Marilyn Manson – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Marilyn Manson

Marilyn Manson è una band statunitense guidata da Brian Warner che ha visto negli anni vari avvicendamenti. Dedita ad un Rock/Metal influenzato anche dalle virate Industrial dei Nine Inch Nails, la band diventa famosa anche per gli spettacoli oltraggiosi, le tendenze glam della loro immagine pubblica, la propensione ad abbracciare un immaginario malato e corrotto di sesso, grottesco, sofferenza e malvagità.

Portrait Of An American Family (1994) fu un esordio truce ma affascinante, una commistione di Industrial, Hard Rock, ricordi di Boogie e Blues/Rock trasfigurato dalle tematiche più turpi e raccapriccianti. Le immagini di incubo, disturbanti, sono la componente forse più interessante. I ritornelli, che pure ci sono, sembrano portare avanti quella ambiguità che risiede anche negli spettacoli e nei nomi d’arte della formazione: prendendo a prestito nomi femminili e cognomi da serial killer la band unisce popolare e orribile.

Quuesto film dell’orrore e del grottesco si apre con uno dei capolavori di tutta la discografia, quella Cake And Sodomy che dà il via all’album edlalla carriera dettando le tematiche, la brutalità, la disgustante e perversa propensione a fondere assieme tematiche scabrose e sonorità taglienti e violente, seppure mai lontane dall’orecchiabile.

Il festival del terrore e della violenza è soprattutto nel canto malato, negli assalti ruvidi a testa bassa, nei turpiloqui sonori, negli “effetti” e nelle “voci” che sono a contorno dei brani e ne rivelano prospettive inquietanti.

Così Organ Grinder continua il carnevale nero, mentre Dope Hat snellisce il fracasso, puntando su un ritmo tribale. Un altro inno perverso è Get Your Gunn, mentre Dogma è forse il momento più efferato. L’uso fantasioso della voce, che in Sweet Tooth viene lasciata “tremare” mentre in My Monkey viene cambiata di tono, è un valore aggiunto che aumenterà la longevità della formazione anche negli album successivi.

La formula della band funziona al massimo quando si mantiene a vista una forma musicale conosciuta. In tal modo si ha l’impressione di una musica malata, degradata, distorta fino al mostruoso. Se invece la formazione proponesse musica più sperimentale, l’effetto sarebbe (nel migliore dei casi) di stimolo, di sorpresa più che di disgusto. Si ha invece una sensazione di rigetto, un disgusto simile a quello di un cartone animato inframezzato da pornografia, pedofilia e violenza.

Smells Like Children (1995) è un album di remix e cover che, al netto delle inutili lungaggini fatte di dialoghi e suoni disturbanti, evidenzia la forza evocativa grottesca, turpe e decadente della formazione. Sweet Dreams e I Put A Spell On You sono i due momento-cover maggiori, e sono rivisitazioni radicali, che sfruttano l’atmosfera macabra creata dalla band. I remix sono complessivamente meno entusiasmanti, ma Cake And Sodomy in Everlasting Cocksucker è rivisitata in modo pregevole, e mostra ancora il suo perverso fascino.

Antichrist Superstar (1999) è influenzato dai Nine Inch Nails di Trent Reznor sia nelle spinte adrenaliniche che nelle esplosioni di urla e muraglie sonore. In più, però, c’è un decadente gusto teatrale per lo shock ed una vena melodica che nell’esordio mancava.

I rantoli da moribondo intervallati a catastrofi Speed Metal in Irresponsible Hate Anthem mostrano come l’effetto della musica possa essere quello di un perverso rituale di violenza ed odio. The Beautiful People, uno dei brani più famosi dell’intera carriera, è invece un tribale diviso fra vertiginose efferatezze ed un impianto più melodico e moderato. Torniquet vede però la brutalità degli esordi diradarsi verso una sofferenza più emotiva. La parte centrale del disco è tutto sommato deludente; ci pensa Mister Superstar a riattizzare l’attenzione, seguita dalla furiosa Angel With The Scabbed Wings.

La title-track è uno dei momenti più peculiari, ed è forse l’apice della loro perversione sonora: cori da stadio, riff Metal melodici ed accattivanti, rumori meccanici, urla, voci infantili, cacofonie assortite, voci deformate e mostruosità assortite.

1996 vomita altro odio in una escalation Thrash Metal al limitare del Death Metal, condita da assortiti fischi e dissonanze. Un altro colpo allo stomaco come The Reflection God ed il disco può chiudersi con la ballata più convincente della carriera, quella Man That You Fear che è teatrino dell’orrore, incubo emotivo, claustrofobia e decadente putrescenza.

Non un disco perfetto: troppo ammorbidito e semplificato rispetto all’esordio, ma capace anche di portare all’esasperazione la loro proposta di “shock” musicale. Meritava probabilmente qualche taglio, ma anche così non manca di lasciare la sensazione di essere entrati in una delle più melmose e malsane paludi musicali degli anni ’90.

Mechanical Animals (1998) prende le mosse dai brani più innocui di Antichrist Superstar, ed alleggerisce ancora la formula con brani come The Dope Show, votati ad una decadenza estetizzante.

Altrove torna la ferocia (Rock Is Dead) e l’Industrial (Posthuman ed il suo balletto meccanico), ma le novità sono quasi tutte sul versante più melodico, fino al limite del revival anni ’70: The Speed Of Pain usa le voci femminili come i Pink Floyd di The Dark Side Of The Moon, il taglio emozionale ricorda il pathos di David Bowie.

