Robert Wyatt – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Robert Wyatt

Robert Wyatt è uno dei più grandi musicisti della sua epoca. Questo cantante, polistrumentista ed autore inglese può vantare una sensibilità raffinatissima, una duttilità notevole, una creatività incredibile, un carisma unico.

Già distintosi nei Soft Machine ed in un album-capolavoro come Third, con una incredibile Moon In June, la carriera solista di questo genio inizia nell’abisso del dolore di un uomo costretto su una sedia a rotelle dopo un tragico incidente nel quale cadde dal quarto piano.

L’uomo e l’artista, dispersi nel buio assoluto, hanno distillato una musica sopraffina, allo stesso tempo magica e malinconica, esistenziale e cosmica.

La carriera solista permette a Wyatt anche di dare libero sfogo alle sperimentazioni che fino ad allora aveva accennato nelle opere a cui aveva collaborato. Semplificando, si può dire che con la carriera solista Wyatt scrive i suoi lavori più personali, sia nel senso di “intimi” che nel senso di “peculiari” e “carismatici”.

Nei primi album Wyatt si affianca a collaboratori d’eccezione, spesso afferenti al Jazz.

The End Of An Ear (1970) è scritto quando ancora Wyatt militava nei Soft Machine, ed è una versione dadaista e psichedelica di free-Jazz/Rock caleidoscopico.

L’apertura non potrebbe essere più fulminante: Las Vegas Tango di Gil Evans è il pretesto per una pioggia di note di pianoforte, epilettiche convulsioni ritmiche e soprattutto un incredibile intreccio di fonemi e vocalizzi, un tour-de force di sovraincisioni canore che sono un portentoso tuffo nell’avanguardia vocale. Wyatt utilizza fischi, brontolii, balbettii, canti semi-muezzin, liturgie religiose, deficiente infantili, suoni onomatopeici, frammentazioni supsersoniche: è un incredibile dimostrazione di potenzialità, ma non un esercizio fine a se stesso. La visione complessiva è allucinante, psichedelica, metafisica: è un turbine sonoro, un ballo sovrumano, una serie di diapositive supersoniche dalla pazzia e dalla malinconia, o anche dalla pazzia della malinconia. La schizofrenia ipervitalistica di Wyatt è come una visione sul caos, un tessuto fitto di suoni e vocalizzi che costruiscono una tensione palpitante ma che contemporaneamente trasmettono una energia vibrante e, per così dire, “positiva”. Il versante più delirante diventa così quasi liberatorio, ed ha creare tensione è la semplice “densità” del rituale. Il brano, con la controparte posta a fine disco, sfiora i venti minuti totali, ed è una di quelle opere d’avanguardia che meritano un posto d’onore nell’Olimpo della Musica. Quando al sesto minuto la follia si dirada rimane una struttura di sbuffi, versi animaleschi, canti muezzin che sembra così onnicomprensiva (dadista, religioso, animalesco, umano ecc.) da risultare panica: danza l’Universo, in questa danza, ed è sempre sull’orlo di essere risucchiato nella pazzia.

La manipolazione elettronica nella prima parte, abbandonata poi nella seconda per dare lo spazio più ampio possibile alle capacità di Wyatt, è solo il mezzo per uno studio che reinventa il ruolo della voce, e cerca di allontanarsi dal canto, dalle parole, dai simboli conosciuti. Il dadaismo Free-Jazz utilizzato è solo una veste possibile, l’impressione è che questa musica parli soprattutto di confusione, di angoscia, di nervosismo e di ritorno ad un primordiale puramente energico, ad una nuova realtà inesplorata.

Tramite un tour-de-force di stranezze ed eccentricità, Wyatt costruisce una nuova realtà musicale (nuovi modi di usare la voce, nuovi suoni, nuove dinamiche) e poi, come in un delirio infantile, ne esplora le innumerevoli possibilità. L’estasi vitalistica, energica, vibrante deriva da questa ricerca spasmodica, che confina con il delirio, con la nevrosi, con la pazzia, con una insostenibile ed irrefrenabile movimento.

Sintesi psichedelica di Free-Jazz ed avanguardia vocale, Las Vegas Tango rimarrà uno dei massimi picchi di un artista d’eccezione.

