Beyoncé – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Beyoncé Giselle Knowles è una delle più famose Popstar degli anni Zero. Giunonica, sensuale, affascinante, è diventata famosa anche grazie ai video ed alla stampa specializzata, che ne hanno mostrato le doti fisiche forse più di quelle musicali.

In genere, poi, le doti musicali sembrano trascurabili più del fondoschiena che fa capolino nei video, quindi probabilmente si è trattata di una bella mossa di marketing.

La musica, per quanto conta, è un mix di Hip-Hop, R’n’B moderno e Soul, alla moda con la sua epoca e diviso fra ruffianerie, patetismi, inni buoni per i supermercati e saltuariamente qualche collaborazione di spicco. Beyoncé ci mette, oltre al fisico (che non si vede mentre la si ascolta ed è quindi ininfluente), una voce da diva Soul, peccato che poco e nulla ci sia di originale nei voli, nei gemiti, negli “hey hey” e “oh oooh” che dissemina in tutta la discografia. L’inventario delle dive Motown e del nuovo R’n’B è semplicemente rimischiato per l’ennesima volta. Di per sé, l’opera di Beyoncé è praticamente una nuova declinazione di una musica risaputa, dove la cosa più nuova è un Hip-Hop formulaico. Quando si tentano avventure da ballata soft-Rock o Pop la situazione peggiora ancora di più.

Quel che merita attenzione, forse più del resto, è l’uso del ritmo, usato nella sua accezione di intelaiatura ballabile del brano. Qua Hip-Hop, R’n’B e Funk si incontrano, nei casi migliori, per creare qualcosa che, forse, ha davvero qualcosa di significativo più degli altri brani in classifica.

Come fenomeno Pop, Beyoncè è un mix di gossip, pose sensuale, upskirt rubati, scandali veri e presunti e quando capita anche musica. Certamente sembra (a me) poco interessante l’esordio Dangerously In Love (2003). Contiene, in sostanza, giusto la deriva mediorientale di Naughty Girl ed il singolo con Jay-Z di Crazy In Love, con video dalle tendenze soft-porn.

B’Day (2006) continua a fare quello che a Beyoncé riesce bene, cioè fare la Popstar. Questa icona spostata sul versante nero della musica famosa riesce nel suo plausibile compito. I vocalizzi che già suonano prevedibili, perché lo sono sempre stati, si mischiano a ritmi ballabili ed arrangiamenti retrò. Suga Mama tradisce richiami anni ’60. I momenti più soft sono la progenie dei momenti soft del Soul/R’n’B anni 70 e ’80.

I Am… Sasha Fierce (2008) non è un album innovativo, ma è sicuramente ambizioso nel suo progetto. Diviso in due parti, mette nella ricetta anche l’idea di un alter-ego, la Sasha Fierce del titolo. Le ballate, che sembrano il territorio della “maturità”, sono questa volta meno triviali, seppure abbastanze risapute: almeno If I Were A Boy trasuda una classicità che è degna delle dive Soul, seppure ovviamente l’originalità viva altrove. Riesce bene anche Halo, che Rihanna invidierebbe molto.

Poi, certamente, alcuni momenti sono d’avanguardia come lo è Adele (Broken Hearted Girl). Il successo Single Ladies (Put a Ring on It) riveste invece il ruolo di tormentone da ballare.

4 (2011) punta quasi tutto sulle ballate classiche, ed è un album che sembra voler rinunciare quasi in toto all’immagine di icona erotica, verso una musica emotiva e stereotipa, anche nei casi migliori (1+1), adagiata su modelli abbastanza classici. Però in fondo Run The World non rinuncia alla tempesta ritmica, ed è una cosa che le riesce sempre benone, per quanto possa interessare.

