Helloween – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni degli Helloween

Gli Helloween sono una delle formazioni fondamentali del Power Metal europeo. La band tedesca ha contribuito a creare un modello diffuso e ampiamente scopiazzato: brani veloci, rombanti, violenti, epici, spesso decorati da virtuosismi.

Fondamentalmente l’esordio Walls Of Jericho (1984) è molto vicino allo Speed Metal ed al suo stile affilato, veloce e preciso, ma dosi di melodie maestose, assoli velocissimi ed un pathos drammatico aggiungono quanto basta per considerare l’album una pietra miliare del Power Metal. Si tratta sostanzialmente di filastrocche corazzate, di motivetti ricoperti di borchie, privi delle tendenze dissonanti di quella che sarà la scena Death e Doom. Indubbiamente il sound è spettacolare: assalta con i volumi stratosferici, ammalia con i fulminei assoli e flussi di note, attrae con le melodie suspersoniche e travolge con la velocità sempre sostenuta. Molta dell’orecchiabilità di questo Power Metal degli Helloween è dovuta anche ad un cantato “pulito”, vicino a quello di Iron Maiden e Juda Priest, invece che al ruggito del Thrash Metal. Walls Of Jericho è ancora vicino allo Speed Metal, ma contiene in nuce già il futuro movimento Power Metal teutonico.

La partenza è affidata alla fulminea Starlight, allo Speed Metal d’assalto di Murderer (i Metallica di Kill’Em All meno viscerali). Victim Of Fate è il primo gioiello della discografia: in quasi 7 minuti ci sono melodie epiche e ipercinetiche, canto trascinante, fiumi di note di chitarra, un mid-tempo teatrale al centro ed un finale dove l’onanismo strumentale è una minaccia seria, ma che regala uno spettacolo pirotecnico molto trascinante. Walls Of Jericho/Ride The Sky è un altro classico, con tutto quel sentimento epico che diventerà una costante del Power Metal; sullo stesso piano anche How Many Tears, altri 7 minuti di epico Speed Metal. L’inno più orecchiabile è Guardians, canticchiabile, veloce, ficcante ma l’inno più coinvolgente per il pubblico rimane probabilmente Heavy Metal (Is The Law).

Keeper Of The Seven Keys Part 1 (1987) è il primo grande classico del Power Metal e vede alla voce Michael Kiske, ugola affilata e duttile, adatta tanto agli acuti lancinanti che ai passaggi più pacati. Più maestoso, epico, trascinante dell’esordio, cristallizza il sound classico degli Helloween e di molto Power Metal europeo. L’uso massiccio dei cori rende ancora più orecchiabili i nuovi inni, a partire da I’m Alive. L’evoluzione verso brani più variegati e impegnativi anche a livello compositivo è dimostrata da Twilight Of The Gods che in quattro minuti unisce idealmente NWOBHM, Speed Metal, cori epici e maestose melodie. Ad attirare l’attenzione è la portentosa Helloween (13 minuti abbondanti): una cavalcata epica che dà fondo ai trucchi della band, compresi passaggi per chitarra acustica e assoli al fulmicotone. Punto zero di molto Power Metal, quest’album è almeno al pari dell’esordio, di cui evolve il sound allontanandosi dallo Speed Metal e da quelle scorie Thrash che ancora erano presenti.

L’album forma con il successivo Keeper Of The Seven Keys Part 2 (1988) un unico concept. Stilisticamente l’album segue il primo capitolo, anche se complessivamente è più altalenante. I nuovi inni orecchiabili sono Eagle Fly Free e I Want Out. La rocambolesca power ballad We Got The Right è a tratti confusionaria, ma cerca di inserire il maestoso stile epico su una struttura più distesa. La lunga title-track, che giunge quasi ai 14 minuti, fa le veci dell’Helloween della prima parte, mostrando cambi di tempo rocamboleschi, tanta epica e momenti ruffiani da Pop-Metal; c’è ancora tanti assoli, tante melodia, tanta doppia-cassa, tante linee vocali acutissime. Non c’è evoluzione di sorta, il che è prevedibile visto che doveva essere un secondo disco di un album doppio. Anche considerando questo, però, sarebbe stata una seconda parte che riprende troppo da vicino la prima e si fa attirare da demenzialità Hard Rock (Rise And Fall) tutt’altro che imperdibili.

Nel complesso Keeper Of The Seven Keys è un’opera-simbolo del Power Metal. L’album doppio è così imponente che finisce per diventare formulaico, nonostante utilizzi uno stile che ha contribuito a creare. Questo Power Metal è furbo perché unisce orecchiabilità, melodie, spettacolarità e un po’ di fantasia compositiva, tenendo sempre presente una immediatezza d’ascolto che rappresenta un po’ il core della loro musica. Può sembrare un arsenale di trucchi, ed effettivamente in alcuni frangenti lo diventa: una carrellata di passaggi ad effetto, affidati ora alla chitarra, ora alla voce acuta, ora a quel cambio di ritmo, ora a quel coro coinvolgente. I brani più brevi sono praticamente cugini del Pop-Metal, iniettato di un appeal più esagitato. Le tematiche, tendenzialmente fantasy, sono anche esse tipiche del genere che hanno cotnribuito a forgiare.

Stilisticamente si può immaginare Keeper come il risultato di un ibrido fra Judas Priest, Iron Maiden e Anthrax, uniti al gusto magniloquente e spettacolare dei Deep Purple ed a qualche ritornello più Pop.

Pink Bubbles Go Ape (1991) ha uno stile più ironico e meno impegnato, abbandonando anche qualche dose di spirito epico. Qualche demenzialità come Heavy Metal Hamsters fa sorridere, ma non sono certo loro gli eredi della grande demenzialità del Rock. Il sound è il più banale che abbiamo mai proposto, e sfrutta una versione più semplice delle cavalate melodiche già edite.