Gli altri sette brani sono tutti più brevi, con una sola eccezione che sforando i nove minuti divide quasi in due il disco.

Sono tutte dediche, ed ognuna è un esercizio strumentale di avanguardia in territori Jazz. Si tratta di grandiose fantasie vibranti di una energia istancabile, che ha come apice forse proprio la lunga To Nick Everyone (9 min.), un delirio di percussioni, corno, pianoforte, sassofono che procede per scatti, per incespicamenti, per sbavature: Free-Jazz e dadaismo, tensione così vitalistic da sfociare nel delirio e nella pazzia.

Ma che grandiosa geometria sostiene lo zoppicante balletto di To Caravan and Brother Jim e come risplende d’emotività e pace To Carla Marsha And Caroline: sono frutti maturi e splendidi di una musicalità creativa ed ammaliante.

Sull’orlo della pazzia, questa musica è di una esplosiva creatività. Wyatt ha scritto così un manifesto di tristezza e pazzia, di vita e morte contemporaneamente, di un intima ricerca di sconfinate possibilità, così vaste da essere spaventose. Una sintesi solo apparente ossimorica: così vitale da diventare caotico, così caotico da diventare folle; così incontentabilmente irrefrenabile da poter apparire eternamente scontento; così infantile da apparire fragile, perduto, irrimediabilmente “ferito”.

L’approdo di questa ricerca trova nel successivo, superbo, Rock Bottom (1974) una nuova e più splendente vibrazione emotiva. Wyatt canta, abbandonando il vocalizzo onnicomprensivo, ed è una delle più grandi prove vocali del decennio. Non solo è una questione tecnica, ovviamente, ma una questione interpretativa: la tecnica caotica, le sovraincisioni febbricitanti di Las Vegas Tango sono diventate adesso un canto che più facilmente si accosta al concetto tradizionale di canto, pur marcando sempre una differenza palpabile.

Questa volta Wyatt propone un enciclopedico esercizio di fusione che aggiunge alle idee di The End Of An Ear un gusto melodico elegante e creativo. Al dadaismo patafisico si sovrappone una eclettica visione che sa dialogare con forme anche distanti dal Free-Jazz, più distese, emotive, romantiche, commoventi.

L’infante-pazzo, il vagabondo-poeta, l’esploratore-incontentabile confluiscono e si sovrappongo nell’opera: c’è uno spirito dadaista ed infantile, una propensione per l’assurdo e l’esplorazione del possibile e dell’improbabile, un pathos emotivo e poetico travolgenti, una tensione sperimentale profonda e radicata.

Rock Bottom è una esperienza che pone più domande di quante risposte riesce a dare. Di per sé, Rock Bottom potrebbe definirsi un quesito irrisolto, e se la sua bellezza vi conquista sembrerà nascondere sempre un segreto.

Non si presta bene ad una chiave di lettura unica, perchè difficile sarebbe poterla proporre per un’opera dove c’è infanzia- spensieratezza e malinconia-saggezza-anzianità che si sovrappongono, o dove il clima disteso e pacato è sempre unito ad una tensione, una paura, un occulta forza entropica.

Difficile ridurre, in parole, una complessità che appare di per sé irriducibile: nella sua maestosa imponenza e nella sua sottile tristezza (forse la componente che traspare come una possibile dominante), Rock Bottom potrebbe essere descritto come un’opera sulla vita e la sua dolce tristezza. Traspare una consapevolezza rassegnata, una pacata tragedia che è come una radiazione di fondo.

Ma sono parole, queste, che possono suggerire poco più di un sentiero interpretativo, e che non ambiscono a fare altro. Come solo la grande Arte, l’opera sembra poter vivere solo dei suoi mezzi, ed ogni “spiegazione” dista milioni di chilometri dalla forza espressiva di queste composizioni.

