Stevie Wonder – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Stevie Wonder

Stevland Hardaway Judkins è rimasto nella storia della musica Pop e Soul con il nome di Stevie Wonder, bambino prodigio afflitto da una cecità sopravvenuta poco dopo la nascita. Abile polistrumentista, Wonder è stato una delle bandiere della Motown, ed ha saputo dimostrare la propria duttilità come musicista in vari contesti musicali, principalmente afferenti agli universi Pop, Soul, Funk e Jazz.

Ad appena dodici anni Wonder pubblica The Jazz Soul of Little Stevie (1962), che lo propone come polistrumentista e bambino-prodigio, e Tribute to Uncle Ray (1962) che cerca di proporre un accostamento con Ray Charles, sfruttando probabilmente la somiglianza dovuta alla cecità. Sono album pretestuosi, dove Wonder è sfruttato quasi come un’attrazione circense, nel disperato tentativo di fare cassa.

Fingertips (Pt. 2), un singolo del 1963, fa scoprire le doti di entertainer giocoso ed energico del piccolo Stevie. Wonder suona bonghi ed armonica, oltre a cantare.

With a Song in My Heart (1963) è ancora senza personalità e Stevie at the Beach (1964) tenta persino di farlo saltare sul carro della surf music, fallendo su tutti i fronti. Hey Harmonica Man è un tiepido successo di uno stile che verrà abbandonato presto.

Il salto di qualità si ha con Up-Tight (1966), il primo lavoro degno di qualche attenzione, se non altro per la title-track. Blowin’ in the Wind lo fa conoscere anche al pubblico Folk, ed inizia un avvicinamento al pubblico di massa che si compirà negli anni successivi. L’album è anche un classico del sound della Motown.

Down to Earth (1966) contiene il valevole singolo A Place in the Sun ed è il momento del passaggio di Wonder da bambino prodigio ad adulto. Il materiale appare però ancora poco ispirato e costituito soprattutto da cover, come dimostrano I Was Made to Love Her (1967) e la strenna natalizia di Someday at Christmas (1967). Eivets Rednow (1968) è un album strumentale.

L’album del 1968, For Once in My Life (1968) è una pietra miliare della carriera, perché lentamente alza di una spanna il livello artistico di Wonder. Un album à la Motown, pieno di R’n’B, incalzante e graffiante. Lo shout di Shoo-Be-Doo-Be-Doo-Da-Day, la frizzante I Wanna Make Her Love Me, l’esplosiva ballata I Don’t Know Why sono nuovi classici del suo repertorio.

My Cherie Amour (1969) contiene almeno la title-track, sensuale e dolce, e la grandiosa Yester-Me, Yester-You, Yesterday, uno dei capolavori di Wonder (scritta da Ron Miller e Bryan Wells). Nel complesso l’album è un prodotto adulto, serio e sensuale, e Wonder ha modo di mostrarsi come cantante, interprete consumato (per esempio in Light My Fire dei Doors) e coautore in cinque brani.

Signed Sealed And Delivered (1970) si ricorda per la graffiante title-track, che è uno dei capolavori canori di Wonder. L’anima Gospel di Heaven Help Us All si unisce al ritmo più Funk di You Can’t Judge a Book By Its Cover, e delinea un po’ le due anime dell’album: quella più ritmica e quella più emotiva. I Can’t Let My Heaven Walk Away è, se non altro, un grande momento vocale per Wonder.

Music Of My Mind (1972) è l’inizio del periodo classico, quello che dopo le promesse più o meno mantenute degli album di fine anni ’60 pone Wonder nell’Olimpo del Soul-Pop. Arrangiamenti ricercati, ricchi di groove sensuali, vocoder, sintetizzatori e tutto un arsenale di strumenti più o meno esotici permettono a Wonder di formalizzare uno stile fra il Funk, il Soul e la jam Elettro-Dance.

I primi esempi notevoli sono i brani estesi come Love Having You Around (7 min. e mezzo), un Funk/Soul con trombone, e Superwoman (Where Were You When I Needed You) (8 min.), una sensuale e morbidissima ballata che diventa un pretesto per una jam etno-Jazz-Soul-Pop-Folk. Il terzo brano “esteso” è Keep On Running, Funk di sintetizzatori e movenze robotiche, l’apice tecnologico del disco.

I brani che seguono, più brevi, riescono nel Gospel-Folk di Happier Than The Morning Sun e soprattutto nel Soul-Pop esotico di Girl Blue, che è un gioiello di musica orecchiabile arrangiata con ricchezza barocca.

Music Of My Mind appartiene a tutt’altra categoria rispetto agli album precedenti: più ambizioso, coeso, ricco negli arrangiamenti, più creativo, più moderno. Finalmente l’enfant prodige riesce a consegnare un album che meriti un posto nella musica da ricordare dell’epoca, e non solo qualche brano ricordevole contornato da trascurabili riempitivi.

Oltre ad un Wonder libero dalle limitazioni che la casa discografica Motown li ha imposto per anni, parte del merito va anche a Robert Margouleff e Malcolm Cecil, che co-producono l’opera.

