Korn – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Korn

I Korn sono stati una bandiera del movimento Nu Metal. La formazione statunitense ha saputo vestire i panni della band simbolo di un movimento nato come collisione principalmente di due mondi, quello Metal e quello Hip-Hop. Quel che si dimentica, troppo spesso, è che il Nu Metal è stato in generale un movimento di profondo rinnovamento del Metal, e se pure l’Hip Hop è stato l’elemento più comune, gli stessi Korn mostrano chiaramente come le influenze ed i motivi di novità furono anche altri.

L’esordio Korn (1994), che rimarrà con ogni probabilità il loro capolavoro, ha poco a che fare con l’Hip Hop. Piuttosto, è uno sgradevole connubio di depressione, violenza e brutture assortite. Dall’Industrial al Grunge, al Groove Metal, questo sound mostruoso è concentrato di nervosismo, schizofrenia e tetraggine. Ossessivo e malato, l’esordio dei Korn è un unico urlo di disperazione nerissima, che rivede al ribasso il poco ottimismo dell’epoca Grunge. Lo stile sporco e le chitarre solide dei Melvins si uniscono alle tendenze minimali di Big Black, mentre il ritmo è quello scarno ma efficace che hanno introdotto formazioni come gli Helmet. Alcuni eccessi in urla ed in violenza sono propri della tradizione Death Metal.

Difficilmente i Korn riescono ad eccellere in riff, in fantasia ritmica, in groove, il ruvidezza, in aggressività, ma l’amalgama finale è, complessivamente, intrigante e malato.

Si apre proprio à la Big Black con Blind, che poi recupera ben più comuni accenti Grunge e Metal. Accenti Death Metal affiorano in Ball Tongue, che è anche la prima occasione per il cantante Jonathan Davis di mostrare la propria versalità: è lui il protagonista dell’album, con la sua voce schizofrenica, i suoi lamenti, i suoi versi subumani. Sembra di ascoltare una enciclopedia delle brutture del Grunge e del Metal in Need To, tutta lamenti e disperazione, con ritmi fratturati e riff anti-radiofonici. Clown sviluppa un po’ di più il discorso musicale, ma è sempre un abominevole Grunge/Metal da cure psichiatriche, ossessivamente depresso, e non c’è spazio per nessuna luce.

Fra tutte i supplizi musicali, merita citazione quell’incubo alla Helmet di Faget ed il disturbante accostamento di Shoots And Ladders: musica a passo meccanico, cupa e desolante, unita a filastrocche per bambini.

Per quanto la sequela di brani sopravvaluti la longevità di questo carnevale di atrocità, quando si arriva al finale, con Daddy (9 min. e mezzo), si è ricompensati con un finale da antologia: dopo un coro funebre dai toni liturgici, si passa a narrare crudissime storie di violenze domestiche. La musica procede per devastanti folate di violenza, ansimando e straziando, fino a sfociare nel drammatico pianto al sesto minuto, un momento dal grande impatto teatrale. Una rabbia cieca, un odio profondissimo, terribile, nasce da questo dolore angosciante e quando Davis ansima, singhiozza, si dispera si ha l’impressione che, per quanto ossessivamente ribadita, la terribile negatività dell’album sia quantomeno sincera.

Il seguito di un simile abisso di disperazione è un album confuso come Life Is Peachy (1996). Non è un album indecente, semplicemente funziona solo in alcuni momenti.

Formidabile l’apertura di Twist, dove Davis sembra un licantropo o un Taz Tazmania versione Death Metal: è un gioiello di acrobazie vocali, su un Metal meccanico ed ostile. Il resto sono soprattutto variazioni sulle idee dell’esordio, con una Porno Creep che spicca proprio perché fa altro: un atmosferica sinfonia di fischi di chitarra, con un andamento Jazz.

Certamente sono capaci di rimti cingolati come Mr. Rogers, di un Grunge/Metal infetto come Good God, ma non c’è sorpresa in questi momenti, che già erano ripetuti in tutte le salse nell’esordio.

Kill You cerca di replicare il finale dell’esordio: 8 minuti e mezzo di tormenti e deflagrazioni, ma senza giungere alle vette espressive di Daddy.