L’apertura è affidata a Sea Song (6 min. e mezzo), una dolorosa ballata pianistica, dove Wyatt armoniosamente muta dalla dolcezza ad una inquieta tensione, ciclicamente ritrovando la spinta malinconico con cui il brano si apre. Dopo il secondo “ciclo”, concluso dopo tre minuti abbondanti, un minaccioso intervento delle tastiere, un coro liturgico lugubre ed una pensosa pausa della voce anticipano un momento di commozione pura: nel buio si intravede la luceparadisica, ultraterrena, liberatorio, l’elevazione verso una infinta serenità. La frase che apre le porte dell’elevazione, dell’etasi dadaista e patasifica, dell’angelica elevazione al di fuori della logica delle parole, è una significativa “We’re not alone”. In queste quattro parole Wyatt colma la distanza fra la prima parte del brano, ovvero una malinconica, romantica ed inquieta canzone d’amore che affonda nell’abisso lugubre, e la seconda parte, ovvero un volo pindarico verso la volta celeste, musica incorporeae per certi versi cosmica. Dall’angusta oppressione all’ariosa infinità. Il finale è quasi onirico, come a definire la serenità come irreale: permane un senso di malinconica profondo, ma sereno. Una saggia disperazione.

A Last Straw (6 min.) è una dissoluzione nel caos, una sorta di composizione Jazz che pacatamente scivola verso l’assurdo, ed è un’altro esercizio di equilibrismo fra abisso e cielo. Il finale è poco più di un cinguettio, di un ricordo lontano, della fine di un sogno.

Little Red Riding Hood (quasi 8 min.) segna un aggiunta in maestosità: fiati imponenti e maestosi, un ritmo caraibico, singhiozzi Free-Jazz. Una sintassi onirica e assurda di disorientanti suoni e voci, di pulsazioni e nastri rovesciati è la versione in smoking dell’apocalisse sonora, la fiaba della distruzione, la morte di ogni cosa immaginata dalla mente intonsa di un bambino appena nato.

Segue a questo tour-de-force caotico una coppia di brani che ripercorrono ancora quel percorso di dualismi già evidenziato. Alifib-Alife sono dedicate alla moglie Alfreda, e sono due anime della solita emozione. Volendo sono lo stesso brano, da due prospettive diverse.

Alifib (7 min.) è una malinconia mediterranea, sognante, naive. Wyatt con un respiro tiene il tempo, in un loop soffuso ma ossessivo, mentre melodie paradisiache vengono appena disturbate dalle tastiere. Dopo tre minuti e mezzi la voce intona con vibrante sentimento parole nonsense, così che rimane solo l’emozione pura: una commovente dichiarazione d’amore, disperatissima, estrema, un abbandono lentissimo, una morte dolcissima e tragica allo stesso tempo.

Alife (6 min. e mezzo) è la versione tragica e caotica, è una tensione insopportabile, una emozione che fa tremare di paura. Wyatt da dolcissimo cantante dei sentimenti puri è diventato qua un meccanico, freddo, inquietante attore. Il respiro-ritmo è mutato in un singhiozante tamburellare. Il lento incedere è diventato un singhiozzo sofferente, un trotterellare spasmodico. Il malinconico sogno è diventato un incubo claustrofobico.

A tenere insieme il duetto Alifib-Alife c’è la patafisica e l’illogicità del sogno e dell’icomprensibile. Alifib-Alife non danno nessuna risposta, sono piuttosto visioni, emozioni, sentimenti, immagini. Sono viaggi sonori, nel profondo dell’abisso e verso il cielo, nel caos di un turbine di frammenti o nella pace serafica di un lento incedere come di onde del mare. In questo senso, Wyatt scrive una musica “totale”.

La fine di questo viaggio senza meta è Little Red Robin Hood (6 min.), una marcetta militare che si stratifica e che incespica all’infinito sulla frase “can’t you see them?”: l’ossessione della ricerca infinita, la follia, la voglia di nuovo, la speranza (perennemente disattesa) sono coagulate in una frase che, come in un sogno, viene ripetuta innumerevoli volte. Infine Wyatt sembra dare sfogo a quella tensione che attraversa il disco: vedere l’impossibile, provare quello che non si può provare, superare i limiti personali, entrare in una nuova dimensione. Qua microcosmo interiore e macrocosmo galattico si intersecano, così come follia e tristezza: l’uomo desidera un assoluto che mai potrà raggiungere, cerca di infrangere i limiti del suo destino senza esito, e rischia la pazzia, l’ossessione, l’eterna tristezza in tutto questo.

