Supreme Dicks – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Supreme Dicks

I Supreme Dicks sono una formazione che non ha mai ottenuto non solo un successo di pubblico, ma neanche un sostanziale successo di critica. Tuttavia questa band statunitense è titolare di due album (ed una compilation) che appartengono alla musica sperimentale più intrigante e creativa della loro epoca.

Stilisticamente si può ricondurre la loro musica tanto al Folk quanto alla Psichedelia, non chiari elementi che appartengono invece al Noise-Rock ed al Rock alternativo nel senso più ampio ed onnicomprensivo del termine.

Ma nonostante i possibili punti di riferimento, la loro musica è preziosa perché estremamente personale nella sua sbilenca dote allucinogena ed onirica, nel suo pressappochismo ubriaco, nella sua impalpabilità di sussurri, di accordi sparsi, di stonature, di melodie zoppicanti o ancor più spesso inesistenti.

Non c’è nulla della carica nervosa del Rock, ma semmai c’è un’estasi ascetica, quasi liturgica, una sorta di messa di emozioni fragili e di desolazione sottile, una malinconia incontentabile.

The Unexamined Life (1993) si apre con un sussurro Slo-Core per vertigini chitarristiche come In A Sweet Song, ed è subito un tuffo al cuore. Una poetica così intimista e vibrante d’emozione, che si trasforma in una funerea elegia Folk in The Arabian Song: qua affiorano svolazzi psichedelici, in una desolazione che farebbe sembrare Nick Drake un clown. L’abbandono in questo oceano di tristezza è dolcissimo, anche se a propellerlo sono minacciosi rivoli di chitarre droniche. Come un rito di espiazione, nel finale il canto sembra accompagnarsi ad un corpus riconducibili più o meno ad una musica, giusto in tempo per porre un sigillo a questa dilagante trenodia di fragilità.

The Sun’s Bells è una ninna-nanna Noise, l’ombra di una canzone della buonanotte suonata dai Sonic Youth, ma ascoltati in uno stato mentale fra l’overdose di LSD e la più profonda malinconia. Musica da abbandono sensoriale, l’ascensione in uno splendido abisso di lacrime.

Jask Smith è un’altra tenue melodia Folk, ed è come se i Red House Painters si ricollegassero ai Codeine, si diluissero come avrebbero potuto i Grateful Dead, conquistassero il rumorismo dei Sonic Youth, assaggiassero l’estasi chitarristica di Glenn Branca.

Il seguito del disco è spesso una processione di fantasmi nostalgici, malinconici, soffusi, onirici: That I May Never Forget and Stay trema come se stesse per morire ad ogni nota, ed è come vaporizzata; Garden of Your Past apre minacciosa ma si placa in un notturno di note perdute, ed è come se i suoni vagassero senza meta, vagabondando senza sosta; The Fallout Song, un Folk/Rock fiabesco in lo-fi; la terribile e commovente discesa nel sottosuolo di Azure Dome, che potrebbe essere una confessione di un moribondo; lo spettro di una musica che aleggia in Hyacinth Girls;

Jack-O-Lantern è il brano più vicino ad una canzone, ma i segni sonori sembrano come disgrafici, e si accavallano, si sovrappongono. In questo, cioè nelle sovrapposizioni come estemporanee, la band anticipa in qualche modo formazioni come gli US Maple, ma con tutt’altra densità e tensione.

River Song, forse il capolavoro di questo flusso ectoplasmatico, è un distillato di tristezza: una tenue tristezza, una malinconia strisciante, singhiozzi di chitarra, ed un andamento praticamente da jam: uno stato confusionario (da qui il richiamo psichedelico) di Rock strumentale, che come una nube si espande e si contrae.

Una visione senza tempo come The Forest Song è degna dell’atemporalità di una Nico: un Folk antico, un rumorismo che è intenso ma non realmente violento, un canto senza velleità virtuose, semplice ed umano ed infine un amalgama psichedelico/onirico. L’impressione è che sia più l’immaginazione di una canzone, che una canzone vera e propria.

La voce profetica ed il recitato enfatico di Ten Past Eleven portano a congiungere questa musica con un altro tipo di ultraterreno: qua è una minacciosa atmosfera che sortisce l’effetto di ammaliare e stregare l’ascoltatore. Il lamento del violino è struggente come quello di un pianto metafisico, un pianto universale, come se a disperarsi fosse l’Umanità intera.

Il disco si rasserena giusto un attimo (Woody Would’ve Wanted It That Way) prima di chiudersi con la lunga Strange Song (10 min.), divisa fra rito pagano Noise-Rock, un lamento dalle tinte religiose (l’assurdo contrasto dell’intonare l’hallelujah nel caos), una stratificazione di droni e note lamentose ed infine un assalto violentissimo di distorsioni galattiche, una catastrofica sequenza di violenze.

