Julia Holter – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Julia Holter

La statunitense Julia Holter è una delle più originali artite della musica statunitense degli anni Dieci. Non solo rievoca la tradizione femminile del Rock, ma la unisce ad una creatività travolgente che le permette di scansare banalità e trivialità.

Tragedy (2011) conta 7 composizioni ed una introduzione, divise in brani brevi (sotto i 4 minuti, ovvero l’introduzione ed altri due) ed altri più estesi (dai quasi 7 ai quasi 10 minuti).

La partenza è affidata alla meccanica e violenta, tragica e sconquassante Try To Make Yourself A Work Of Art, un recitato gelido à la Nico montato su una giostra fuori dal tempo piena di clangori meccanici. I droni minacciosi che affiorano al quarto minuto scompaiono all’improvviso, lasciando l’ascoltatore in un vuoto spettrale degno della più torbida Dark Ambient.

Il viaggio, che è chiaramente verso un inferno emotivo, prosegue in The Falling Age (9 min. e mezzo), che da quella nebbia informe fa affiorare un canto angelico, degno del più delicato e sognante Dream-Pop. Stratificando droni remoti e inquietanti, la Holter costruisce una sorta di elegia Classica della fragilità, che al quinto minuto rivela la sua torbida bellezza: è uno sguardo dritto nell’abisso delle più nere emozioni, è una trenodia di morte e di angoscia.

A spezzare un po’ la tensione c’è Goddess Eyes, intrisa di vocoder: è un altro momento fuori dal tempo, che richiama alla mente la vocalità creativa di Meredith Monk e l’algida bellezza di Nico, con qualche sfumatura New Age à la Enya. Ma è solo un’illusione, perché la chiusura è inquieta, e Interlude è un Dream Pop da liturgia funebre, non certo una banale poesia alla natura. Gli elementi da composizione Classica di stampo funebre sono più che evidenti.

Destabilizzato da questa inquietudine, l’ascoltatore deve afforntare emotivamente Celebration (quasi 10 min.): apertura neostalgica (un po’ à la Colleen) e poi lentamente si arriva ad una sorta di canzoncina da musical, ma lasciata fluttuare nel vuoto; si aggiungono poi drum-machine e strati di synth, un ritmo quasi Techno ed il tutto viene infine lasciato sciogliere in riverberi psichedelici. L’entrata degli ottoni rievoca la malinconia sconfinata di Wyatt, che si intravede anchenelle acrobazie vocali flebili ed eteree, dolci ed emozionanti. I droni e le manipolazioni elettroniche sono solo altri elementi di una composizione d’avanguardia di grande caratura.

So Lillies (7 min. e mezzo) parte come una musica concreta di discorsi e folla, che dopo più di tre minuti viene avvolta in sospiri ed un battito Techno. Lo sviluppo porta i sospiri a diventare allucinazioni mistiche, ed il clavicembalo ripropone il paradosso temporale: questa musica sembra non apaprtenere a nessuna epoca, tanto è forte la sua sintesi di stili, tanto è creativa (succede lo stesso, su altri fronti, con l’esordio di Toby Driver).

Finale (8 min.) è un’austera versione di una visione à la Enya, una sorta di paradisiaca ed anemica danza che diventa una sinfonia di voci sovrapposte, di melodie sovrapposte che si compenetrano e si completano. Si tratta di un grandioso momento di emotività, dove il canto angelico di Lisa Germano incontra la New Age.

Tragedy è un’opera che può vantare composizione che rifuggono praticamente qualsiasi classificazione facile. Dream Pop, New Age, Classica, Drone-Music, Elettronica, Ambient sono solo alcuni elementi. Almeno la dimensione “tempo” va unita a questa analisi dell’ampiezza espressiva: dalla musica medioevale alla Techno, passando per clavincembali settecenteschi e fiati dell’era d’oro del Jazz. Come solo per le grandi opere, la Holter ha consegnato alla storia qualcosa che supera le ovvietà musicali del suo tempo.