Pare di percepire quindi il perché della malinconia di ogni momenti dadaista: è un infantilismo difensivo, rappresenta quasi la resa di un uomo dinanzi ai suoi limiti. Quel burrascoso esplorare dicotomie è al tempo stesso il magnifico risultato delle potenzialità di un uomo ed il suo limite ultimo: la sofferenza ed il dolore permarranno, se non altro fintanto che questa visione patafisica non sarà comunicabile mai a nessun altro, perchè incomunicabile nella sua illogicità.

Come in un meta-discorso, sembra di intravedere la possibilità che Wyatt parli alll’ascoltatore del disco stesso: non riusciamo a vedere lo splendore, il terrore, la felicità, la tragedia di questo viaggio immenso ma pur sempre finito nelle potenzialità umane? Non riusciamo a capire la tragedia di questa limitatezza pur prodigiosamente trasmessa tramite immense dicotomie?

Alla fine del viaggio fuori e dentro di sé l’artista-uomo-Wyatt è definitivamente solo: nessuno può percepire quello che lui percepisce, nessuno “vede” quel che vede lui.

La chiusura è un recitato gelido, anti-emotivo, per musica da camera dissonante, che lungi dal dare risposte, pone solo altre domande all’ascoltatore.

Opera di rara complessità, Rock Bottom è uno dei massimi capolavori musicali del secondo Novecento.

Il seguito della carriera di Wyatt è più modesto.

Ruth Is Stranger Than Richard (1975) è in parte sulla scia di Rock Bottom (Solar Flares e Team Spirit) ed in parte una semplificazione di quel linguaggio (Muddy Mouse (c) Which In Turn Leads To Muddy Mouth), fino a giungere ad un sound decisamente meno innovativo (Soup Song). Nella discografia di Wyatt, questo può essere considerato un disco minore, ma sarebbe sbagliato considerarlo anche solo indegno di un ascolto.

Una lunghissima pausa di 10 anni e Wyatt torna con un album in studio, Old Rottenhat (1985). L’album vede suonare il solo Wyatt, mentre in passato si era circondato spesso di numerosi collaboratori d’eccezione. La magia dei fischi di The United States of Amnesia, la dolcezza della strumentale Speechless, la ninna-nanna dronica di Vandalusia, il Folk medievale per battere ossessivo e basso sensuale di British Road (ma con paradisiaci vocalizzi di fragilità commovente) ed infine la toccante “messa” di Mass Medium anticipano la lunga Gharbzadegi (8 min.), versione meno irrequieta che richiama alla mente Rock Bottom. Poco è fuori posto, ma Wyatt ha perduto lo spirito profondamente sperimentale dei primi due album, e dieci anni pesano anche sulle sue spalle. Rimane una vibrante emotività, una disillusa pacatezza ed un gusto melodico toccante, ma l’album sofrre anche di un ristretto numero di soluzioni sonore, che appiattiscono le musiche in uno spettro ridicolarmente ristretto rispetto a Rock Bottom.

Forse non aggiunge molto la moderna Age Of Self, un ballabile da discoteca, ma il ritorno di Wyatt è nel complesso valido, pur lungi dall’essere essenziale.

Dondestan (1991) è uno dei suoi lavori maggiori. Se non altro, N.I.O è una convincente visione adatta all’era delle discoteche, una riflessiva versione del brano “ballabile” come potrebbe proporla un decano del Rock sperimentale. La title-track, ed ecco che tornano le dicotomie laceranti, è prima una canzoncina demenziale e poi un drone da Ambient oscura e lugubre per lamenti canori: un gioello di inquietante bellezza. Sight Of The Wind rievoca Alifib nell’uso di sospiri e respiri, ed è un affascinante esercizio fra nastri al contrario e suoni “Ambient”.

Il tentativo di Shrinkrap , che vorrebbe essere forse un Rap, è però quasi patetico, e pallidi sono momenti come Worship.

Catholic Architecture mostra come il paesaggio di Rock Bottom, dilatandosi, possa mostrare anche una algida visione paradisiaca.

Complessivamente Wyatt prosegue un discorso musicale personale, e fallisce proprio quando cerca di inseguire una “moda” (quella del Rap). Piuttosto quando richiama i suoi capolavori, pur senza bissarne la qualità, si dimostra nuovamente un grande artista, anche se non più all’avanguardia.