Infine, giunti a conclusione del disco, sembra di scorgere una struttura: superate le più intimiste peregrinazioni oniriche, le più impalpabili lande sonore, le più sbilenche creazioni melodiche ed armoniche, le più vaporose interpretazioni del concetto di composizione, gli ultimi, definitivi assalti di Noise-Rock devastante sono la fine di un cerimoniale emotivo e contemporaneamente la conclusione di una avventura metafisica. I tonfi ed i fischi assordanti sono come un brutale ritorno alla realtà, come l’impatto contro un mondo reale che sembra estraneo al resto del disco.

La conclusione, ovvero il ritorno al reale, è però escluso dal disco: come in una ideal dichiarazione di intenti, la formazione si ferma al limitare della musica “palpabile” ed “ordinata”. In un certo senso (se mi si passa l’avventurosa interpretazione), l’ideale seguito sottinteso di Strange Song è una canzone banale di Rock ritrito.

Nel 1994 viene pubblicato Workingman’s Dick, una raccolta di registrazioni che precedono l’esordio ufficiale del 1993. Partendo dall’ubriaca psichedelia di voci intrecciate di Ranada’s Demon e dai ricordi da Dream Syndicate di All That Returns, l’album propone idee meno mature rispetto all’esordio ufficiale, soprattutto abbozzi strumentali di lo-fi Folk psichedelico con incursioni Rock (p.e. The Pear Thripe).

Qua e là, però, la sperimentazione si fa molto più complessa, come nel marasma di trilli e distorsioni lamentose di Flaming Day Of The Locusts o nella breve incursioni nei fischi di The Pusher. In alcuni momenti questi brani sono tanto evocativi quanto più sono vaghi, come nel caso di Hyacinth Girls.

Il momento più commovente è forse quel Blues ultraterreno di Talking Moby Dick Blues, fra rintocchi acuti di chitarre/campane ed un desolato rintoccare metronomico. Lasciandosi cullare sulle ubriache onde di The Baal Shem si potrebbe ricongiungersi ai Dirty Three. Il momento più ambizioso è invece Chateaux Banana! parts XIII-XVI, un gioiello di jam psichedelica che si libra in aria come un nugolo di suoni, sovrapposti con apparente casualità.

Se questi sono brani precedentemente scartati, sono fra gli “scarti” di massimo pregio della Storia della Musica del secondo Novecento.

Il capolavoro dei Supreme Dicks prende invece il nome di The Emotional Plague (1996), ed è un album fortemente sperimentale, praticamente un esercizio sopraffino di Avanguardia, con una collocazione fra Classica, Rocke Folk. Il clima è quello psichedelico, onirico, infantile, fiabesco ma anche minaccioso, desolato, malinconico, affranto e contemporaneamente ascetico, visionario, epifanico.

Synaesthesia è una tessitura di un carillon turbato da minacciose figure di pianoforte, vibrazioni cosmico-psichedeliche maestose, interazioni “casuali” di suoni che evitano linguaggi organizzati.

CúChulain (Blackbirds Loom), come a segnare il territorio, è invece un brano di Folk psichedelico sbilenco, iniettato di una scomposta, nebulosa energia Rock nel finale: delicatissima dolcezza, ma ottenuta per tenui asprezze.

Il caos, inteso come assenza apparente di ordine, è alla base di molte composizioni, ma difficilmente diventa brutale o violento. Columnated Ruins/Seeing Distant Chimneys ad esempio è più come una ventata di polvere sonora, che molto lentamente prende delle sembianze ricondicibili ad una sorta di anemico e Blues da suicidio. In sei minuti e mezzo, solo un minuto abbondante è qualcosa comunemente intendibile come “musica”. Il resto è un gioco tenue di soffusa entropia sonora. O, alternativamente, musica oltre stili preconfezionati.

La fiabesca Along a Bearded Glade torna alla componente puramente psichedelica, è come un respiro armonioso, ma Swell Song torna nell’abisso allucinato e la splendida Showered cerca di interpolare Folk, chitarra psichedelica e flauto con geometrie stravaganti: rintocca una melodia funerea, ma gli altri strumenti sembrano quasi dissacranti, di un ubriachezza che è quasi una esaltazione di disagio emotivo. Si tratta di elementi “fuori posto”, per così dire, è come se le tre componenti fossero tre “estranei”, divisi da una gelida incomunicabilità.

A Donkey’s Burial (10 min.) è forse il centro gravitazionale del disco. Nei suoi dieci minuti è un lungo lamento di silenzio, riflessi soffusi di chitarre, recitato lugubre. Si tratta praticamente di un tour-de-force, una esasperante discesa in uno straziante drenaggio emotivo. Il Blues appare come uno zombie, il Rock ha lasciato in eredità giusto qualche scoria chitarristica, la voce è come nascosta nell’ombra. Si tratta di una mastodontica ed ostica interpretazione dell’idea di un Blues per fantasmi.

Subito dopo il disco, invece che abbassare il tiro, aggiunge ambiziose dosi Free-Jazz in Adoration De L’Agneau Mystique (7 min.), che per il resto si muove su lente incursioni chitarristiche, praticamente aleatorie, ed infine propone un ubriaco coro Folk.