Ekstasis (2012) riduce notevolmente la sperimentazione, ma non rinuncia alla creatività. Ci si riavvicina ad uno stile più orecchiabile, a strutture più comuni, ma non mancano stravagante e peculiarità.

Spesso la Holter gioca a mutare dall’orecchiabile all’avanguardia. Lo fa nella splendida Marienbad: due minuti di motivetto saltellante da Chamber Pop, poi battito e ripetizioni Minimal Techno, quindi intrecci vocali dadaisti sostenuti da timpani; marcetta militare, suspense da colonna sonora thriller (con i synth a fare da violini), quindi solo campanacci sperduti. Si riparte con un tamburo militare, riproponendo vocalizzi creativi ed aggiungendo docili melodie di chitarra.

Our Sorrows unisce New Age, psichedelia ed un insistente ritmo quasi Techno, almeno finché la coda non porta ad una Ambient liturgica, tutta affidata alla voce persa nell’Universo.

I Cocteau Twins potrebbero essere la lontana ispirazione del carillon di synth di In The Same Room, il momento più Pop dell’album.

Il ritorno ai capolavori si ha con Boy In The Moon: un gioco di luci psichedeliche introduce una preghiera del vuoto cosmico, un’inno desolante alla solitudine. Il finale è un cosmico sogno di morte galattica, Ambient sognante per un incubo di gelida solitudine. La Holter compone così una delle più emozionanti composizione sulla morte del periodo.

Il motivetto New Age di Fur Felix è sognante e leggiadro, ma quell’inquietudine e quel senso di morte affiorano quando tenebrosi droni di archi intervengono prima del terzo minuto.

Goddess Eyes II cerca di unire un altro brano à la Enya con la sperimentazione, riuscendo solo in parte. Moni Mon Amie, dolcissima canzone Dream Pop, rimane anch’essa lontana dall’eccezionalità, pur intrigando.

Four Gardens (6 min.), unisce psichedelia, Colleen, Joanna Newsom e ritmi mai così aggressivi, con elementi etnici a contorno: è un’altra, l’ennesima, dimostrazione di creatività.

This Is Ekstasis (9 min.) chiude in modo grandiosa: un Blues viene riflesso e destrutturato, intriso di profumi etnici e rituali. Voci su voci si sovrappongono, mentre piange un pianoforte e langue un sassofono. Un respiro affannoso è come l’ansia nel mezzo della notte, come il risveglio da un incubo, è l’angoscia inarrestabile. La ripartenza, dopo essere giunti al silenzio, è per una trenodia funebre che, con mirabile arte del trasformismo, diventa un motivetto deficiente e retrò. Dolce e malinconica la chiusura del sax, doppiato da una viola.

Meno ostico dell’esordio, Ekstasis è la conferma che la Holter è una grande interprete dell’inquietudine dell’uomo.

Loud City Song (2013) è l’album che segna un forte avvicinamento al Pop e un contemporaneo abbandono dei suoni lo-fi degli esordi, sfruttando un’ensemble cameristico. L’opera è ispirata al romanzo breve di Colette intitolato Gigi, la storia di un’adolescente che accompagna gli uomini per tornacotno economico. La minimale World, voce fluttuante e sprazzi orchestrali nel vuoto, introduce l’ariosa e poco originale ballata Chamber Pop di Maxim’s I, la quale anticipa l’inquietante, severa marcia di Horns Surrounding Me (Nico in una nuvola di Jazz psichedelico e un ritmo quasi Techno), il primo vertice dell’opera, un ElettroPop trasfigurato. Hello Stranger, una cover di Barbara Lewis, ripete lo spirito minimale di Maxim’s I, con effetti narcolettici. He’s Running Through My Eyes usa la stessa idea per la terza volta.