Follow The Leader (1998) inserisce Elettronica ed Hip-Hop nell’amalgama tradizionale della band. La formazione riesce ancora in qualche momento di delirante creatività, come Freak On A Leash (licantropismi à la Twist, ritornello Grunge, atmosfere malate) e Seed (passo-panzer, melodie vocali più orecchiabili), ma le pose da incubi delle mamme cristiane e conservatrici inizia a diventare un abito ridicolo, come mostra Dead Bodies Everywhere.

L’immersione Hip-Hop di Children Of The Korn, con Ice Cube, è più banale di quanto già fatto da Limp Bizkit e Rage Against Machine, e non riesce ad amalgamare le due anime (come per esempio riescono i Papa Roach nei soliti anni). Ancora peggio fa All In The Family, e l’esperimento con l’Hip-Hop è solo in parte redento da Cameltosis.

Giocano con la suspense in Pretty, con riverberi e voce acuta in Justin (giungendo a scenari Post-Metal e post-apocalittici) ed infine riescono ad indovinare una closer devastante come My Gift To You (rabbia, grida, devastazioni Death Metal e miasmi elettronici), ma in generale i Korn su questo terzo album sembrano confusi. Non che manchino tentativi di rinnovare il sound, ma i risultati sono quasi sempre mediocri e, nel tornare verso il vecchio sound, la band è ormai prevedibile e regala giusto qualche nuovo numero da aggiungere al canzoniere dannato che stanno compilando nella loro discografia.

Issues (1999) smette i panni da fan Hip-Hop e torna alle devastanti endurance emotive degli esordi. Si sente un canto più sincopato, come eredità del recente passato, ma per il resto la formazione sembra aver ritrovato la propria creatività scavando nell’abisso dell’animo umano, più che nella scena Hip-Hop.

La sofferta Failing Away From Me, l’allucinata Trash, la terribilmente desolante 4U (una sorta di canzone pre-suicidio, terribilmente depressa ed insolitamente anemica), il gorgo di disperazione caracollante di It’s Gonna Go Away, la breve ma spettrale nenia di Am I Going Crazy e soprattutto l’abisso nero di Let’s Get This Party Started, uno dei loro momenti più viscerali e spaventosi, con un andamento tribale da rito voodoo e voci distorte fino all’eccesso, riescono a conferire all’opera un’atmosfera di profonda disperazione.

Il clima infernale è ribadito anche dalla conclusiva Dirty, allucinata visione infernale.

Untouchables (2002) è probabilmente l’album della maturità. La band confeziona un’opera che ha poche sbavature, suonata meglio di tutte le precedenti e che potrebbe rappresentare un po’ il punto di arrivo della vorticosa e tormentosa band che ha pubblicato l’esordio. Si è perduta quella straripante rabbia e quel coraggio giovanile, propulso da terribili emozioni. Questo Untouchables non ha quei contenuti da shock, tantomeno quella suggestiva commistione di brutture, disperazione e tristezza. Piuttosto, Untouchables è un album con tutti gli elementi calibrati, a suo modo asettico: è un possentealbum Heavy Metal con molto Groove e molti mid-tempo, che trionfa in muraglie sonore, in tonfi ed in ritornelli molto più orecchiabili rispetto alle idiosincrasie degli esordi. Giunge a compimento, con Untouchables, anche la scelta stilistica: il lamento Grunge si è fuso con un Thrash Metal cingolato, à la Pantera per certi aspetti, e si è intriso sempre più di dettagli raffinati, principalmente elettronici.

Ogni brano è, entro i limiti appena delineati, vicino alla perfezione, nel senso che sente solo la mancanza di qualche travolgente novità. Spicca la ricercata ritmica di Blame, l’atmosfera desolante ed atmosferica della semi-ballata Hollow Life, la possente andatura di Thoughtless, Embrace e Beat It Upright, la power ballad molto “powerful” di Hating. Sono tutte esecuzioni magistrali di copioni non molto originali.

Alone I Break è perfetta per le radio, ma ha davvero poco di personale.

Fa meglio Wake Up Hate, curiosamente riprendendo gli elementi Hip-Hop: un abisso di rabbia e frustrazione, a dimostrazione che la carica emotiva strabordante è il vero carburante che permette ai Korn di spiccare sul resto della scena Metal.

