Atrocity – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli Atrocity sono una formazione tedesca che ha lasciato un segno in quel territorio impervio e inospitale che è il Death Metal ad alto tasso tecnico, spesso chiamato Tech-Death Metal.

L’esordio Hallucinations (1990) è la storia di abusi sessuali del padre, problemi di droga e successiva morte per overdose di una ragazza. La sfilata di nefandezze è terribile, nauseante, ammorbante. La forma musicale prescelta è quella di un Death Metal che non si preoccupa di sfruttare sfuriate di devastante potenza, ma che unisce a questa portentosa violenza anche un approccio tecnico concretizzato in strutture articolate, svolgimenti non lineari e qualche stravaganza (ad esempio l’attacco di Life Is A Long And Silent River). Le bordate di Hallucinations, i rallentamenti Psych-Doom di Defeated Intellect, i profumi gotici di Last Temptation restituiscono un po’ un riassunto dell’anima del disco: Death Metal oltranzista tradizionale, variazioni affini al Metal e qualche stravaganza sparsa qua e là. Deep In Your Subconscious, che parla del già citato stupro/incesto, è uno dei vertici di questa musica dell’orribile e del ripugnante: gli assoli che luccicano nelle catastrofi ritmiche, gli intrecci vocali e le varie sfumature del growl, la composizione che si contorce come un’ossessa su se stessa sono tutti elementi che mostrano l’evoluzione dai primitivi esempi di Death Metal.

Nel combo di musicisti (due chitarre, batteria, basso, voce) chi spicca di più in questo esordio è Alex Krull alla voce, che, forte anche di qualche “effetto speciale” (Last Temptation ad esempio usa echi e riverberi) spicca su di una formazione precisa e impeccabile, che tiene testa a composizioni tutt’altro che lineari.

Il ruolo di spicco di Hallucinations pone gli Atrocity sul sentiero che stava portando i Death verso Human.

Todessehnsucht (1992) mostra che la band ha optato epr evolvere ulteriormente il sound, allontanandosi ancora dai lidi del Death Metal tradizionale. La title-track, che funge da apertura, ha un passo Doom e sfrutta un recitato ed urla distanti e non ha nulla della frenesia distruttiva che tanto si sentiva nell’esordio. Quando Godless Years torna ad una furia Death Metal, lo fa senza disdegnare l’utilizzo di note di chitarra in “clean”, e concedendo poche decine di secondi alla cavalcata di morte e molto di più ad una struttura più meditata, persino epica. Su Unspoken Names il Death Metal è l’anima della musica, ma è proposto con l’estro creativo e multiforme di chi sonda i margini del genere, alla ricerca di nuovi territori: è un gioiello di Tech-Death. Il momento in cui appare evidente come la band sia ormai oltre i territori Death Metal è Sky Turned Red, forse l’apice di questo secondo disco: l’afflato operistico dei cori ha un qualcosa di gotico e liturgico, ma poco delle sferragliate primitive del Death Metal tradizionale. Un altro momento di notevole creatività è A Prison Called Earth, che nel finale si scioglie in un abbandono che è metafora di morte, di annegamento, di deriva. Una cover dei Death conferma la vicinanza fra le due band e chiude un secondo album che evolve da un esordio interessante, alla ricerca di nuove forme di Tech-Death.

Il terzo album, Blut (1994), vira verso territori più Groove Metal, costruendo un concept album su Dracula. Prong e Pantera sono alcune pietre di paragone ideali per molti momenti dell’opera. Un’anima più gotica affiora nella title-track, una ancora più melodica è protagonista in Calling The Rain, con ampio utilizzo di strumentazione acustica. Un’anima Doom in Leichenfeier (con richiami del sound dei Candlemass) variega ancora un po’ la proposta. Si tratta di un album mediamente massiccio e potente, trascinante ed aggressivo, che in alcuni frangenti deve qualcosa anche a formazioni come i Type O Negative (per esempio Begotten Son e Land Beyond The Forest) ma che principalmente si rifà al mondo Groove Metal. Manca la complessità degli esordi, sostituita da più ritmo e più melodia. Non è all’altezza degli esordi, ma Blut è un album equilibrato, un po’ scontato e derivativo in qualche frangente, ma non da trascurare completamente.

Calling The Rain (1995) è un album acustico che prosegue il discorso già iniziato su alcuni brani di Blut. Si tratta di un Folk gotico ed oscuro, suggestivo in episodi come Departure (sola voce), nell’esotismo di Desert Land e nelle già edite Calling The Rain e Land Beyond The Forest. Non c’è niente di eccezionale, ma potrebbe essere perfetto per una notte di Halloween. I dieci minuti di Ancient Sadness, soprattutto voce, mettono però a dura prova la pazienza.

Die Liebe (1995) vede la band salire sul carro dell’Industrial Metal, sfruttando la collaborazione dei Das Ich. Il risultato è formulaico e non merita un posto di rilievo né nella discografia dei Das Ich né in quella degli Atrocity.

Willenskraft (1996) si avventura nei territori dove i Fear Factory sono delle divinità: quella commistione fra Industrial e Death Metal che permette un sound con molto “groove” e molta potenza, senza per questo sembrare una mostruosa deformazione di un ballabile anni ’80. Deliverance e We Are Degeneration soddisfano la voglia di potenza, mentre Love Is Dead resuscita l’anima più Gothic Metal. The Hunt affonta il Death Metal più brutale e Seal Of Secrecy si ricongiunge ai momenti acustici. Complessivamente, Willenskraft non merita lodi ed appare un po’ confuso: in genere la formazione sembra non trovare una propria strada da percorrere e, per quanto non sia tutto da buttare questo Industrial Death Metal, non c’è nulla che sembri meritare troppa attenzione.

Werk 80 (1997) raccoglie cover degli anni ’80. Penso possa essere il più grande “sell out” immaginabile per una band partita dai lidi del Death Metal.

Gemini (2000) torna a quello che proposero assieme ai Das Ich, ma con l’istinto ballabile delle cover di Werk 80. Sembrano cover anni ’80 di band che non sono mai esistite, ed ognuno (a seconda di quanta nostalgia ha degli anni ’80) potrà decidere se valgano l’ascolto.

Atlantis (2004) riavvicina la band ad un genere che ha sfiorato nei primi album, il Prog-Metal. Questo concept album è una buona sintesi degli esperimenti portati avanti dal terzo album in poi, e riassume tanto l’aspetto più potente (epurato degli eccessi più primitivi di Death Metal), sia quello più melodico (epurato delle più soffici declinazioni radiofoniche). C’è molto Groove Metal (per es. Gods Of Nations) e qualche ricordo Gothic Metal (per es. Enigma). La novità, se c’è, è in una spinta sinfonica inedita ed operistica (Omen). Lontano anni luce dall’essere un album indimenticabile, Atlantis è comunque il meno peggio degli album del dopo-Blut.

Werk 80 II (2008) è il seguito di Werk 80.

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Voti:

Hallucinations – 7
Todessehnsucht – 7
Blut – 6
Calling The Rain – 5
Die Liebe – 4,5
Willenskraft – 5,5
Werk 80 – 4
Gemini – 4
Atlantis – 6
Werk 80 II – 3

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