Diabolical Masquerade – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I Diabolical Masquerade sono una band Black Metal svedese che ha sviluppato nel tempo influenze Progressive Metal e tendenze sperimentali. Parte della relativa fama della band è dovuta al fatto che il titolare del progetto è Anders Nyström, già nei Katatonia.

Ravendusk In My Heart (1996) propone un Black Metal articolato con sprazzi melodici e sinfonici.Nati quando il Black Metal era già maturo, i Diabolical Masquerade sono una versione violenza ma non incompromissoria del sound tipico del genere. I turbini di chitarre, le voci gracchianti, le velocità ossessiva ed i ritmi martellanti si alternano a passaggi meno virulenti, come per esempio si può ascoltare in Blackheim’s Forest Kept the Seasons Forever.

The Phantom Lodge (1996) è più eterogeneo e complesso nelle strutture, con frequenti cambi di tempo come si sente in The Puzzling Constellation Of A Deathrune e The Blazing Demondome of Murmurs and Secrecy, al limite di una commistione “progressiva”. Rifulge anche un alone epico, per esempio in Ravenclaw (8 min.). In genere l’album sembra l’inizio di una evoluzione verso un Prog-Black Metal.

Nightwork (1998) ha ormai chiaramente in evidenza le propensioni Progressive Metal. La maestosa Rider on the Bonez apre con un refrain epico di chitarra che si alterna alle sfuriate Black Metal, ma è guarnita anche da voci operistiche dalle tinte gotiche. Dreadventurouz sfrutta groove assassini e ingredienti Death Metal, nonché un pianoforte. La vena Progressive trionfa in The Zkeleton Keyz to the Dead e All Onboard the Perdition Hearze!. La band sembra riuscire ad evocare un mix di ambientazione fantasy ed infernale, facendo leva su una capacità compositiva che rispetto all’esordio ha fatto passi da gigante. Non solo il sound è ai limiti dell’enciclopedismo Metal, ma è in grado di tenersi in un affascinante equilibrio di violenza, melodia, creatività e potenza emotiva. La conclusiva Haunted by Horror è sia devastante che epica, sia assassina che emozionante, ed è un obiettivo che poche altre band Metal riescono a raggiungere. Per certi versi quest’album deve qualcosa al Progressive Metal più violento e alle fusioni Death, Black, ma a suo modo, nell’uso epico dei refrain, nella chirurgica fusione di orrore e bellezza, di ordine e furia, svetta come una delle più intriganti variazioni sul tema Black Metal del periodo.

Death’s Design (2001) sarà l’ultimo album della band, ed una delle più ambiziose opere del Metal del periodo. Diviso in 61 (!) tracce, l’album è costruito come un’opera in 20 movimenti che dà libero sfogo alla fantasia compositiva. Può capitare che in 20 secondi tutto cambi, che subito dopo vengano ripreso un tema di una traccia precedente o che, al contrario, l’evoluzione continui con altri cambiamenti stilistici. Progressive Metal, musica sinfonica, Black Metal, Death Metal, voci inumane ed effettate, inserti elettronici, pensosi arpeggi Post-Metal, epici momenti di malvagia maestosità, atmosferici momenti di Ambient infetta, riti voodoo per i demoni, deliranti e schizofrenici cambi di sonorità, stile e intensità sono solo alcuni degli elementi peculiari di un album complesso, che racchiude in 61 tracce un intricato mondo sonoro. Frammentario, anche per l’insana scelta di dividere tutto in brani che durano spesso una manciata di secondi, è più l’esplorazione con un montaggio frenetico di immagini, idee e suoni, che un’opera “definitiva”. Invece di proseguire su un perfezionamento formale, la carriera viene chiusa da un delirante, quasi schizofrenico cut-up di idee sperimentali che hanno il Metal come centro gravitazionale, ma che nella forma e negli intenti appartengono alla filosofia dell’Avanguardia. Un album a suo modo unico, che merita l’ascolto dei più coraggiosi ascoltatori e rinverdisce un po’ alcuni stili abusati e ritriti. Probabilmente, una delle più interessanti divagazioni su Prog-Metal e Black Metal.

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Voti:

Ravendusk In My Heart – 5,5
The Phantom Lodge – 6
Nightwork – 7
Death’s Design – 7,5

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