Afrika Bambaataa – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Kevin Donovan nasce da genitori giamaicani e barbadiani e cresce neiBronx River Projects, nel cuore di New York. Cresce nell’attivismo promosso da madre e zio, mentre il quartieri diventa dominato dai criminali. Kevin fa parte dei Black Spades, un gruppo che negli anni 70 vede espandersi la propria influenza anche nei quartieri limitrofi. Poi un viaggio cambia la visione del mondo del giovane Kevin, verso un approccio non-violento: un viaggio in Africa, accompagnato dalla visione del film Zulu di Cy Endfield, del 1964. Cambia nome in Afrika Bambaataa Aasim, in onodre del capo-clan africano Bambatha kaMancinza che guidò una rivolta nel 1906, nella colonia del Natal, poi confluita nell’Unione Sudafricana. Cambiata la sua visione del mondo, Bambaataa abbandona i Black Spades e fonda la Bronx River Organization.

Nel 1976, ispirato dal seminale lavoro di Dj Kool Herc e d Kool Dj Bee, inizia a organizzare i primi party. In questo periodo fonda anche la Universal Zulu Nation, un gruppo di persone con interessi sociali e politici che cerca di strappare alla strada i figli del proletariato. Nata ufficialmente il 12 Novembre 1977, è la prima organizzazione Hip-Hop della storia. Comprende non solo rapper, ma anche b-boys e graffitari, oltre a tutta una costellazione di persone che ruotavano attorno alla musica, il ballo e i party. Nella sua forma originaria la Zulu Nation comprendeva solo cinque b-boys, gli Zulu Kings, ma poi arriveranno le Zulu Queens e tanti altri. Il gruppo divenne così nutrito che una sorta di sotto-organizzazione, la Soulsonic Force, comprendeva ben 20 membri. Secondo alcuni Bambaataa potrebbe essere stato anche il primo a parlare di “Hip-Hop”, in un’intervista.

Le prime esperienze musicali sono però deludenti per Kevin, che trova il successo alle feste solo a inizio anni 80. Ai suoi party accorrono sempre più persone e nel 1982 arriva anche il primo singolo della carriera, Planet Rock, in collaborazione con i Soulsonic Force. Il brano diventa negli anni successivi una pietra miliare della musica del periodo, fondamento di Hip-Hop, musica Elettronica ballabile e perfetto brano per la breakdance. Planet Rock è forse il più fulgido esempio di Electro che si sia mai ascoltato fino a quel momento, una versione primitiva di musica Techno. Contiene persino un campionamento di Trans-Europa Express, dei Kraftwerk e un breve frammento della colonna sonora di Per Qualche Dollaro In Più. Fra le altre influenze si citano la Yellow Magic Orchestra, Gray Numan e George Clinton. L’uso della Roland TR-808 avrà un’eco lunghissima sulla musica Elettronica e Hip-Hop. Questo Funk elettrico, a volte etichettato come Electro-Funk, è tanto futuristico quanto accattivante, immediato e flessibile nei suoi confini estetici. Il ritmo semplice e coinvolgente si fonde efficacemente con i vari sample, creando un modello aperto a infinite variazioni.

Coinvolto nel primo tour Hip-Hop europeo di sempre, Bambaataa inanella due singoli clamorosi anche nel 1983. Prima Looking For The Perfect Beat, manifesto sin dal titolo epocale, omaggio futuristico di amore per la tecnologia e il digitale. Poi Renegades Of Funk, anche questa dal titolo degno di un’antologia, ideale variazione sul canone di Planet Rock.

Bambaataa sta rivoluzionando la musica con i suoi messaggi positivi, ottimisti e altruisti: è un’icona del cambiamento possibile, del miracolo della musica. La sua statura artistica è riconosciuta non solo nel mondo Hip-Hop, ma anche da John Lydon, che collabora con Kevin nel 1984 all’interno di un altro progetto di Bambaataa, il gruppo Time Zone. World Destruction, questo il nome del brano, rimane negli annali come il primo grande riconoscimento del talento di Kevin nel mondo Rock. Nel 1985 il suo nome è a fianco di quello dei Run DMC, Joey Ramone (Ramones), Lou Reed e U2 nell’album anti-apartheid Sun City organizzato da Steven Van Zandt. E forte sarà la sua presenza nel mondo dell’attivismo africano anche nei restanti anni 80 e nei successivi anni 90.

Purtroppo poca di tutta questa gloriosa centralità nello sviluppo dell’Hip-Hop arriva con piena efficacia su disco. Death Mix Live (1983) testimonia un live da preistoria dell’Hip-Hop, ma è poco più che una curiosità per appassionati che lasciò profondamente deluso lo stesso Bambaataa.

Tutto il lascito di Bambaataa al mondo musicale è praticamente riassunto nell’esordio Planet Rock – The Album (1986). In questo caso parlare di pietra miliare è doveroso, visto che il disco consegna alla storia questo nuovo stile musicale, un Electro-Funk quanto capace di anticipare futuri sviluppi di quello che diverrà l’Hip-Hop più vicino ai dancefloor. In apertura del disco, i tre singoli-capolavoro già pubblicati:  Planet Rock, Looking for the Perfect Beat e Renegades of Funk, quasi 21 minuti che sintetizzano tutta una parte di old-school dell’Hip-Hop. I quattro brani conclusivi sono la canonizzazione della rivoluzione sonora, con Go-Go Pop che è forse la più riuscita di queste nuove fusioni Electro-Funk. Questa disparità fra il lato A e il lato B porta comunque all’amara considerazione che si tratta sicuramente di una pietra miliare, ma non ci troviamo davanti a un capolavoro: nonostante gli anni di preparazione, l’ultimo quartetto di brani impallidisce dinanzi al trittico iniziale.