Talking Book (1972) confermò l’ambizione di Music Of My Mind, trionfando in arrangiamenti elaborati ed in brani orecchiabili ma capaci di intriganti sintesi stilistiche. La caraibica You Are the Sunshine of My Life, grande successo dell’epoca, apre con uno spirito esotico, ma è più peculiare quell’ammicco al Rock di Maybe Your Baby, un Funk commisto ad una chitarra elettrica, che è in grado di trasformare l’enfasi del Soul in un allucinato viaggio psichedelico.

Il sensuale Funk intriso di synth di You’ve Got It Bad Girl è un altro gioiello di synth ed intrecci melodici e vocali, ai limiti dell’onirico e del psichedelico. Superstition è l’apice Funk del disco, un trionfo di groove che entra di diritto nei capolavori del genere.

Spesso siamo al limitare di una jam session, come mostra fra le altre Looking for Another Pure Love, che sembra musica da sottofondo di un night club. In questi casi alla forma suntuosa si unisce a composizioni incapaci di essere incisive, che trionfano nella forma.

Innervisions (1973) è una commistione di Folk, Funk, Soul e ricordi Jazz con una sensibilità tipicamente Pop per la melodia e l’orecchiabilità. I tocchi di “modernità”, sotto forma di synth ed effetti di studio, sono solo la decorazione di un album che è un barocco esperimento di “black music”.

Il Funk psichedelico di Too High, che parla di droga, colpisce più del Folk psichedelico di Visions, che pure ha una sua poetica emozionante ed un arrangiamento classicheggiante ma indubbiamente elegante.

La politica Living For The City, uno dei suoi brani maggiori, propone un Funk per synth e spunti Soul. Il secondo gioiello è Higher Ground, un Funk dal groove accattivante. L’esotica Don’t You Worry ‘Bout a Thing è l’ultimo brano da ricordare, pur ponendosi su un livello più basso.

Più che per qualche innovazione a livello prettamente musicale, l’album si distingue per una forma “classica”, che ben si percepisce in brani come He’s Misstra Know-it-all, All In Love Is Fair e Golden Lady, tutti suntuosi esercizi di stile. Sembra l’istituzionalizzazione delle novità dei precedenti due album.

Acclamatissimo come e forse più dei precedenti, Innervisions non ha la creatività di Music Of My Mind e Talking Book, ed in sostanza si limita a proseguire un discorso già intrapreso nelle opere precedenti, con l’aggiunta di un maggiore interesse per temi “impegnati” (droga, discriminazione ecc.). Il fatto che Wonder suoni tutti gli strumenti in molti dei brani, che utilizzi un sintetizzatore ARP e le sue vicende personali del tempo non bastano a trasformare un buon album in un album ottimo.

Wonder vive un momento di crisi e medita di abbandonare la musica. L’album che segue il ripensamento, è lo sfocato Fulfillingness’ First Finale (1974). Heaven Is 10 Zillion Light Years Away trionfa solo quando torna agli handclap da Gospel, mentre il resto, per quanto “aggiornato” (Boogie On Reggae Woman e You Haven’t Done Nothin’ sfruttano massicciamente i synth ed un sound quasi robotico) non regala grandi sorprese.

Il brano più commovente, They Won’t Go When I Go, è scritto assieme alla sorella Yvonne Wright, e merita almeno lui un posto nel suo canzoniere maggiore.

Nella cornice del periodo “maggiore” di Wonder, quello che inizia con Music Of My Mind, questo è un momento di stanchezza ben mascherata dal talento.

Songs in the Key of Life (1976) è l’imponente, ambizioso doppio album con cui Wonder torna convintamente alla sua veste di istituzione della black music. L’album spazzola praticamente ogni stile che Wonder abbia toccato nella sua carriera, riproponendolo senza quasi mai aggiungere qualcosa di nuovo. Songs in the Key of Life è un album “classico”, nel senso che è incapace di svettare per creatività, per innovazione, per qualche trovata geniale; piuttosto, è un grandioso viaggio musicale nel mondo musicale di Wonder. Arrangiato in modo variegato, con molti spunti classici (per es. Village Ghetto Land) e molte “modernità”, è un album che vale nel complesso, come opera-viaggio, come narrazione musicale di un artista all’apice della sua carriera e forse della sua vita, che ha riscopertoil suo ruolo come musicista. Per tre quarti del tempo, è soprattutto una questione di forma, di mestiere, di esperienza e non di estro, di innovatività, di genialità.

Lo sfavillante Jazz/Funk/Rock del notevole strumentale Contusion e l’impegnata e tenebrosa Pastime Paradise (uno degli apici dell’intera carriera) segnano il primo disco.

Isn’t She Lovely?, una splendida dedica a sua figlia attraversata da una coinvolgente allegria, apre il secondo disco.

Nel seguito si scade nel prolisso: gli 8 min. e mezzo di Black Man, i 7 min. della pur strascinante As e gli 8 min. e mezzo della Disco Another Star (che poteva durarne 3-4 in meno). Le quattro canzoni aggiuntive, originariamente in un EP allegato, sembrano voler dilungare ancora di più un doppio album che soffre di mancanza di sintesi.

