Band – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni della Band

The Band è un nome importante da portare, ed il gruppo di Roots Rock degli anni ’60 lo portò con successo. La band era non solo un gruppo di musicisti canadesi, ma fu anche un modello della trasformazione della musica tradizionale americana negli anni dell’esplosione del Rock. La loro opera fu indissolubilmente legata a quella di Dylan, non solo per l’attività live che svolsero assieme ma perchè come Dylan, la Band stava proponendo in modo credibile una musica della tradizione in un’epoca di rivoluzioni.

La Band fu in questo anticipatrice di tutti i movimenti che fusero istanze “conservatrici” a nuovo linguaggio del Rock. Per esempio, per fare un nome, la Band anticipò gli Eagles. La Band fu un gruppo importante per il Folk/Rock ed il Country/Rock, di cui si fecero portavoci talentuosi.

La loro musica è piena di uno spirito rurale, tradizionale, pervaso dalla fermezza della classicità. Nei momenti migliori la Band è capace di ricreare quel misto di malinconia, di serenità e di sicurezza che pervade l’animo quando ci si sente al sicuro nella propria “casa”, al riparo dagli scossoni e dagli strappi delle rivoluzioni musicali ed in definitiva anche sociali e culturali.

Music From Big Pink (1968) è un album di tradizioni rilette nell’ottica del Rock. La fusione stilistica rimane sempre nell’eganza di una classicità pervasiva, ma Soul, Gospel, Rock’n’Roll, Country e Blues vengono piegati ad uno stile compositivo eclettico. Se la forma canzone è sempre osservabile a vista, è lodevole l’interpretazione che la Band ne diede: un mix variegato dove con eleganza si univano tradizioni differenti, con un fare fra il tradizionale ed il solenne che è proprio della saggzza popolare, più che delle elucubrazioni filosofiche. In questo esordio si sente l’influenza di Bob Dylan, che prestò alcuni inediti.

Si ricordano soprattutto:l’accorata ma vivace To Kingdom Come, in odore di Soul; l’avvolgente, lenta, pigra In A Station; il capolavoro The Weight, un intreccio di voci ed un pow-wow addomesticato con il primo refrain indimenticabile della carriera; l’apertura imponente d’organo di Chest Fever, per il resto un incedere aggressivo da bluesmen consumati.

The Band (1969) segna probabilmente l’apice della carriera. Si tratta di un ciclo di variazioni stilistiche su stili classici, una enciclopedia di musica popolare che è pervasa di pub, di orchestrine da strada, di senza tetto musicisti, di vecchie tradizioni che riaffiorano per l’occasione rifulgendo di una luce surreale, di una sorprendente aura di reperti storici più vitali che polverosi. I brani si susseguono con più creatività che nell’esordio, spazzolando praticamente tutta la musica del primo Novecento, dai primi anni del secolo fino al Rock’n’Roll degli anni Cinquanta.

Questa volta è una sfilata di brani valevoli, senza cali. Si parte dalla musichetta anni ’50 di Across The Great Divide per arrivare quindi alla musichetta da saloon di Rag Mama Rag e quindi al capolavoro della discografiam quella corale, commovente, malinconica The Night They Drove Old Dixie Down.

Il refrain del Country-Rock di When You Awake, altro classico, precede il Funk di Up On Cripple Creek e la commovente Whispering Pines, degna del più intimista Neil Young, anticipa il Boogie di Jemina Surrender, anche qua all’altezza del Loner canadese. Più “acustico” per Rockin’ Chair, più grinta per Look Out Cleveland e poi Jawbone, forse il brano più debole assieme alla successiva The Unfaithful Servant. Con questi brani “minori” ed un finale con un giro di basso seducente come King Harvest (Has Surely Come), doppiato da un organo degno di una messa di musica Classica, l’album si conferma una sequenza di brani da ricordare.

Stage Fright (1970) non fece molto meno, anche se perse la densità creativa. Ma non mancano anche questa volta dei classici da ricordare come Strawberry Wine e The W.S. Walcott Medicine Show, semplicemente si è perso un po’ l’effetto sorpresa e la foga della novità.