BEYONCÉ (2013) è, vista la celebrità della Knowles, più un evento mediatico che un mero fatto musicale. L’album è venduto come un connubio di musica e video (14 brani e 17 video). Il culto della personalità della Knowles le permette di riproporsi come album-artist, lei che ha fatto dei singoli ad effetto uno dei propulsori di una carriera stellare, che l’ha portata a diventare una delle popstar più famose dei primi anni del Nuovo Millennio. Brani meno eccessivi, voci e gorgheggi ridotti, un tentativo diffuso di “autorialità”, di distaccarsi dall’immaginario di una diva Pop famosissima ma artisticamente inconsistente ed approdare ad un’immagine più sofisticata, di diva ormai classica, che unisce la contemporaneità con gli stilemi popolari degli ultimi decenni. In questo senso, è un album che evita l’eccesso passatista di 4, alla ricerca di un equilibrio differente, di un sofisticato Pop contemporaneo. Si va a costruire un’opera fatta di R’n’B e Soul, i due punti cardine di una carriera sempre più scevra di Hip-Hop, che è prodotta da un esercito di produttori celebri ed è affollata di guest-star. Per avere brani come Blow (Funk/Hip-Hop morbido e formulaico dove non a caso troviamo Pharrell), il falsetto sensuale di No Angel (degno di un Prince), la ballata pianistica di Heaven, Rocket e la successiva Mine (due Quiet Storm d’antan con spruzzi Hip-Hop) non importa tirare in ballo termini come “innovazione”. Non è una novità neanche la sensualissima Drunk In Love o il nuovo inno femminista ***Flawless, veicolato da un Hip-Hop da dancefloor che richiama Nicki Minaj.

Alcuni momenti sono comunque valevoli d’attenzione: almeno la ballata Jealous, dolce Soul in epoca Dubstep e XO, danza festosa e malinconica dal respiro corale.

Famosissima ma ormai non più di primo pelo, Beyoncé sembra alla ricerca del nuovo paradigma per la seconda parte della carriera, in un modo che sembra differente ma anche assimilabile a quanto ha tentato di fare Lady Gaga con ARTPOP.

Lemonade (2016) cerca di superare l’opera precedente. Presentato come un film di un’ora, è un album che si scosta dall’immagine di diva perfetta di Beyoncé, raccontandone difficoltà e dolori (compreso il tradimento del marito Jay-Z). Stilisticamente, è un’opera ancora più estesa e con collaborazioni di pregio: James Blake, Kendrick Lamar, The Weeknd, Jack White, Diplo. L’opera è uno sfoggio di stili differenti, soprattutto Rock, Soul e ovviamente R’n’B. L’accorata confessione di Pray You Catch Me imposta il mood riflessivo ma si ricorda più Hold Up, un divertente Reggae/Soul moderno scritta grazie a molti contributi differenti.

Don’t Hurt Yourself, con Jack White, è invece in piena quota Rock, pur essendo prodotta come un R’n’B distorto: è un brano creativo e difficile da inquadrare, capace di parlare a pubblici molto diversi senza diventare banale. Sorry, produzione Trap e dolcezza Reggae/Pop, anticipa la sensuale 6 Inch, cantata con toni erotici e chiusa fra sub-bass e sussurri svenevoli.

Purtroppo, l’opera si perde poco dopo. Lo scontato Country di Daddy Lessons, l’Elettro-Soul poco originale di Love Drought, la banale ballata pianistica patetica di Sandcastles, l’involuto contributo di James Blake in Forward (79 secondi!) segnano una parte centrale deludente. Meglio Freedom, con Kendrick Lamar, che ritorna alla carica del passato con un numero trascinante. All Night, accorata e rilassata, ha forse il difetto di dilungarsi troppo ma è la conclusione, Formation, che ridesta davvero l’attenzione, produzione Trap e nuovo inno della sua tradizione femminista.

Non ha senso parlare di sperimentazione, Lemonade è semplicemente più ricercato della quasi totalità degli album che arrivano in cima alle classifiche ma non ha mai la forza di spingere davvero sull’originalità. Lemonade è un viaggio emotivo, che presenta una Beyoncé non più inattaccabile e adamantina; un album più vario e malinconico, quindi, che parte bene e poi scende a compromessi, forti, con modelli già ritriti, perdendo l’occasione di fare la differenza e trasformare il fenomeno Pop in qualcosa di qualche peso artistico.

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Voti:

Dangerously In Love – 4
B’Day – 3,5
I Am… Sasha Fierce – 4
4 – 3,5
BEYONCÉ – 5
LEMONADE – 5,5

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