La vivace This Is A True Heart è poco più che un motivetto orecchiabile. Fa meglio Maxim’s II, incalzante nel ritmo, grottesca nei fiati, spettrale nei silenzi: è una danza deforme degna del The Carny di Nick Cave, un Jazz sgraziato e tetro. La lunga e conclusiva City Appearing (7 min.) è affogata in un rilassato Pop-Jazz notturno, non giustificato dal finale spettrale.

Complessivamente Loud City Song trova il suo limite nell’avvicinarsi al Pop senza conservare praticamente nulla della vena creativa e sperimentale. Molte delle soluzioni sono risapute e poco interessanti nel 2013. Alcune idee sono ripetute, pur nella loro già iniziale monotonia, più volte. Solo saltuariamente (almeno in Horns Surrounding Me e Maxim’s II) la Holter sembra capace di lasciare il segno. Troppo poco.

Have You In My Wilderness (2015), forse imparando dai difetti di Loud City Song, è un album di Pop da camera elegante, raffinato, ricercato, che cela le spinte sperimentali in brani dalle forme abbastanza canoniche. Si tratta, quasi sempre, di ballate struggenti, che richiamano anni ’50 e ’60, riviste da un’ottica psichedelica, orchestrale o spettrale, a seconda dei momenti. In questo mondo in bianco e nero, al massimo a colori pastello, si muove la voce della Holter, al solito capace di sospingersi altissima e dimostrarsi duttile. Tornano alla mente le grandi interpreti donne della musica popolare, come Patti Smith, Nico, Kate Bush ma anche la più recente Lisa Germano o la più cameristica Joanna Newsom. Rispetto a Loud City Song, le idee sono più numerose, eterogenee e incidono maggiormente nel modificare il regolare svolgimento dei brani.

Il clavicembalo e il ritmo asimmetrico di Feel You sospingono una melodia fra Enya e Kate Bush, con archi sessantiani.

La più decadente canzone francese si intravede in How Long, con un sospiro d’oltretomba à la Nico, un brano che pesca dal trapassato, pieno di spettrali riverberi e flessuose melodie. I quasi 7 min. di Lucette Stranded On The Island giocano abbondantemente con la psichedelia e il Folk, arrangiando una ballata d’epoca con spaziosi echi, suggestive sovraincisioni e qualche grammo di aggressività. Night Song ricorda la lentezza estenuante dello slowcore, in un lungo canto di vibrante emotività, un gioiello di Chamber Pop che ridimensiona un’Adele ma che impallidisce in creatività rispetto alle opere dell’esordio. Vasquez (quasi 7 min.) è il brano maggiore: una suspense Jazz in atmosfera onirica, una ballata sommersa fra bave psichedeliche, con la voce in secondo piano e un lungo momento Free Jazz dilatato e solenne a costruire un vertice emotivo disorientante.

Spesso queste ricercate composizioni a base melodica sono illuminate da momenti creativi in contesti orecchiabili ma poco peculiari. È il caso di Everytime Boots, ritmo ballabile e clima sessantiano che si scioglie in un’Ambient cameristica o di Sea Calls Me Home, salvata nella sua poca carisma da un dirottamento del sax.

Betsy On The Roof (6 min.) è un Dream Pop pianistico banale, finché non si libra in una vertigine eterea che sfocia nella deformazione psichedelica: qua la Holter torna a quelle visioni mistiche, quelle sintesi fra classico, familiare e inaspettato che l’hanno resa grande.

L’opera, salutata da molta critica come un capolavoro, è un sofisticato album di musica Pop ispirata al passato, intriso di Dream Pop e di spunti cameristici. L’entusiasmo dipende molto da come si voglia inquadrare la Holter: nella categoria delle cantanti che suonano musica melodica ha pochi rivali nel contemporaneo, nel contesto delle sperimentatrici tuttavia quest’album le permette un posto qualche spanna più in basso delle migliori Joanna Newsom, Colleen e di… sé stessa, a inizio carriera.

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Voti:

Tragedy – 8
Ekstasis – 7,5
Loud City Song – 6
Have You In My Wilderness – 7

Le migliori canzoni di Julia Holter

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