Frank Ocean – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Nato come Christopher Breaux, Christopher Francis Ocean diventa una celebrità come Frank Ocean quando nel 2012 pubblica Channel ORANGE. Dopo aver lavorato come ghostwriter per celebrità come Justin Bieber, ed aver destato l’interesse del mondo Rap, Ocean propone un esordio che è invece fortemente imparentato con il Soul ed il moderno R’n’B.

L’album riceve critiche molto positive, anche se fondamentalmente non fa che aggiornare i trucchi dell’R’n’B e del Soul alle tecniche di produzione degli anni Zero. Il canto educato, morbido, flessuoso di Ocean brilla in Thinkin’ Bout You, che vive in un’atmosfera ovattata che condivide con buona parte dell’opera. Sierra Leone, per esempio, rievoca come in un’immagine onirica il Pop-Soul degli anni ’60 e ’70 ed un discorso analogo vale per Sweet Life, che pure mostra più aggressività nell’arrangiamento. Lost, con un semplice ed elegante refrain, è l’apice di questo filone onirico-calligrafico.

Non c’è da ricercare in quest’esordio qualche grande innovazione o qualche rivoluzione: quel che sorregge uno dei brani maggiori, Super Rich Kids, è un’attenzione maniacale alla produzione, con qualche spruzzo Hip-Hop per dimostrare che non siamo davvero nel 1970. Pilot Jones mostra le ombre del mondo Dubstep, Crack Rock quelle del Trip-Hop.

A rubare la scena è Pyramids, se non altro per i suoi 10 ambiziosi minuti di sviluppo: è una splendida sintesi di synth Techno, passo Funk, vocals Soul, squarci Ambient, scarni mix Soul-step à la James Blake, una lunga parentesi di dolce psichedelia chitarristica che chiude il brano con una visione cosmica che lascia senza fiato.

L’apice emotivo è Bad Religion, un Gospel da suicidio, sofferto quanto raccolto. Sul piano emotivo si distingue anche Pink Matter.

Per quanto poco dell’album sia ricordevole (la lunga Pyramids, il ritornello di Lost ed il Gospel di Bad Religion), quel che colpisce è un’atmosfera sofferta e cupa, dove alla patinata superficie della produzione certosina si contrappone un malessere strisciante, subdolo, fra sogno e depressione, al limitare fra scintillante luce e mortifera ombra. Channel ORANGE non è, a mio parere, il capolavoro ravveduto da molti, ma è un album che merita un ascolto, perché lascia la sensazione di aver ascoltato qualcosa al limitare fra un disperato sogno ed un malcelato incubo. In tutto questo, il richiamo al passato dell’R’n’B e del Soul è una proiezione malinconica, come un ricordo d’infanzia, come un ultimo appiglio per non perdere tutto.

Blonde (2016) è il seguito tanto atteso di Channel ORANGE, partorito dopo alcune acrobazie discografiche atte a smarcarsi dalla major discografica e pubblicare un album con la propria etichetta. Questo Blonde, che in copertina riporta solo Blond – senza la “e”, è tuttavia deludente. Apre Nikes, con vocoder in un desolante R’n’B, e subito si avverte una diluizione delle idee e dei contenuti, nonostante il sound affascinante domini la scena. Ivy si fa più astratta, con Ocean che parlotta più che cantare e un arrangiamento che definire minimale è più lodevole che definirlo povero. Pink + White è una canzone, più canonica, che riporta alla mente l’album precedente, seguita da un interludio (Be Yourself), un altro semi-parlato (Solo), il curioso intervento del theremin in Skyline To e ancora la minimale Self Control e una sorta di skit come Good Guy: l’impressione è che si meni il can per l’aia. Anche la più lunga Nights, che si ferma a giocare con sconnessi rumorismi e ritmi sparpargliati, sembra accatastare idee senza un disegno riconoscibile. Il reprise di Solo infila un’inaspettata dose di Rap, Pretty Sweet un’inattesa accelerazione D’n’B. White Ferrari, lasciata stiracchiarsi fra cacofonie minimali e poco altro, e Seigfried, una prolissa confessione. Futura Free (9 min. e mezzo) prende il pretesto del brano esteso per affollarlo di altre trovate minimali, field recordings poco interessanti e cacofonie sparse.

Blonde è un album dispersivo, prolisso e povero di brani ricordevoli. Qua e là affiora una trovata, una melodia più spesso di una linea vocale, e questa viene dispersa, confusa, resa ininfluente all’interno di strutture chiassose, minimali o involute dove spunti su spunti si affollano, come se il compositore non avesse avuto il tempo di selezionare, asciugare, organizzare le idee in un disegno comprensibile. Un album anarchico, per certi versi, e che usa la sperimentazione come pretesto per una tracklist di 17 brani innocui, che niente aggiungono alla musica in termini di innovazione. Nonostante queste considerazioni, Blonde diventa un album osannato dalla critica.

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Voti:

channel ORANGE – 6,5
Blonde – 5

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