L’idea però era ormai bella che sviluppata, e da qua in poi si trattava solo di ripetersi più o meno platealmente. E difatti poco aggiunse Cahoots (1971), anche se la Band era ormai pienamente immersa nella consapevolezza di essere un “classico” fatto di “classici”: un suono che attinge dalla tradizione il cui mix stilistico è diventato classico a sua volta.

Comprensibile quindi che Moondog Matinee (1973) fosse poco più che un revival degli anni ”50 e ’60, come un estremo gesto di nostalgia o di mancanza di creatività.

Quello che rendeva notevoli i primi due album, e soprattutto il secondo, era quell’equilibrio fra spirito conservatore e creatività compositiva. Il ritorno al passato era per così dire giustificato dalla creatività che veniva iniettata nelle canzoni, dai refrain trascinanti, dal songwriting degno di instant classics di pregio. Col tempo l’idea si è fatta meno originale e contemporaneamente si è ridotta la peucliarità del songwriting, in definitiva affossando la loro musica.

La Band può essere vista come un prontuario di stili classici prima che il Rock si diffondesse ovunque in Europa e USA. Semplificando si può pensare alla Band come il tributo ad un passato che stava tramontando, proposto con la creatività e lo spirito enciclopedico di un amante della musica del periodo. Questo fascino dura quanto può durare la passione per quel periodo perduto di stili musicali. la rilettura della Band, al passo con il Rock, alimentò proprio questo filone fra conservazione ed innovazione, destinato ad avere un successo generoso soprattuttonegli USA.

Northern Lights Southern Cross (1975) fu di fatto l’ultimo colpo di reni. Un sound più sofisticato e barocco attraversa l’opera, aggiornando in sostanza le idee degli esordi alle più futuristiche tecniche di studio del periodo. Forbidden Fruit è una sorta di manifesto, ma anche il Funk/Soul di Ophelia, l’epica narrazione di Acadian Driftwood e l’arrangiamento suntuoso di It Makes No Difference sono nel lotto di brani migliori dai tempi dell’album omonimo.

Islands (1977) mette fine alla carriera in modo opaco, con un album scritto per obblighi contrattuali e messo assieme con brani inediti pescati qua e là nel canzoniere. Lo scioglimento della band porta praticamente a considerare la loro stori conclusasi.

Il mastodontico live The Last Waltz (1978, registrato nel 1976), funse da maestoso addio.

17 anni dopo la band torna prima con Jericho (1993), poi con High On Hog (1996) ed infine con Jubilation (1998). Si tratta di tre album deboli, pieni di cover ed assolutamente incapaci di sembrare vagamente al passo con le evoluzioni della musica dalla New Wave in poi. Ma c’è da pensare che mai questo sia stato l’obiettivo della reunion.

Numerose sono le racolte. The Best of The Band (1976) riassume il primo periodo, ed è una buona introduzione. Anthology (1978) duplica la tracklist, ed alla fine prende anche qualche brano minore. Nello stesso limite cade anche To Kingdom Come: The Definitive Collection (1989). Per chi vuole una full immersion il boxset Across the Great Divide (1994) è un buon acquisto.

Da evitare invece The Best of The Band, Vol. II (1999), se non come un riassunto del loro periodo peggiore.

Un ottimo compromesso fra sintesi e qualità lo raggiunge Greatest Hits (2000).

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Voti:

Music From Big Pink – 6,5
The Band – 7,5
Stage Fright – 6,5
Cahoots – 6
Moondog Matinee – 5,5
Northern Lights – Southern Cross – 6,5
Islands – 5
Jericho – 4
High On Hog – 4
Jubilation – 4

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Best Of e Raccolte:

The Best of The Band – 7
Anthology – 6,5
To Kingdom Come: The Definitive Collection – 6,5
Across the Great Divide – 7
The Best of The Band, Vol. II – 5
Greatest Hits – 7,5

Le migliori canzoni della Band

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