Ellen Allien – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Ellen Allien

Ellen Allien (all’anagrafe Ellen Fraatz) è una musicista dedita ad una musica Elettronica che viaggia fra Techno, Electropop, Electroclash e sperimentazione. Nella sua musica l’origine tedesca si avverte sia in alcuni richiami musicali sia in espliciti riferimenti.

Stadtkind (2001) è spesso in equilibrio fra ricordi di una forma canzone, evoluzioni dei modelli Disco, asprezze tecnologiche e ipnosi Techno. La scomposizione ritmica è derivata dalla scena IDM e Glitch, mentre gli apporti melodici sono cosmici e atmosferici, più che orecchiabili.

Send, ad esempio, è capace di essere melodica, allucinata ed ossessivamente ritmica grazie ad uno stile compositivo creativo, che opta per una costante evoluzione della materia sonora. Fenstermusick vira verso una IDM piena di rumori e di rintocchi subacquei, in un’estasi più cosmica che di droghe. Questo aspetto atmosferico e algido ritorna fra le pieghe di molti brani, ed è più interessante del lavoro ritmico di episodi come Shorty o Tief in Mir. Il momento più interessante dell’opera è Licht, che prima frammenta e scompone un ritmo, poi scopre synth retrò, atmosferici droni Ambient, singulti sintetici: è la poetica dei robot.

Capita, in Trust And…, che questa ipnosi rumorosa mostri il suo lato più “negativo”: una coltre di bassi, una pernacchia distorta, voci incomprensibili; un incubo sul dancefloor.

Sospesa fra ritmo, atmosfera e rumore la Allien trova a volte equilibri interessanti, soprattutto quanto inietta dosi di una disperata poetica nel suo sound.

Berlinette (2003) presenta un amalgama più malinconico e poetico. Lo dimostra da subito Alles Sehen, con il suo carillon e quel canto flebile, mentre uccellini digitali cinguettano. L’atmosfera onirica prosegue nella Minimal Techno per frammenti vocali di Sehnsucht; permane un senso di catastrofe, iniettato dagli spettrali droni sullo sfondo, urla trasfigurate e nebbia malinconica.

Push parte un po’ banale, poi un carillon ridona la patina onirica, comunque dissolta completamente da Trash Scapes, il momento più violento e stravagante dell’album: una voce che sembra uscito da un sogno allucinato, chitarre distorte da Heavy Metal, vortici ritmici.

Augenblick, forse il brano migliore, porta i ritmi fino a diventare nugoli sonori, confuse macchie di colore che lasciano il posto ad una eterea e funebre melodia, dove luccica una chitarra e rumori Glitch animano il paesaggio.

Wish prova un approccio elettro-acustico, dove una chitarra acustica si unisce ad una fosca filastrocca, ornata nel finale da synth retrò, espressionisti e drammatici. Si tratta di un momento di creatività che mostra una notevole capacità di sintesi stilistica.

Decidere se le voci di Abstract Pictures siano da sogno o da incubo è un buon esercizio per entrare in sintonia con questa musica: eterea, spettrale, funebre e vitale, sperimentale e retrò; musica di contrasti. Rimane un senso generale di angoscia sottile, di cupidigia, ma affiora dai dettagli, ed è resa surreale dai cinguettii Glitch, dai ritmi ballabili e da qualche frammento melodico degno delle discoteche dei ’90.

Il finale è affidato ad Open, e fonde Synth ’80, Techno, Minimal Techno, Glitch e Jungle: un buon modo per chiudere un disco che pone domande, suscita dubbi e vive di una poetica surreale, onirica, ambigua. E di carisma.

Thrills (2005) è il più Electroclash dei suoi album. Più ritmo, poche divagazioni strumentali, più ipnosi ballabile. Si tratta probabilmente anche del suo album più monotono. Certamente The Brain Is Lost ha un fascino maledetto e il tessuto melodico di Naked Rain è malinconico ed avvolgente, ma generalmente l’opera è meno brillante, soprattutto perché ha perso molte delle ambiguità del passato: musica ballabile, ruvida, sanguigna e meno complessa, non banale ma neanche così creativa. Certo Ghost Train ha ancora un alone ectoplasmatico e Cloudy City si fregia di quei synth retrò già incontrati altrove nella sua discografia, ed anche il finale, con Magma, è comunque capace di qualche dettagli affascinante (certe manipolazioni della voce, soprattutto), ma è un terzo album che gioca al ribasso, più che al rialzo.

SooL (2008) è uno scivolone che in veste minimale sviluppa idee poco originali portandole a spasso quanto basta per riempire un album intero. Certamente è Ellen Allien, quindi lavora ancora col microscopio sui ritmi e sull’ansia (BIM, Ondu), usa ancora i synth retrò (Sprung), è ancora capace di qualche momento poetico (Zauber); ci mette anche un momento cantato e pacatissimo (Frieda) che lascia il tempo che trova. Nel complesso, non stupisce, diventa spesso monotona e difficilmente inventa. Album che sembra poco sviluppato, con idee scarne e minimali che suonano naive nel 2008.

Dust (2010) risolleva la Allien, proprio quando sembrava perduta. Tornano i carillon, le atmosfere oniriche e va via la coltre minimale che affossava nella monotonia SooL. Our Utopie è già più luminosa e colorata del recente passato, ma Flashy Flashy ha una spinta Funk e sussurri sensuali, senza dimenticare gli arabeschi di synth. Torna anche la poesia digitale ed algida in Sun The Rain, che confina con il Pop/Rock. Il ritorno alle atmosfere cosmiche arriva in Should We Go Home, che ha una coda piuttosto astratta.

You torna al Pop/Rock, Huibuh vira verso una sorta di salsa Lounge e Glitch e Schlumi chiude con una dance music per allucinazioni ectoplasmatiche.

Un disco relativamente colorato, che ha poco dell’angoscia dei primi due album e che apre a strutture ritmiche caraibiche. Elegante, melodico, che equilibra complessità e semplicità. Decisamente meno ostico di SooL, e meno monotono, è un disco che non rimarrà nella storia, ma che merita un ascolto attento: riesce a condurre in un viaggio fra Techno, Pop, Electro-Pop e piccole stravaganze, il tutto corteggiando sfumature oniriche e impalpabili.

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Voti:

Stadtkind – 6,5
Berlinette – 7
Thrills – 6
SooL – 5,5
Dust – 6,5

Le migliori canzoni di Ellen Allien

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