Yngwie J. Malmsteen – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Yngwie J. Malmsteen

Lars Johan Yngve Lannerbäck è un chitarrista svedese che è diventato famoso come Yngwie J. Malmsteen. Non solo è stato annoverato come uno dei virtuosi della chitarra della sua epoca, ma il suo stile altamente tecnico e veloce e le influenze della musica Classica ne hanno fatto uno dei padri del Metal neoclassico ed indirettamente una figura molto influente nell’evoluzione dei linguaggi musicali che ha portato a Power Metal e Prog-Metal, soprattutto per quanto riguarda il suo strumento prediletto.

Le ispirazioni possono ritrovarsi nei Deep Purple degli sfoggi virtuosi e nei Rainbow. Si sentono richiami di Randy Rhoads e del suo spettacolare uso della chitarra, nonché di Van Halen.

Negli anni ’80 Malmsteen ha rappresentato un momento importante per l’evoluzione del Metal: il suo stile pirotecnico supera sia la scena del NWOBHM che persino buona parte dei rimasugli della scena Prog-Rock. Fondamentalmente non fece che aggiornare alcune delle idee del Prog-Rock al chitarrismo dell’Heavy Metal. Questa relativamente semplice innovazione, però, è stata esplorata da Malmsteen, nei suoi primi album, con la profondità degli innovatori. Egli ha dato fondo, sfruttando il notevole talento, alle declinazioni possibili di quel sound che lui stesso ha principiato. Ne vanno riconosciuti anche i limiti: la contaminazione Classica è praticamente solo barocca; l’Heavy Metal che “usa” nei suoi brani è quasi sempre banale; l’intero impianto musicale, tranne che per la chitarra, viaggia spesso fra l’accettabile e l’imbarazzante.

Rising Force (1984) apre con due brani-manifesto, ovvero i due strumentali Black Star e soprattutto la pirotecnica Far Beyond The Sun. Non solo la chitarra volteggia con una fluidità ed un gusto compositivo che richiamano molto più Bach che gli Iron Maiden, ma Malmsteen sfrutta questi brani anche per introdurre arrangiamenti dalle tendenze orchestrali e dagli arzigogoli barocchi. Evil Eye è un tour de force dove il giovane Malmsteen mostra numerosi “trucchi” chitarristici, mostrando l’energia e la spettacolarità di un piccolo esercito di “normali” chitarristi Heavy Metal. Icarus Dream Suite Opus 4 è ad un passo dal Prog-Metal, con le sue influenze neoclassiche, le sintesi stilistiche, la composizione ardita e complessa e l’integrazione di elementi di matrice Metal. Ancora più forte è la vicinanza al Power Metal.

I brani cantati sembrano i più deboli, perché mancano dell’originalità che affiora quando la chitarra è protagonista assoluta. In sostanza, è un album dove un chitarrista mostra un nuovo stile; difficlmente il resto delle composizioni è degno di nota.

Marching Out (1985) sembra più curato anche nel resto, oltre che nello stile della chitarra. Inoltre, è un album che ha incrementato pomposità e magniloquenza fino a sfiorare il cattivo gusto (I’m A Viking). Ora la maggioranza dei brani è cantata ed in genere la prova vocale di Jeff Scott Soto è superiore a quella dell’esordio. I’ll See the Light Tonight sembra una delle cavalcate degli Iron Maiden imbellettata da un chitarrista virtuoso e pirotecnico. Potenti, virtuosistiche e spettacolari anche tracce come Anguish and Fear e Soldier Without Faith. Ovviamente c’è ancora spazio per brani che sono praticamente lunghi assoli, come nell’esordio (Overture 1383, lo shred di Marching Out). In generale è una versione più bilanciata e rifinita dell’esordio, dove il nuovo stile chitarristico viene messo al servizio di composizioni che sembrano essere un po’ meno dei manuali per virtuosi della chitarra.

Trilogy (1986) è un ulteriore raffinamento e chiude quella che sembra una trilogia di perfezionamento. L’arrembante You Don’t Remember I’ll Never Forget, le vincinanze al Power Metal in Liar, gli assoli incendiari di Crying, i virtuosismi supersonici di Fury (uno dei brani che più spiccano nella discografia) delineano un album che, anche grazie a collaboratori di alto livello, è un punto di riferimento per lo stato dell’arte dell’Heavy Metal interessato ai richiami della Classica. Il finale al fulmicotone, turbinante, attraversato da cascate di note e venato di un virtuosismo stellare di Trilogy Suite Op:5 (7 min.) è il sigillo ad una trilogia di album che ha avuto un importante ruolo nell’evoluzione dell’Heavy Metal, aprendo la strada per Power Metal, Metal neoclassico ed influenza certo Prog-Metal.

Certamente sono ancora imbarazzanti i testi, nessuno degli altri musicisti apporta significative novità e se avete ascoltato i primi due album il terzo non sarà una grande sorpresa. Volendo schematizzare, si può dire che nella trilogia si procede riducendo l’innovazione e compensando in parte con ottimi progressi di affinamento compositivo, soprattutto in termini di allontanamento da meri brani-assolo, come nell’esordio.