Shleep (1997) è un nuovo ritorno (dopo altri sei anni). Spesso non è molto sperimentale (Heaps of Sheeps, Free Will And Testament, September the Ninth, A Sunday in Madrid, Blues in Bob Minor), altrove invece ritorna al Jazz astratto (The Duchess) o si lascia ammaliare da richiami “etnici” (Maryan ha un calore portoghese o latino-americano). C’è uno studio ritmico caraibico anche in Alien.

L’ombrosa Was A Friend è probabilmente il momento più toccante, un inquieto Jazz da catacomba che richiama gli esordi.

Opera elegante e fascinosa, è comunque in linea con il livello del post-Rock Bottom, cioè un livello più che modesto, ma raramente eccezionale.

Passano altri sei anni per Cuckooland (2003), che è un album più complesso e per certi versi più peculiare. La stratificazione elettronica di Just A Bit è la più credibile rilettura di Rock Bottom che Wyatt abbia mai fatto, ed è un volo emozionante e caldamente malinconico.

La spettrale Tom Hay’s Fox è un esercizio di noir tecnologico, fra synth e pianoforte, un inno di desolazione e tristezza. Beware è un Jazz rocambolesco ed apocalittico, ad un passo dal disgregarsi nel caos. Cuckoo Madame è atmosferica musica per cori angelici ed il canto commovente di Wyatt, avvolta in una sacralità religiosa.

Wyatt si dimostra, nonostante tutto, ancora molto creativo: Lullaby for Hamza è una sorta di Jazz piovoso, con la fisarmonica che esalta una atmosfera da musica da strada.

Qua e là affiora un po’ di caos (Trickle Down), ma non si giunge mai alle titaniche scorribande del passato.

Un mood retrò è alla base di alcuni brani, di cui il migliore è Lullaloop, Blues/Jazz/Rock da bordello nei sottoscala. Life Is Sheep capitana invece i momenti atmosferici, che comprendono anche Brian The Fox.

La chiusura di questo disco poco coeso ma affascinante è affidata a La Ahada Yalam, un pianto di fiati dai richiami etnici. In definitiva è la scrittura disomogenea, tralaltro affidata a troppe mani diverse, che sembra danneggiare un’opera comunque variegata, non certo impeccabile ma curiosa e con qualche momento da ricordare. Probabilmente sopra tutti gli album di studio post-Rock Bottom.

Comicopera (2007) è un’opera composita ma meno dispersiva e forse più raffinata, ma spesso anche poco entusiasmante e creativa. L’intimo duetto di Just as You Are (con la cantante brasiliana Monica Vasconcelos), le soffuse composizioni come Anachronist, il fascinoso Jazz apocalittico di Out Of The Blue (che riprende lo spirito maestoso di Rock Bottom) sono i momenti migliori. La parte più trascurabile è invece quella finale fatta anche di cover. Se Wyatt avesse avuto la bontà di produrre un EP, sarebbe stato molto meglio.

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Voti:

The End Of An Ear – 8,5
Rock Bottom – 9,5
Ruth Is Stranger Than Richard – 6,5
Old Rotten Hat – 6,5
Dondestan – 6,5
Shleep – 6
Cuckooland – 7
Comicopera – 5,5

Le migliori canzoni di Robert Wyatt

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3 pensieri su “Robert Wyatt – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. ha detto:

    Bellissima questa monografia su Wyatt!
    In verità ho letto soltanto le recensioni di “End of an Ear” e “Rock Bottom”(gli unici album di W. che ho ascoltato), ma devo dire che la tua analisi mi ha colpito davvero tantissimo.
    Eviterò di dilungarmi oltremodo, ma ci tengo a sottolineare che la faccenda dell’ineffabilità di Rock Bottom è troppo spesso messa in secondo piano, accantonata a come semplice premessa ad ogni qualsivoglia “recensione” di RB.
    Sono le stesse “Alifib/Alife”, in qualche modo costituenti il perno centrale dell’album, ad esplicitare proprio l’impossibilità di cogliere o quantomeno esprimere attraverso il linguaggio convenzionale i sentimenti più profondi(ecco dunque l’esigenza di una musica ad un tempo più carnale e più spirituale… umana e disumana, tragica e scanzonata)!
    Spesso i recensori tendono invece a conformare il tutto ad un “messaggio” di fondo univoco e chiaramente interpretabile!

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