Songs in the Key of Life è capace di momenti ricordevoli e di momenti di “maniera”. Un paragone efficace potrebbe essere con The Wall dei Pink Floyd (che verrà pubblicato nel 1979): un doppio album scritto dopo numerosi successi, che ripercorre vari stili già interpretati nella carriera, con la stanchezza creativa ma al contempo con il mestiere dei professionisti della musica.

L’autocompiacersi è alla base di tutto il successivo Stevie Wonder’s Journey Through “The Secret Life of Plants” (1979), una colonna sonora intrisa di profumi New Age, richiami classici, maestose impalcature orchestrali, lunghi strumentali epici. Si tratta di 88 minuti quasi sempre prolissi, sulla scia di una musica da sottofondo, un muzak da erboristeria, un pasticcio New Age simile a quelli che anni dopo si troveranno sulle bancarelle che vendono incensi nei mercatini ambulanti. Wonder interpreta questo spirito e questa filosofia con la sua abilità ma questo non basta a sorreggere l’opera, che diventa sfiancante tanto è inconsistente e prolissa.

Race Babbling (9 min.), relativamente interessante, propone un mix fra Disco Music e Kraftwerk che si dilunga ben oltre il dovuto. L’apice del disco, e l’unico brano sui venti che meriti un posto nel suo canzoniere migliore, è la title-track, dolce, malinconica canzone Folk dimessa.

Nel complesso, l’album è il più debole almeno dai tempi di Music Of My Mind ed ha il piccolo pregio di anticipare di qualche anno l’esplosione della musica New Age, e poco più.

Hotter than July (1980) torna finalmente ad album singoli e ad uno stile più in linea con le doti di Wonder, che si è dimostrato prolisso e dispersivo nei suoi due album doppi. Per buona parte del tempo, si tratta semplicemente di Disco Music e Soul ornati dal gusto melodico di Wonder (per es. Rocket Love e As If You Read My Mind). La “novità” è la passione per la scopiazzatura di Bob Marley in Master Blaster (Jammin’). Happy Birthday è il brano impegnato sul piano sociale, essendo una sorta di proposta in musica del compleanno di Martin Luther King come festa nazionale.

Album decisamente meno prolisso e dispersivo, Hotter Than July ha una coerenza stilistica: Disco, Soul ed un po’ di Funk guidano tutta l’opera, tranne qualche momento Reggae. Non c’è praticamente niente di notevole, di veramente nuovo, di veramente creativo. Per quanto meno sfiancante di The Secret Life of Plants, è un altro album mediocre.

Finalmente Wonder si prende una pausa dalla sua alacre carriera musicale. Nel 1982 pubblica Stevie Wonder’s Original Musiquarium I, una doppia raccolta con quattro nuovi brani fra i quali spicca Do I Do, un Funk di 10 min. e mezzo degno dei Funkadelic.

The Woman in Red (1984) è una nuova colonna sonora, meno mediocre di The Secret Life Of Plants ma comunque poco memorabile, se non fosse per I Just Called to Say I Love You, il suo più grande successo e forse il suo brano Soul-Pop migliore di sempre.

In Square Circle (1985) punta soprattutto sul Funk e su un R’n’B aggiornato al sound del periodo, influenzato dalle invenzione di Moroder e compagnia. Il momento migliore è Part-Time Lover, e non è un capolavoro.

Characters (1987) trionfa ancora sul versante dei suoni moderni, come ben mostrano i Funk elettronici di Dark ‘n’ Lovely, One of a Kind, Skeletons, Get It (con Michael Jackson), mentre per il resto replica numeri già visti e rivisti. Jungle Fever (1991) è una nuova colonna sonora, senza nulla di memorabile da ricordare.

Quando Wonder torna ad un album di studio, nel 1995 con Conversation Peace, l’impressione è che la sua vena creativa sia completamente arida. A Time to Love (2005) lo ripropone con poche e non significative novità nel nuovo millennio.

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Voti:

The Jazz Soul of Little Stevie – 3
Tribute to Uncle Ray – 3
With a Song in My Heart – 3
Stevie at the Beach – 2
Up-Tight – 4
Down to Earth – 4
I Was Made to Love Her – 3
Someday at Christmas – 3
Eivets Rednow – 3
For Once in My Life – 5
My Cherie Amour – 5
Signed Sealed And Delivered – 5
Music Of My Mind – 7
Talkin Book – 7
Innervision – 7
Fulfillingness’ First Finale – 5,5
Songs In The Key Of Life (2 CD) – 6,5
Stevie Wonder’s Journey Through “The Secret Life of Plants” – 5
Hotter than July – 5
Stevie Wonder’s Original Musiquarium I – 7
The Woman in Red – 5
In Square Circle – 4,5
Characters – 5
Jungle Fever – 4
Conversation Peace – 3
A Time to Love – 3

Le migliori canzoni di Stevie Wonder

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