Joe Lynn Turner alla voce è la principale novità di Odyssey (1988). Continua il miglioramento e l’affinamento verso un sound sempre più pirotecnico, coeso, compatto e spettacolare. Ormai al virtuosismo si unisce un attento studio che riesce ad evitare che la chitarra sia l’unica protagonista dell’intera opera. Rising Force è un nuovo classico energico, veloce ed esplosivo. Heaven Tonight è una virata Pop-Metal che trova affinità con altri momenti dell’opera. Bite The Bullet è l’ennesima dimostrazione di abilità e virtuosismo, l’ennesimo assolo chilometrico. Faster Than The Speed Of Light, sarà per il titolo, si immola in un assolo incendiario.

Ma ormai gli assoli sono prevedibili, le idee scarseggiano ed un soud tirato a lucido non basta a considerare questo quarto album qualcosa di originale rispetto ai precedenti, nonostante lo sfoggio di tecnica chitarristica.

Eclipse (1990) riduce un po’ gli assoli e lascia più respiro al resto degli strumenti. Il peccato è che finisce per suonare come una noiosa pappa Pop-Metal degna dei Bon Jovi (Save Our Love) o anche peggio (What Do You Want). Molti mid-tempo, come quello imponente di Devil In Disguise o Faultline, rallentano l’impatto adrenalinico ma non restituiscono molto in cambio: musica senza granché di originale, che ha perduto anche lo sfoggio autoreferenziale del Malmsteen degli esordi e che ora vive di brani che passano senza lasciare traccia (neanche quella di trovarsi dinanzi ad un virtuoso cosciente ed autocompiaciuto della sua bravura).

Fire And Ice (1992) sfocia nell’imbarazzante. Un brano AOR dozzinale come Teaser, l’inconcludente strumentale Dragonfly (che sembra una base standard per un brano di Heavy Metal da stereotipo), altri mid-tempo ereditati dall’album precedente (Cry No More), il kitsch di No Mercy (assoli, lunga citazione classica, intelaiatura Power Metal), ballate iniettate di assoli (I’m My Own Enemy) sono tutti momenti da dimenticare di un album oltremodo prolisso, che sfiora i 70 minuti.

The Seventh Sign (1994) è un po’ meno prolisso e leggermente più vario, e per fortuna scansa molte delle derive più Pop-Metal. Abbondando le ballate ed i mid-tempo, come in Brothers, ed in genere non c’è niente di nuovo. Una timidissima ripresa.

Magnum Opus (1995) è un album dal suono più duro, che è intriso di Speed Metal e Power Metal, e meno di Hard Rock. Non c’è molto altro che valga la pena di dire sull’opera, però.

Inspiration (1996) è un trascurabile album di cover, che serve giusto per confermare l’amore di Malmsteen per Deep Purple e Rainbow.

Facing The Animal (1997) vanta una title-track che è degna dei suoi momenti migliori, ed apre idealmente l’album. La chitarra di Malmsteen è affilatissima, i virtuosismi non mancano ma per il resto non c’è niente di nuovo di cui parlare.

Concerto Suit For Electric Guitar And Orchestra In E Flat Minor (1998) è un’opera ambiziosa, praticamente il più coraggioso passo di Malmsteen verso la musica Classica. Strumentale e orchestrale, questo album-suite è la cosa più intrigante che compoine da molti anni. La Dream Fanfare è epica e maestosa come una colonna sonora di un blockbuster. La Fugue è affascinante e meno kitsch della Toccata di Bach rivista per l’occasione. Rispetto alle numerosi ocrhestrazioni del Rock più pomposo, qui le parti sono quasi invertite. L’album, suonato con la Filarmonica di Praga, vede la chitarra come strumento solista di una suite classica. Si sentono forti le citazioni di autori della Classica, ma questo in Malmsteen è praticamente una costante: è più un virtuoso che un compositore originale.

Non aggiungono invece niente di storicamente rilevante Alchemy (1999), War To End All Wars (2000), Attack!! (2002), The Genesis (2002), Unleash The Fury (2005) e Perpetual Flame (2008): album prolissi che rispondono ad un ritmo di pubblicazioni molto suepriore all’ispirazione. Malmsteen è ormai prevedibile e ripetitivo fino alla nausea. L’ascolto è praticamente solo una questione di pazienza.

Angels Of Love (2009) raccoglie rifacimenti acustici di materiale già edito. Il proverbiale fondo del barile.

Relentless (2010) è un album di un chitarrista virtuoso ormai senza originalità, ma tanto mestiere.

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Voti:

Rising Force – 7,5
Marching Out – 7
Trilogy – 6,5
Odyssey – 5,5
Eclipse – 5
Fire And Ice – 4
The Seeventh Sign – 4,5
Magnum Opus – 4
Inspiration – 3,5
Facing The Animal – 4,5
Concerto Suit For Electric Guitar And Orchestra In E Flat Minor – 6
Alchemy – 4
War To End All Wars – 4
Attack!! – 4
The Genesis – 4
Unleash The Fury – 3
Perpetual Flame – 3
Angels Of Love – 3
Relentless – 4

Le migliori canzoni di Yngwie J. Malmsteen

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