Green Carnation – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I Green Carnation sono una band norvegese di Progressive Metal dalle tinte gotiche e dai rimandi Doom.

L’esordio Journey To The End Of The Night (2000) è un album ambizioso che supera i settanta minuti e nei momenti migliore è un compendio di Prog Metal stilisticamente onnivoro. In The Realm Of The Midnight Sun (13 min. e mezzo) si apre Doom, diventa più gotica e poi sperimenta unendo synth allucinati a riff stentorei. L’ancora più lunga My Dark reflections Of Life And Death (quasi 18 min.) ricorda al contempo Esoteric e My Dying Bride: si apre lentamente e mestamente, si libra in un canto drammatico e si snoda seguendo uno stile di Prog Metal gotico e operistico. Il terzo brano maggiore, Under Eternal Stars (15 min. e mezzo) è un incrocio di Doom, Gothic Metal e magniloquenza Power, fusi da uno stile compositivo Prog-Metal.

Idealmente la seconda parte dell’album è un’unica composizione. Si parte con la title-track, una cavalcata à la Bathory del periodo Viking che poi rallenta e quindi si affievolisce in un canto disperato e dimesso. Gli ultimi tre brani (parte 2-3-4 della composizione) sono tutti e tre poco più che bozzetti incompiuti.

Journey To The End Of The Night è un album ambizioso e mai veramente banale, ma manca di sperimentazione. Le idee sono vicine a quelle del Prog-Metal, del Doom, del Gothic Metal e la band in sostanza le assembla, senza nessun momento di grande creatività.

Light Of Day, Day Of Darkness (2002, ascolto streaming) diventa una sensazione anche grazie all’insolito formato: un unico brano di 60 minuti. L’apertura è melodica e malinconica, come fra Black Heart Procession e Esoteric. Dopo quasi cinque minuti l’epos Thrash Metal si inserisce traghettato dalle chitarre, integrandosi con tappeti di doppia cassa di matrice Death Metal. Per qualche minuto una linea melodica melodica ed un po’ banale si unisce a spunti Thrash Metal educati. All’ottavo minuto una pace umbratile anticipa sfoghi Black Metal ed esplosioni Death Metal, fin quando non sopraggiunge un intreccio vocale di stampo Gothic Metal ed un mid-tempo maestoso che prosegue fino alla metà del decimo minuto, dove fendenti con richiami Doom si sovrappongono ad una cavalcata à la Dream Theater (si senta l’uso delle tastiere).

Al minuto 11:30 un intreccio acustico e percussioni tribali lanciano una lunga digressione strumentale, che si chiude dopo circa due minuti. Un mid-tempo porta lentamente a lunghi momenti melodici, con melodie vocali banali ed un afflato melodrammatico: è l’estetica dei Pink Floyd più prolissi, quelli che annegavano nella malinconia. A circa 16:20 un riff di matrice Thrash propelle una lunga sezione operistica, che a 18:00 rallenta in un paludoso mid-tempo che lentamente si sviluppa, virando ad un melodico Doom Metal. Al minuto 21 si conslude un lungo climax che ha portato a guerriglie sonore tipiche del Death Metal.

L’idea seconda parte del brano riparte da una solitaria chitarra e costruisce lentamente un Prog Metal a base Thrash/Death strumentale. Nel proseguimento il brano ritrova il canto, al solito piuttosto banale.

Al minuto 33 si ripiomba nella quiete, ed inizia un momento molto distante dal Prog-Metal: echi mediorientali e Jazz, fumi notturni ed un drone. Siamo dalle parti di Jon Hassell e della sua musica etnica visionaria.

Al minuto 39 un baratro Doom anticipa un momento melodico, piuttosto banale, che esplode in un assolo di chitarra per ripiegare quindi su un Folk dimesso e tormentato. Al minuto 47 si riparte ed al minuto 51 una voce robotica ricollega allo sci-fi degli Ayreon. Al minuto 55 si riparte, da synth e musica atmosferica per l’ennesima ripartenza strumentale, orchestrata con magniloquenza. Si chiude con un carillon.

Light Of Day, Day Of Darkness è un album ambizioso, non c’è dubbio. La sua mastodontica unica composizione è possente ed articolata. Non c’è però da farsi accecare da tutto questo: molti frangenti sono banali, soprattutto sul versante vocale. Si avvertono lungaggini che stanno al limitare dell’autocompiacimento, ed i richiami a Edge Of Sanity, Dream Theater, Esoteric, My Dying Bride e Pink Floyd si sentono a più riprese. Light Of Day, Day Of Darkness è un album interessante, con una forma originale ed una serie di momenti intriganti, ma è lungi dall’essere il capolavoro che ci si sarebbe potuti aspettare da una composizione così imponente.

Il terzo album, A Blessing In Disguise (2003) ripiega su una musica più melodica e meno ambiziosa, con numerosi momenti patetici (per es. The Boy In The Attic). Un album decisamente deludente, che riduce di molto le quotazioni della band e sposta il sound verso territori più moderati, fatti di atmosfere gotiche e riff Hard Rock.

The Quiet Offspring (2005) è quasi esclusivamente un Rock dalle atmosfere oscure, con poco o nulla del passato Prog-Metal (When I Was You). Se il loro presente è A Place For Me allora c’è poco di cui sperare. Non c’è originalità, c’è forse un po’ di atmosfera, ma è davvero troppo poco per consigliare l’intera opera. In momenti come Dead But Dreaming sembrano una band Post-Grunge delle tante.

The Acoustic Verses (2006) prova la via delle canzoni acustiche, atmosferiche ma poco originali.

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Voti:

Journey To The End Of The Night – 5,5
Light Of Day, Day Of Darkness – 7
A Blessing In Disguise – 4
The Quiet Offspring – 4
The Acoustic Verses – 3

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