantautorato di cui è capace, per dire, un Tim Buckley, ma quest’album ha una sua peculiarità e non merita l’oblio che ha avuto. Se Michale Jackson avesse inserito 5 secondi di Free-Jazz in una sua canzone, lo troveremmo scritto anche nei cimiteri, mentre Fay non ha ricevuto riconoscimento per la sua audacia.

Life Is People (2012) segna il ritorno in studio dopo oltre quarant’anni come solista (c’è stato un ritorno a metà anni Zero con la Bill Fay Group). Si tratta di una accorato album cantautorale che potrebbe essere stato scritto quarant’anni prima, e sfrutta solo qualche piccolo trucco della modernità. La tormentata Big Painter (un sussurro lugubre) e le lente e solenni Never Ending Happening e The Healing Day sono momenti appena degni di citazione, ma la sognante e notturna City Of Dreams, una confessione ornata da bave di chitarra elettrica, merita di essere ricordata. Il secondo vertice è Thank You Lord, una sofferta confessione religiosa, una tormentata ed intima preghiera.

Il trittico maggiore è concluso dalla lunga e liturgica Cosmic Concerto, che giunge quasi agli 8 minuti e ripesca l’estetica del Gospel, pur con sfarzosi arrangiamenti orchestrali ed echi psichedelici.

Life Is People non è un capolavoro, semmai è una tardiva concretazione in musica del talento non eccezionale ma comunque meritevole di citazione di un cantautore dimenticato.

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Voti:

Bill Fay – 5
Time Of The Last Persecution – 6,5
Life Is People – 6

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