Beware (The Funk Is Everywhere) (1987) non contiene singoli momenti degni dell’etichetta di inno, ma è degno di attenzione per il suo ruolo di album Electro-Funk e per l’ampio spettro di generi: dal Rock, all’Hard Rock, all’Elettronica, al Funk, ai ricordi Disco. Bambaataa’s Theme apre con un numero da antologia House. L’apporto all’Hip-Hop si sente forte su Bionic Kats (forse il capolavoro produttivo dell’opera) e Funk You (fra Beastie Boys e Red Hot Chili Peppers) e più in generale nella seconda metà dell’album. L’avvicinamento al mondo del Rock, segnato in particolare dall’utilizzo massivo delle chitarre elettriche (Rock America, Tension, Funk Jam Party), avvicina l’opera a quella dei Run DMC. C’è persino spazio per una cover degli MC5.

L’epoca d’oro di Bambaataa è però ormai già conclusa. Le sue idee dirompenti, il nuovo stile compositivo e il team di collaboratori ha scoperto un modo tutto nuovo di intendere la musica, che ha alimentato i primi singoli (poi confluiti nel vademecum dell’old school chiamato Planet Rock) ed è sbocciata, almeno a livello formale, nel secondo album, Beware, colmando quasi completamente la distanza con il Rock e la New Wave. Messi insieme i due album sono pieni di spunti che saranno preziosi per Hip-Hop, House, Rock e musica Pop, ma solo Planet Rock contiene tre singoli momenti capolavorici.  importante evidenziare come l’influenza di Bambaataa, oltre che culturale come portavoce di un Hip-Hop socialmente e politicamente impegnato, si realizzi quasi esclusivamente sul piano musicale e non su quello del rap, secondario se non assente nei suoi brani. In particolare Arthur Baker è il produttore a cui andrebbe tributata una buona parte di questa rivoluzione Electro-Funk, se non nelle idee quantomeno nella capacità di metterla in pratica.

The Light (1988) è intriso del ballabile anni ’80, con richiami a qualcosa del Funk etnico dei Talking Heads. L’album è molto meno interessante, storicamente, rispetto ai precedenti, anche perché si avvicina ad uno stile più Funk e meno Hip-Hop. Zonk Your Body avvia una tendenza ad un sound ispirato ad altri stili di musica da ballo, in questo caso il Reggae.

Nel 1996 Afrika Bambaataa partecipa all’album Jazzin’ di Kahyan, contribuendo ad un disco di musica ballabile da party in linea con la più spensierata Dance del periodo. Un album fin troppo prolisso, ma che va benissimo come sottofondo disimpegnato, anche perché quando si “impegna” diventa tragicomico tanto è didascalico e sensazionalista (A.I.D.S.). Pupunanny è degna dei migliori Aqua, ed è uno dei migliori momenti Dance del decennio col suo mix di cartoonesco e ballabile.

Il 1996 è anche l’anno di Warlocks and Witches, Computer Chips, Microchips and You, un album frammentato che suona arretrato e neanche troppo divertente. Un pezzo come Throw Ya Fuckin’ Hands Up è degno dei Public Enemy, ma è troppo in ritardo a livello storico. Si tratta dell’album più Hip-Hop della carriera, ma è poco più che un’aggiunta all’esercito di musicisti che, prendendo spunto anche dallo stesso Afrika Bambaataa, suonano una musica simile nel medesimo periodo, spesso anche con uno stile più originale. Quasi ottanta minuti di musica per così poca ispirazione sono un esercizio di pazienza.

Zulu Groove (1997) è una compilation che contiene World Destruction, un singolo con John Lydon che potrebbe essere messa accanto ai capolavori dell’esordio. Ma in genere, non è una compilation da consigliare. Dark Matter Moving At The Speed Of Light (2004) è forse il più divertente degli album della discografia, un party-album che è pieno di hook accattivanti. Aggiornato all’epoca della Drum’n’Bass e con richiami da Big Beat, l’album è energico, travolgente e disimpegnato. Got That Vibe, Metal, Soul Makossa, Almighty Ra, Shake ‘n’ Pop Roll, Meet Me At The Party sono tutti momenti che non hanno un grande ruolo innovativo nella storia della musica, ma vanno benissimo come sottofondo per una festa fra amici senza impegno.

Tra le varie compilation la più valida è probabilmente Looking for the Perfect Beat: 1980–1985 (2001), che analizza il periodo storicamente più rilevante.

Afrika Bambaataa ha partecipato a vari progetti che esulano dalla sua discografia solista e ha scalato la classifica anche con alcuni singoli molto “commerciali”, in primis il già citato Pupunanny (1994).


Discografia

Death Mix Live 1985 6
Planet Rock 1986 8,5
Beware (The Funk Is Everywhere) 1987 8
The Light 1988 6
Warlocks and Witches, Computer Chips, Microchips and You 1996 5,5
Jazzin’ (con Kahyan) 1996 6
Zulu Groove 1997 6,5
Looking for the Perfect Beat: 1980–1985 2001 8
Dark Matter Moving At The Speed Of Light 2004 6

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