Nicolas Jaar – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Nicolas Jaar

Nato negli USA ma trasferitosi in Cile, Nicolas Jaar è un artista dedito ad un articolato mix di Elettronica minimale, elettro-acustica, che può trovare termini di paragone in Ricardo Villalobos e nei Telefon Tel Aviv, con in più qualche elemento Jazz. Un ruolo di primaria importanza, che ha poi il pregio di far suonare post-moderna la sua musica, è che Jaar sfrutta in contesti moderni se non sperimentali una strumentazione spesso classica, in primis il suo fido pianoforte.

Space Is Only Noise (2011) è una questione d’atmosfera, di feeling, di eleganza. L’House minimale di Colomb, il Jazz elettro-acustico con spunti “concreti” di Sunflower, l’ectoplasma esotico di Too Many Kids Finding Rain In The Dust (che accidentalmente diventa un ballabile) ed infine una più canonica anima Trip-Hop in Keep Me There compongono una prima parte dell’opera variegata ma tenuta assieme proprio da quel che si è detto in apertura: atmosfera vellutata, un “feeling” ricercato e “cool”, un’eleganza fatta di suoni smussati. Villalobos in versione anni ’30 suonerebbe più o meno come Problems with the Sun.

Jaar giunge all’apice di questo esordio con la title-track: l’incedere meccanico dei Kraftwerk, la psichedelia Kraut, il suono “profondo” della Deep House ed una filastrocca ipnotica costruiscono un importante sintesi fra sperimentazione e musica da ballo, sfruttando un’attitudine post-moderna.

Come per contrappasso, Almost Feel si getta in un Free-Jazz digitalizzato. Balance Her in Between Your Eyes ritorna alla fascinazione per uno stile da inizio ‘900, con un canto che, riverberato a dovere, sembra provenire da un’altra dimensione. Specters of the Future è l’unica concessione ad una “background music” jazzata, ed è il momento meno peculiare dell’album.

Variations è House ellettro-acustica e minimale che porta al finale con Être, gemella eterozigota del brano d’apertura.

Evocativo ed elegante, Jaar trova in questo album d’esordio equilibri disorientanti fra passato e presente, sperimentale e ballabile, Jazz e House. Il cileno Villalobos si intravede nelle pieghe del sound, ed in genere si avverte l’influenza della compagine elettro-acustica, ma la sintesi è efficace ed aggiunta di Jazz ed uno marcato spirito per la sperimentazione di commistioni azzardate.

Pomegranates (2015) è una personale colonna sonora del film risalente al 1968 “Sayat Nova”, di Sergej Iosifovič Paradžanov. Venti frammenti che suonano come un disegno sonoro unico, impegnato a seguire la pellicola. Momenti astratti come Garden Of Eden, robotico-meccanico-poetici come Construction, cacofonici e glitchy come Pass The Time o sinfonie caotiche ed eleganti allo stesso tempo come Survival. Il canto alieno dei synth in Near Death, le scorie radioattive di Beasts Of This Earth e la sensualità di Folie A Deux, senza dimenticare la magnifica sinfonia ultraterrena di Three Windows, sono tutte diverse facce del compositore Jaar, astruso e toccante. Il carillon ipnotico di Tourists, la Techno devastante e deflagrata di Club Kapital e infine Spirit, liturgica, e Mus, sonata pianistica malinconica, chiudono un viaggio che aggiorna le epopee totali dei Faust.

Sirens (2016) è un album autobiografico, che tramite un flusso di coscienza musicale ripercorre il doloroso passato dell’autore, fuggito dal Cile in tenera età. Le composizioni sono solosei, tutte di pregevole fattura e molto eterogenee. Killing Time (11 min.) lentamente fuoriesce dal silenzio, unendo manipolazioni elettroniche, canto malinconico, synth sognante e percussioni atmosferiche. The Governor, completamente differente, ricorda i Suicide nei toni lugubri e tesi, ma con i vortici Drum’n’Bass di un Alec Empire, compreso il feticcio cacofonico (la coda però è atmosferica e jazzy). No, il momento più sorprendente, fonde ricerca elettronica, danza sudamericana, messaggio politico. Con l’ennesimo plot-twist, Three Sides Of Nazareth (10 min.) entra in pieno post-punk, lugubre e nervosa, guidata da synth-bass distorti. Chiude, ancora una volta spiazzando, History Lesson, un Doo-Wop dai messaggi politici. Difficile non rimanere disorientati, visto che Jaar è a suo agio in mondi sonori estremamente diversi, unisce fruibilità e ricerca, gestisce con mirabile adattabilità il politico e il ballabile, l’atmosferico e l’aggressivo, il lugubre e il trasognato. Una capacità espressiva che ha pochi eguali, un’opera elegante e raffinata, che lo conferma artista completo nonostante la sua breve carriera.

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Voti:

Space Is Only Noise  –  7
Pomegranates – 7,5
Sirens – 7,5

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