Goldie – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Goldie

Clifford Joseph Price rimane nella storia con il nome Goldie. Il musicista britannico, impegnato anche come attore e famoso anche come auotre di graffiti, ha avuto il merito di proporre una peculiare forma di Drum’n’Bass e Jungle, atmosferica e suadente. Integrando elementi Soul ed orchestrazioni eteree, ed allontanandosi anche in modo plateale dal formato standard del genere, Goldie ha scritto almeno un classico del genere: l’esordio Timeless (1995).

L’album non è perfetto, in primis perché ha una durata esagerata: nella versione doppia sfora i 105 minuti. Molti degli elementi che Goldie utilizza, poi, sono ritriti, a partire dalla voce suadente di Diane Charlemagne. Ma Timeless è soprattutto una questione di fusione fra due realtà distinte: atmosfera estatica ed eterea, di pace e serenità, unita a frenetici, ipercinetici groove di drum machine. Ed è una questione di arrangiamento: morbido, avvolgente, caldo, emotivo invece che meccanico, violento, spigoloso. Se si è disposti a risentire le medesime idee ripetute qualche volta di troppo, e risentire per la millesima volta uno stile vocale abusatissimo, e magari a passare sopra anche a qualche momento trascurabile (come Saint Angel, You & Me, Kemistry), allora Timeless è molto da offrirvi.

Il momento topico di Timeless è l’imponente title-track: 21 minuti che volano lontano dalla composizione-tipo di Jungle e Drum’n’Bass. L’apertura è affidata all’inno Inner City Life, sintesi ideale fra le epilessi ritmiche e la dolcezza vocale, ma dopo sei minuti l’atmosfera cambia completamente, ed il groove si fa ossessivo, pur rimanendo organizzato “per cicli”. La composizione diventa sempre più frenetica, con tanto di suoni “Glitch”. Solo al minuto 13 torna la voce, che dolcemente doma il ritmo al minuto 14, dove rimane solo lei a volteggiare sull’orchetrazione sintetica. Il tempo di ripartire, a rotta di collo, e quindi il brano può concludersi, richiamando l’inizio e perdendosi in un mare sconfinato di matrice Ambient.

Il secondo momento da ricordare è quel mix di Nu Jazz, Soul e Drum’n’Bass di State Of Mind. Peculiare è anche Sea Of Tears (12 min.), che unisce un appeal Jazz a orchestrazioni di synth, in un altro acrobatico ossimoro fra pace e frenesia; poco prima del settimo minuto una dolcissima melodia vocale esplora un paesaggio marino, prima che singhiozzi di pianto e gabbiani dominino tutta la sezione finale, accompagnati come è solito di Goldie da frenetici “break” ritmici.

Jah The Seventh Seal (6 min. e mezzo) impiega un paio di minuto per trasformare un’atmosfera psichedelica in un assalto ritmico, ed è forse il momento che meglio sintetizza l’uso del ritmo che fa Goldie: pause e ripartenze continue, fino a far diventare lo “sfondo” il protagonista, con droni di synth e scampoli melodici.

Altri momenti, come Angel, ripropongono in chiave minore queste idee. In Adirft c’è il fantasma di Robert Wyatt che compare nella nebbia, e nessun ritmo: solo l’atmosfera sognante.

Timeless mostra perfettamente come il basso costo della musica rovini potenziali capolavori, ridimensionati dalla sovrabbondanza di materiale.

Saturnz Return (1998) conferma perfettamente questa idea: Goldie dovrebbe limitarsi a selezionare il meglio del meglio di quello che produce. Invece, non senza coraggio, apre l’album con Mother, una imponente composizione di un’ora. Ci mette 6 minuti solo a prendere forma, facendo entrare la voce; un canto funebre ed orchestrato guida la composizione, fra strati Ambient e fascinazioni di synth ed archi, fino al minuto 20 circa; entrata una seconda linea vocale, il clima diventa funebre. Dobbiamo arrivare dalle parti del minuto 22 per vedere il primo ritmo emergere, ed al 26 per sentire un contrabbasso unirsi. Al minuto 30 il brano è una Jungle tutto sommato banale che prosegue abbastanza coerentemente per 8 minuti. Una lunghissima parentesi più atmosferica porta al minuto 45 a riprendere il tema funebre che guida la composizione, che guida l’ascoltatore fino alla conclusione.

Mother è un trionfo di autoindulgenza, ma il tema funebre che la guida è davvero toccante, ed è calato in un contesto Jungle che sicuramente è insolito. Il problema principale è che proprio i momenti Jungle sono i più trascurabili (all’opposto del contemporaneo Amon Tobin, per esempio), mentre quelli orchestrali sono affascinanti ma prolissi.

Nel resto dell’opera (che supera le due ore e mezzo in tutto), Goldie sperimenta proprio sul modello Jungle: aggressività Metal in Temper Temper, infarcita di chitarre distorte; Hip-Hop in Digital; collage supersonico e voci minacciose sin Demonz. Quando non fa questo, sostanzialmente si ripete.

Un discorso a parte lo merita Dragonfly (16 min.), che è in sostanza una versione meno Soul e più Funk della lunga Timeless dell’esordio.

Il suo peccato più comune rimane l’autocompiacimento: Letter Of Fate in questo senso è un capolavoro con quasi 8 minuti di orchetrazioni smussate e vocalizzi.

Saturnz Return è un album che contiene alcuni momenti da ricordare, ma è davvero esageratamente prolisso.

Sine Tempus (2008) è la colonna sonora di un film che non è mai stato pubblicato. In sostanza, ripete le medesime idee dei precedenti album (Don’t Give In è la nuova Soul ballad con voce femminile).

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Voti:

Timeless – 7
Saturnz Return – 5
Sine Tempus – 4,5

Le migliori canzoni di Goldie

 

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