L’orecchiabile I Don’t Like The Drugs e l’Industrial radiofonico di User Friendly aprono idealmente per il finale, affidato a Coma White, uno dei numeri più convincenti, una riuscita fusione fra l’anima più moderata e estetizzante, decadente e revival-istica, e quella più brutale e violenta. Rispetto a Antichrist, il risultato è molto più altalenante, ma qua e là sa ancora intrattenere, emozionare e finanche stupire.

Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death) (2000) non è l’album ammorbidito e radiofonico che ci si potrebbe aspettare. Alcuni momenti sono decisamente aggressivi (The Love Song, The Fight Song). Molti momenti ricordano semplicemente il passato, come quella sorta di remix di The Beautiful People che è Disposable Teens. President Dead, la spettrale In The Shadow Of The Valley Of Death (non molto originale, ma con qualche momento toccante) e Cruci-fiction In Space formano un trittico ancora intrigante, ma dopo il gioco inizia a mostrare i suoi limiti.

A Place In The Dirt rischia di sembrare una Man That You Fear meno riuscita; The Nobodies è una più melodica prova orecchiabile di scarso valore; le sfuriate di The Death Song suonano un po’ prevedibili; Lamb Of God ricorda The Speed Of Pain da vicino; Burning Flag è aggressiva, ma non ha più l’effetto-shock. Ad affollare il versante delle ballate c’è Coma Black, che è forse la consacrazione della fine della fantasia vocale della band: sospirato, urlo e sussurro sono stati sfruttati in tutte le salse, ed ormai sono ritriti.

Si salva di più Born Again, praticamente Fatboy Slim che fa Thrash Metal, e la maestosa aura funebre di Valentine’s Day, rituale marcio di dolore e violenza.

Ma arrivare alla fine, per una band che pure ha sempre rischiato la prolissità, è più difficile del solito. Non un album senza nulla da ricordare, ma che meritava essere un ottimo EP.

The Golden Age Of Grotesque (2003) fa tanto baccano (This Is The New Shit, mOBSCENE, Doll-Dagga Buzz-Buzz Ziggety-Zag, Para-noir) ma fondamentalmente raccoglie testi decadenti, suoni già sentiti e poche idee originali. Certamente il richiamo a vaudeville ed agli anni ’30 può essere una novità in termini di immaginario, ma ci vuole ben altro per poter considerare quest’album come qualcosa di più di una versione orecchiabile e tutto sommato poco ispirata di quanto già pubblicato.

Eat Me, Drink Me (2007) è un album molto più intimista, come mostra da subito If I Was Your Vampire. Putting Holes In Happiness ha un chitarrismo che ricorda Neil Young, ed introduce così una delle maggiori novità dell’opera, un uso della chitarra più emotivo e fantasioso. Heart Shaped Glasses, che ricorda nel sound band come i Placebo, è il brano più accattivante degli ultimi album. Non che poi tutto funzioni, anzi molti brani sembrano solo le stanche confessioni di un aspirante poeta metropolitano; tuttavia, c’è una inversione di tendenza sensibile.

The High End Of Low (2009) si mantiene in territori intimisti, a partire dal Post-Rock di Devour, che è una novità nella carriera. C’è però poi, oltre a questa partenza, poco di nuovo. Il baccano di We’re From America non solo è innocuo, ma denota una scarsezza di idee portentosa. In genere, è un rimescolamento del versante violento e di quello intimista, un polpettone di idee poco originali.

Born Villain (2012) non è molto meglio, in pratica merita di essere ricordato in Children Of Cain ed in Breaking The Same Old Ground. Lo stile è sia aggressivo, sia intimista, in una sorta di commistione degli ultimi album. Sembra che Manson non riesca ad uscire dal vicolo cieco in cui è entrato, dove l’ispirazione latita.

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Voti:

Portrait Of An American Family – 7
Smells Like Children – 5
Antichrist Superstar – 7
Mechanical Animals – 5,5
Holy Wood – 5,5
The Golden Age of Grotesque – 4,5
Eat Me Drink Me – 5,5
The High End Of Low – 4
Born Villain – 4

Le migliori canzoni dei Marilyn Manson

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5 pensieri su “Marilyn Manson – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Io l’ho amato per due anni e ho ascoltato Smells Like Children, di cui mi piacevano Sweet Dreams e I Put A Spell On You, Antichrist Superstar, il mio preferito, e Mechanical Animals che non ha lasciato molte tracce, poi l’ho abbandonato. Adesso quando mi viene voglia di riascoltarlo cerco Antichrist…certo, lui è sempre più la macchietta di se stesso…

    Ciao Ornitorinco 🙂

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  2. Grazie del commento, prima di tutto! Sì, indubbiamente sta diventando una auto-caricatura, e questo in fondo mi dispiace. Io con lui ho avuto un rapporto strano. Anni fa ascoltai Antichrist e mi piacque più di tutto il resto, mentre il primo album mi deluse molto. Ascoltai poi con interesse The Golden Age, anche se mi resi conto dopo qualche settimana che in fondo aveva poco di valido. Ora invece l’esordio mi sembra il migliore o quasi, mentre gli ultimi album li trovo sempre più trascurabili. 🙂

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  3. con il passare del tempo credo sia inevitabile una perdita di originalità e motivazioni…però ha creato un fenomeno culturale (forse più che musicale) decisamente significativo

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