Counting Crows – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Counting Crows

I Counting Crows sono un gruppo statunitense dedito ad un Rock educato, vicino alla sensibilità del Folk, ai ritornelli accattivanti del Pop e ad una malinconia esistenziale che ha conquistato la Generazione X.

L’esordio August and Everything After (1993) è un album fatto di storie intime, di slanci emotivi, di commozione e malinconia. Il canto di Adam Duritz, sofferto e drammatico, pieno di una vibrante emotività, è l’elemento più riconoscibile. Il resto della formazione suona alternativamente come una versione soft dei Pearl Jam, come una rivisitazione dei R.E.M e talvolta rivela ricordi di Bob Dylan e della Band. Quando il canto si fa più vicino ad una tradizione liturgica si intravede lo spettro di Van Morrison.

Round Here (che richiama i Pearl Jam), Omaha (che ricorda la Band) e soprattutto Mr. Jones, il loro momento più celebre ed il loro più entusiasmante ritornello sono diapositive di una poetica quotidiana, che è poi una delle costanti della musica Rock. La storia di Mr. Jones, che riprende la tradizione del Folk/Rock, è l’epitome della band: intima, emotiva, orecchiabile e piena di quell’entusiasmo poetico che a volte rende un brano accattivante un inno degno di essere ricordato.

La malinconia attraversa l’opera, come ben mostra la ballata noir di Time And Time Again (di nuovo la Band) e la spettrale Perfect Blue Buddings. L’organo che guida Ghost Train è capace di conferire un substrato liturgico ad un brano con profumi Jazz e momenti di tristezza funebre. Raining in Baltimore mostra come sia la forza emotiva quella che rende l’opera ricordevole: riorganizzare un linguaggio tutto sommato tradizionale per proporre momenti toccanti fatti di semplicità e di malinconia. A Murder One, in chiusura, è più arrembante ma non meno depressa.

Nella più energica Rain King (nel territorio dei REM, si sentano anche le armonie vocali) la band trova un secondo classico.

Non un album d’innovazione, ma di emozioni, di storie di perdenti e sognatori. Unisce allegria e malinconia, in un qualcosa che male descrivono le parole, ma che merita di essere quantomeno provato.

Recovering the Satellites (1996) propone un sound molto più arrembante in apertura (il chiasso di Angels Of The Silences è degno dei più grintosi Pearl Jam). In genere il sound sembra aver perso quell’equilibrio delicato (I’m Not Sleeping ci mette pure le orchestrazioni). In genere la poetica intimista, commovente, toccante e vibrante sembra sommerso dalle chitarre e si confonde facilmente con un Post-Grunge medio (Have You Seen Me Lately).

Il meglio, come Miller’s Angel, Monkey e Mercury, arriva con gli amplificatori meno invadenti, o quando l’equilibrio fra chitarre e dolcezza melodica è più convincente, come nella title-track. Ma in fondo non c’è granché anche qua da ricordare.

A Long December, l’unico momento degno del loro miglior canzoniere, sarebbe perfetta sull’esordio, ed involontariamente sancisce il fallimento di questo secondo album, che cerca nuove vie poco convincenti per uno stile che trova la sua peculiarità in un fragile equilibrio.

This Desert Life (1999) ritrova un po’ l’equilibrio perduto. Abbandonate le vesti Post-Grunge, si torna a toni più pacati, partendo nel solco della tradizione Folk/Rock con Hanginaround e St. Robinson In His Cadillac. Amy Hit The Atmosphere è una nuova ballata di malinconia e richiami Gospel. Tornano i REM (Four Days), torna lo stile commovente (All My Friends, High Life, Speedway) e la band riesce a proporre un nuovo brano minimale, un abisso di intimissima depressione come Colorblind, uno dei loro gioielli. Il nuovo brano di Pop/Rock, più o meno l’erede di Mr. Jones, è I Wish I Was A Girl. Nel complesso l’album risolleva le loro quotazioni, pur senza bissare la poetica dell’esordio.

Hard Candy (2002) continua a farsi affascinare dalla tradizione Folk/Rock (If I Could Give All My Love è vicina ai Byrds), alla quale aggiunge un po’ di psichedelia in Good Time. Alle ballate si aggiunge soprattutto Goodnight LA. Tornano alcuni arrangiamenti eccessivamente pesanti (Miami, Butterfly In Reverse), poco adatti alla loro poetica.

Saturday Nights & Sunday Mornings (2008) parte con il Grunge di 1492 e ritorna spesso a strati di chitarre elettriche, capaci solo di farli sembrare l’ennesimo gruppo del Post-Grunge. Il resto è sulle solite coordinate (Los Angeles è la Band rediviva, per esempio). Niente di nuovo, quindi, dopo 6 anni dall’ultimo album di studio. Non un album in cui cercare la musica del 2008, né nel 2000. Appurato questo, Le Ballet D’Or e On a Tuesday in Amsterdam Long Ago riescono ancora a portare con loro una poetica vibrante e malinconica.

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Voti:

August and Everything After – 7
Recovering the Satellites – 5
This Desert Life – 6
Hard Candy – 5
Saturday Nights & Sunday Mornings – 4,5

Le migliori canzoni dei Counting Crows

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