Take A Look In The Mirror (2003) sembra aver perduto la compattezza dell’album precedente, quella precisione certosina unita a quella potenza devastante. Non c’è nessuna tracollo qualitativo, però, semmai un lieve declino. Break Some Off è di una brutalità notevole, Quel che c’è di nuovo è proprio una ritrovata ferocia, un sound grezzo, spurio, sporco (Deep Inside e Play Me per esempio). Everything I’Ve Known riesce ad intrepolare questa ferocia con la desolazione.

Il tracollo arriva con See You On The Other Side (2005) che ammorbidisce molto la loro formula musicale, si allontana dal Death Metal e sfrutta una versione blanda e banale della musica elettronica per variegare dei brani senza mordente. A suo modo è un azzardo, visto che si allontana da quanto i Korn hanno già fatto precedentemente, ma non c’è nulla che meriti di essere ricordato.

L’album senza titolo del 2007 cerca di tornare un po’ alle radici, con un sound più ruvido e potente di See You On The Other Side, anche se per niente spaventoso come nel passato. Il risultato è quasi sempre imbarazzante, in termini di originalità, d’inventiva, di creatività. Se il meglio che possono fare è la ballata lugubre Kiss, allora è rimasto davvero poco di cui parlare. Love and Luxury, perfetta per una radio FM ed innocua come tantissimo Pop/Rock, è probabilmente il peggio che abbiano mai pubblicato nella loro lunga carriera.

Korn III: Remember Who You Are (2010) torna indietro e recupera il sound viscerale degli esordi, tormentato e meccanico, sporco e cattivo. Olidale e Pop A Pill sono chiari sintomi di questo ritorno alle origini, anche se The Past ritorna più sul versante melodico, à la Marylin Manson, e Holdin All These Lies, uno dei momenti migliori, sfrutta una struttura da power ballad con echi di Metallica. La disperazione scurissima dell’esordio riaffiora prepotente in Are You Ready To Live, che potrebbe stare sull’esordio (che, ricordiamolo, è uscito 16 anni prima di questo). Non è una rinascita, ma un ritorno a qualcosa di più interessante del precedente e pessimo album senza titolo.

The Path Of Totality (2011) salta sul carro della Brostep, che è in pratica la sensazione dell’anno grazie al successo di Skrillex ed anche di altri, come gli Excision. Non a caso entrambi questi nomi sono presenti nell’album, e collaborano per cercare di integrare lo spirito più Metal con quello più elettronico. Non è rimasto praticamente nulla dell’angoscia, della terribile atmosfera dei primi album. La musica è fisica, ma quasi sempre innocua: devasta ma non stupisce. Come per molti album di popstar milionarie, il sound è fatto dal produttore/collaboratore di turno. L’idea difficilmente supera una fusione stilistica scolastica: chitarroni a non finire, qualche riff di chitarra distorta ed i ritmi della Brostep più diffusa. Il meglio lo si deve a Skrillex (Chaos Lives in Everything e soprattutto la potentissima Get Up!), Excision (My Wall) e magari anche Noisia (almeno Let’s Go), ma in sostanza c’è troppa poca varietà per costruire un intero album intorno all’idea centrale dell’opera. Un’opera interessante in modo astratto, ma concretizzata in un album debole.

The Paradigm Shift (2013) sembra dover rassicurare i fan che sono stati rimasti impressionati dalla svolta Brostep dell’ultimo album e così torna ad un sound decisamente più Metal, pur se ancora profondamente segnato da uno stile melodico ritrito, di matrice Post-Grunge. L’album ha alcuni motivi di interessi: ritmi elaborati e possenti, qualche ritornello da ricordare, alcuni momenti in cui si riconosce alla lontana il sound angosciante degli esordi. Prey For Me è il miglior ritornello da molti anni, Mass Hysteria potrebbe venir fuori da un album di 15 anni prima ma è comunque all’altezza degli album che la band sfornava negli anni ’90. Alcuni momenti però sono davvero troppo Pop per avvalorare la tesi del ritorno, almeno parziale, alle origini, in primis il singolo Never Never. Tutto accantonato il sound di The Path Of Totality? Non completamente, torna soprattutto in Spike In My Veins.

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Voti:

Korn – 7
Life Is Peachy – 5,5
Follow the Leader – 5
Issues – 6
Untouchables – 6,5
Take a Look in the Mirror – 5,5
See You On The Other Side – 4
Korn – 3
Unplugged – 6,5
Korn III: Remember Who You Are – 4,5
The Path Of Totality – 4,5
The Paradigm Shift – 5

Le migliori canzoni dei Korn

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