Algorithm – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli Algorithm sono una formazione francese dedita ad una fusione di Djent ed Elettronica. Per quanto il Djent sia sempre stato un genere aperto alle iniezioni di musica Elettronica, gli Algorithm usano ritmi ballabili e sintetizzatori scintillanti come un elemento fondante, più che di contorno.

The Doppler Effect (2009) regala una grandiosa sintesi nella title-track, capace di mutare da assalto Djent a supersonica filastrocca da Gameboy a stravagante esperimento di labirintici intrecci. La devastante Lost Frequencies, dopo un assalto terrificante, si trasforma in una Disco Music militare, e chiude con fendenti Death Metal. In A Dispersive Medium apre con una musica da circo (!), unisce i Metallica del Black Album ad una musichetta da cabaret esoterico, muta fino a diventare un nostalgico mix di 8-bit e devastanti tappeti ritmici. Geometric Progression è la loro assurda versione del Prog-Metal: epilessi e spasmi, momenti ballabili, turbini ritmici inumani, scintillanti mulinelli di sintetizzatori. L’ultimo momento destabilizzante è Two Plane-Polarized Waves, ed è un altro viaggio ai confini della fantasia. Quel che manca è qualcosa di più ambizioso di questi collage estremi e spesso apparentemente gratuiti nella loro stravaganza, ma è indubbio che alla base di questo album c’è uno stile che ha la sua peculiarità. Purtroppo né le parti Djebnt, né quelle di Elettronica riescono a superare, prese singolarmente, la mediocrità.

Critical Error (2010) aggiunge molta Dubstep alla formula, e riduce le propensioni più frenetiche. Senza l’effetto devastante di continue mutazioni, brani come Reverse (Dubstep con accenni Djent) sono poco più che curiosità. Meglio, allora, Access Denied, che passa in rassegna generi ed atmosfere senza continuità avvolgendoli di minacciosi riff Djent. Ancora più epilettica è la title-track, con iniezioni Gabber.

Kernel, in tre parti, non riesce a sfondare l’aura mediocre di alcuni elementi della loro musica. Ci mette la voce (Eminem), ma sembra poco più che un campione audio su un mix di Dubstep e Djent. Meglio la seconda parte, con una lunga coda Disco eterea che anticipa una chiusura di grande effetto. La terza parte è la più violenta, ed a serratissimi riff di chitarra associa elementi più colorati sotto forma di vortici di synth, facendo un grande uso di pause e ripartenze ad effetto: è l’apice del disco.

La chiusuta con Boucle Infinie mostra la pochezza delle idee elettroniche, tolte le ardite fusioni.

Polymorphic Code (2012) è un salto in avanti a livello di sound: più amalgamato, possente, tridimensionale, professionale. Le fusioni sono meno piatte, e fanno compenetrare le varie anime della musica in affascinanti commistioni, come la notevole Handshake, che ad un Djent intricato e geometrico unisce fantasie di synth.

Brostep e Djent si uniscono in Bouncing Dot, che si lancia più volte anche in qualche locomotiva Techno. Big Beat, Techno-Rock, Djent ed elementi Drum’n’Bass confluiscono in Trojans, altro momento interessante.

Access Granted integra persino il Reggae, ma soprattutto propone una terribile vertigine ritmica, una accelerazione che porta ad eccessi Gabber/Cyber-Grind. La Drum’n’Bass è protagonista in Logic Bomb, assieme ovviamente al Djent.

Il finale è della lunga Panic (12 min.): partenza da IDM, poi lentamente (forse troppo lentamente) si arriva ad una Techno martellante che muta in una sorta di Brostep, ripiega su altra Techno e si abbandona ad un intervallo dalle sfumature Ambient. La ripartenza devastante è per una energica sintesi di Metal ed Elettronica, un poliritmo intricatissimo in stile Djent che non disdegna eccessi di doppia-cassa; il tutto si stempera in un altro momento Ambient, fino al silenzio. Panic, pur con qualche lungaggine, presenta uno dei momenti di sintesi meno scontati della discografia.

Polymorphic Code supera i primi due album con composizioni più a fuoco, che riesco a trovare un equilibrio fra fantasia e coesione e non sembrano più semplici sfoggi di accostamenti stravaganti (o quantomeno, lo sembrano meno). Collegando Techno, Gabber, Djent, Drum’n’Bass, Death Metal e IDM la band si pone come una delle più coraggiose formazioni Metal del periodo.

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Voti:

The Doppler Effect – 6
Critical Error – 5,5
Polymorphic Code – 7

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