Chameleon (1993) è una consacrazione ad un sound commerciale e radiofonico (la ballatona Windmill, la malinconia di I Don’t Wanna Cry No More, l’arrembante ma innocua Crazy Cat), che comunque rimane in alcuni momenti epico, come in Giants. Revolution Now ha un appeal Groove Metal mentre I Believe ha un sound di chitarre che ricorda quello degli Alice In Chains. Si tratta di un album a suo modo variegato, ma nulla di quel che propone è interessante.

Master Of The Rings (1994) è un album che torna al Power Metal degli esordi con decisione. Abbandonato il cantante Michael Kiske, sostituito da Andi Deris, ed il batterista Ingo Switchenberg la band abbraccia di nuovo doppia-cassa fulminante, assoli che eruttano note su note ed un sound muscolare, maestoso e pirotecnico. Sole Survivor e Where the Rain Grows aprono al massimo della potenza e della velocità: una tempesta sonora che è la degna erede del doppio Keeper. Certamente c’è ancora un appeal immediato ed un po’ vacuo (Perfect Gentelman) e le novità sono davvero poche, se si esclude i souni da video-game di Secret Alibi e qualche melodia di tastiere. Ma se vi basta il divertimento, Take Me Home è un Rock’n’Roll così frenetico che vi riempirà una serata.

The Time Of The Oath (1996) è un altro album tipico del loro stile più Power Metal. Pomposi fino all’eccesso, veloci, aggressivi e melodici, questi Helloween sono cristallizzati in uno stile spettacolare e pirotecnico, ma non granché originale. L’epopea della title-track e di Mission Motherland è la degna erede delle epopee dei primissimi album, mentre la magniloquenza muscolosa di Kings Will Be Kings è tanto pomposa da diventare stucchevole, ma questa poi è una questione di gusto personale.

Better Than Raw (1998) è in parte legato al passato, in parte tenta nuove strade, poco convincenti, soprattutto proponendo un sound più aggressivo, atmosfere più cupe e volumi stratosferici. Un esempio di esperimento un po’ kitsch è Lavdate Dominvm, che unisce Speed/Thrash e canto religioso. Push, supersonica e corazzatissima, riesce ad essere accattivante e qualche scorribanda è tanto travolgente da destare l’attenzione (per esempio Midnight Sun ed il suo chitarrismo virtuoso), ma in genere gli Helloween sembrano relegati ad un mondo musicale che è invecchiato assieme a loro. Rimangono spettacolari. pirotecnici ed i decibel fungono un po’ da lifting: ma c’è il trucco, non c’è avanguardia Metal qua.

The Dark Ride (2000) ritrova l’orecchiabilità dei loro inni più immediati in Mr. Torture. Mirror Mirror e la melodica If I Could Fly sono orecchiabili e rappresentano momenti di una ritrovata abilità a comporre inni di Heavy Metal immediati e fruibili da un grande pubblico. Il sound più ruvido e cupo torna prepotente in The Departed, una delle composizioni più convincenti dell’intera carriera, curata negli arrangiamenti e nel respiro orchestrale. I Live For Your Pain mostra che la band ha imparato qualcosa anche dalle formazioni Prog-Metal più melodiche. La title-track mostra come, pur cambiate le atmosfere, ma band mantenga uno spirito fortemente epico. Si tratta di uno dei loro album migliori, pur senza presentare grandissime sorprese.

Rabbit Don’t Come Easy (2003) torna ad un clima più solare. Questo porta a canzoni banali come Never Be A Star, minate anche da una ovvietà melodica imbarazzante. Tutta l’opera riceheggia del loro passato, dei momenti epici, delle melodie, dei momenti maestosi e canticchiabili: solo per fan.

Keeper of the Seven Keys: The Legacy (2005) è il seguito della loro opera maggiore. Per quanto possa essere una operazione commerciale, il risultato non è così banale e triviale come avrebbe potuto. Non c’è granché di nuovo, il che è prevedibile già dal “Part 3” del titolo, ma dosi di Prog-Metal, il sound maestoso che si portano nel DNA e quella retorica Power Metal che hanno contribuito ad inventare permette loro di macinare 80 minuti di musica. Nulla svetta, ma se amate i capitoli precedenti, un ascolto è d’obbligo.

Gambling with the Devil (2007) torna al clima opprimente ed oscuro, con un sound più tagliente (Kill It sembra una versione dopatissima dei Judas Priest; Paint A New World è piena di tornado ritmici). Inserti di voci modulate artificialmente e qualche momento vicino ad un melodismo radiofonico (As Long As I Fall) sono le novità, e non sono granché. Can Do It è l’equivalente del bubblegum per il Power Metal.

7 Sinners (2010) raschia il fondo del barile: i membri scrivono i brani in solitaria e la band sembra fare il verso al Power Metal e ad altri cliché dell’Heavy Metal, non senza intenti ironici. Are You Metal? è l’inno che vale di ricordare, sempre senza prenderli troppo sul serio.

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Voti:

Walls Of Jericho – 7,5
Keeper Of The Seven Keys Part 1 – 7,5
Keeper Of The Seven Keys Part 2 – 6,5
Pink Bubbles Go Ape – 5
Chameleon – 4
Master Of The Rings – 6
The Time Of The Oath – 5,5
Better Than Raw – 5
The Dark Ride – 5,5
Rabbit Don’t Come Easy – 4,5
Keeper of the Seven Keys: The Legacy – 5
Gambling with the Devil – 4
7 Sinners – 4

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