Lana Del Rey – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Elizabeth Woolridge Grant. meglio conosciuta come Lana Del Rey, diventa una sensazione nel 2012 con l’album Born To Die.

La proposta è un sound nostalgico, malinconico, immerso in uno stato d’animo dimesso, umbratile ed intimista. Probabilmente l’hype ha ingigantito più del dovuto l’opera, quantomeno valutando l’interesse suscitato sulla stampa, ma è quasi innegabile che la Del Rey abbia delle differenze con l’artista femminile Pop tipica del periodo: non sembra una assetata di sesso, non mostra ampie porzioni del proprio corpo in ogni video, non punta su un sound edonistico, sull’immaginario dei “party” o su gioviali ritornelli da canticchiare nel week end. Alcuni episodi dell’album la vedono come una nostalgica, depressa, disillusa donna che rimira un mondo di emozioni color seppia. Uno stile elegante, tutto diverso dal chiasso dei singoli delle varie Lady Gaga, Katy Perry e Rihanna la rendono simile in parte ad Adele, ma con uno stile più depresso che emotivo, più nostalgico che melodrammatico. Almeno la fosca e tragica Born To Die e il Gospel funebre di Video Games, avvolta in una nebbia da cimitero, sono due gioielli di malinconia Pop.

Anche National Anthem, Carmen e Millior Dollar Man condividono quell’appeal un po’ lugubre ed ombroso. Testi un po’ naive restituiscono un’atmosfera priva di energie vitale, svogliata, rassegnata. Il grosso difetto è che metà album non riesce a conservare questo fascino, avvicinandosi ad un Pop più canonico e banale.

Ultraviolence (2014) ha il compito di dare un seguito ad un esordio molto chiacchierato. Lo fa conservando il clima depresso e decadente, malinconico e svenevole e cercando di compiere a tratti il salto verso brani più estesi. Un’estetica retrò avvolge tutta l’opera. Ci prova subito Cruel World (quasi 7 min.), sfruttando slanci psichedelici; ci riprova la giostra al ralenti di Shades Of Cool ed anche la vacua Brooklyn Baby. Sono in genere esperimenti che diluiscono brani con variazioni stilistiche che possono apparire curiose solo per l’ambito Pop. In ogni caso l’atmosfera eterea, onirica, esangue e sottilmente inquietante che si percepisce lungo tutto l’album è affascinante e qua e là alcuni momenti si configurano come sussulti creativi: il Dream-Pop ectoplasmatico e cameristico di Brooklyn Baby; il sospiro per fendenti chitarristici tragici di Black Beauty, un momento da antologia del Pop del periodo; Guns And Roses, psichedelia angosciante.

Più spesso le melodie decadenti dell’esordio sono rivestite di una produzione che rievoca i Cocteau Twins, i Red House Painters, i classici del Chamber Pop a seconda dei momenti, senza per questo superare la ripetitività del canto e delle tematiche e senza mai dare l’impressione di inventare qualcosa di nuovo. Sorge il dubbio che alcune composizioni siano infarcite di riverberi, echi, strumenti vintage, divagazioni onirico/psichedeliche perchè proprio questa è la cosa di maggiore interesse, proprio questo è il principale contributo artistico deell’opera: delineare un’estetica decadente, vintage, che si sforzi di uscire dall’ambito mainstream.

L’album è meno immediato di Born To Die, punta meno su un’epica Pop e più su un suono onirico e ultraterreno. Come per l’esordio, però, l’impressione è che metà dei brani non contengano elementi granché originali.

Honeymoon (2015) torna in parte ai brani dell’esordio, conservando le maestose, tronfie strutture di Ultraviolence. La lenta depressione della title-track porta con sé i limiti del secondo album: quasi 6 minuti per un’idea di depressione apatica non molto originale; ne soffre, meno, anche The Blackest Day, più varia e ritmata. Alcuni brani, come in passato, solo semplicemente atmosfera, riverberi, lamenti: Terrence Loves You, God Knows I Tried, Swan Song. La sontuosa atmosfera etnica di Music To Watch Boys To trasforma la Del rey in un lascivo e decadente esempio di musica da 007.

High By The Beach potrebbe essere un brano dell’esordio, ma non uno dei migliori; meglio Freak, wobble-bass e sospiri, inno depresso e crepuscolare, lascivo e decadente, narcolessia erotica. Religion è un Blues/Gospel sensuale e ammiccante, Salvatore è un melodramma kitsch degno di una scena di Lynch. Se rimangono evidenti alcuni limiti della Del Rey (la voce poco duttile, la monotonia emotiva, la prolissità ecc.), Honeymoon mette meglio a  frutto il suo immaginario: un campionario di immagini decadenti, intrise di estetica statunitense gotica contemporanea, che uniscono i più lascivi e sensuali inni amorosi con scorie religiose, cliché felliniani, edonismo straziante. Il finale con Don’t Let Be Misunderstood, riassume pregi e difetti: Lana Del Rey ha il carisma di colorare a tinte seppia ogni melodia, di trasmettere il suo personaggio in ogni brano. Il fatto che queste composizioni siano a tratti mediocri e dimenticabili non può far dimenticare che, nel complesso dell’intera opera, si riesca a infondere un sound specifico, un mood, un’estetica: è molto di più di quante dive possono vantare.

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Voti:

Born To Die – 5,5
Ultraviolence – 5
Honeymoon – 6

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3 thoughts on “Lana Del Rey – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. ornitorinconano ha detto:

    Massì, se ascolti Rihanna sembra che abbia una tempesta ormonale perenne, e invece Katy Perry ammicca e seduce una canzone sì e l’altra pure e anche basta! Fate riposare la vostra sessualità, ogni tanto!

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  2. Estelin ha detto:

    ma non è che la Lanona sembri casta e pura, almeno nei video. Certo, nei testi magari non dice continuamente “dammelo”, “ho baciato una ragazza e m’è piaciuto” o “dai baby vieni dentro di me”…

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