Porridge For The Calydonian Boar (10 min.) alterna sprazzi melodici a dinamiche confuse ed aleatorie, ma nel finale riesce in una specie di Shoegaze-Folk-psichedelico anemico. Anche in questo caso, è musica ancora da “codificare” in stili e generi precisi.

Con un procedimento quasi ironico, la carica Rock’n’Rol di Siberian Penal Colony scivola verso il semi-silenzio di aleatorietà diffuse nel giro di un minuto o poco più e poi diventa una lenta melodia Folk/Rock psichedelica. Il finale è impetuoso come nel Rock barocco, ma come sempre lo sviluppo è quantomeno eccentrico, e l’ordine costituito sembra infine una sola delle possibile vesti del caos entropico.

Il finale riprende il talking di A Donkey’s Burial ed in sette minuti abbondanti costruisce un Folk/Blues psichedelico ed epico, come un Morricone unito ai Grateful Dead che medita il suicidio. Le trombe sono in questo splendide quando distendono un velo funebre sulle due voci che si intrecciano. Infine, un reprise di Showered tesse fili che riallacciano i brani fra di loro, suggerendo l’immagine di un astratto, difficilmente delineabile concept album.

Una sperimentazione meticolosa, una aleatorietà poetica e commovente, uno studio timbrico, stilistico e sonoro che ha pochi precedenti nella Storia della Musica. Il risultato finale, più che una boutade provocatoria, è una discesa nelle profondità dell’animo, una silenziosa ed astratta raffigurazione del mondo emotivo più umbratile.

Si può anche sostenere che l’opera si ispirata all’aleatorietà Cage-ana, ma è l’assenza di una precisa logica l’unica logica possibile di questo lotto di composizioni. L’ordine proprio di questi brani è un non-ordine. Da Cage e proseliti prendono forse l’idea compositiva, ma gli ingredienti sono miscelati con l’abilità di un chimico delle emozioni.

L’assenza di punti di riferimento chiari, facilmente catalogabili, rende l’ascolto, a seconda delle sensibilità, ostico o stimolante. E lo rende coeso, cosa che sembra quasi paradossale: l’alea che aleggia ovunque è il vero collante. La mancanza di uno stile dominante è la componente più peculiare dell’opera. In questo senso il finale di Columnated Ruins/Seeing Distant Chimneys è il minuto e mezzo più difficile del disco: è il ritorno ad un ordine conosciuto, che funge sì da distensione ma che costringe l’ascoltatore e tuffarsi nuovamente nell’alea poco dopo. In tal modo non solo il magistrale inizio disorienta, ma anche a metà disco si è costretti ad un “tuffo” in un oceano di suoni sparsi e astratti.

La psichedelia del disco, quindi, non sortisce solo dalle conosciute simbologie allucinogene dei suoni, ma anche dal ritrovarsi a vagare in mezzo a “simboli” fuori contesto, come nell’illogicità tipica dei sogni.

Pochi dischi, negli anni Novanta, possono vantare una simile complessità ed originalità, una simile ampiezza stilistica, una simile creatività. E, quasi a ricordare un ritornello fin troppo conosciuto, si tratta di un disco che verrà probabilmente spolverato da molti fra molti anni.

La band, infine, sembra aver anticipato di qualche anno le schiere di band e artsiti Folk psichedelici, nonché del revival Folk degli anni Zero.

Breathing and Not Breathing (2011) dopo troppi anni dall’ultimo album raccoglie tutta la loro produzione. Per una concisa ed eccezionale discografia non può che nascere una compilation d’eccezione, praticamente un box-set dove l’album peggiore è nella top-20 del suo anno di pubblicazione.

.

.

.

Voti:

The Unexamined Life – 8,5
Workingman’s Dick – 7
The Emotional Plague – 9
Breathing and Not Breathing – 8

Le migliori canzoni dei Supreme Dicks

Annunci

4 thoughts on “Supreme Dicks – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. ha detto:

    Sapevo che ti sarebbero piaciuti i SD!
    Ho riascoltato il disco proprio ieri e mi ha davvero colpito come pochissimi altri. Azzardo: il disco anni ’90 più fantasioso di quelli che ho ascoltato(ma me ne mancano molti come Twin Infinitives o Good).

    Mi piace

  2. ha detto:

    Molto bella l’analisi tra l’altro.
    Mi sorprende che perfino buona parte della critica abbia snobbato questi SD…
    “The Emotional Plague” rappresenta per certi versi un ascolto ostico pur rasentando in alcuni punti la piena godibilità(forse per via dell’atmosfera onirica nella quale immerge l’ascoltatore).
    Non so quanta “consapevolezza” vi fosse nei SD, ma io in alcuni punti ho sentito l’eco dei Pere Ubu, dei Faust e perfino delle ritmiche sconnesse di Trout Mask Replica, nel modo in cui gli strumenti seguono ognuno la propria “traiettoria”, tracciando profili musicali altamente complessi e mutevoli.
    In seguito approfondirò anche io i SD, magari ascoltando il resto della loro – esigua – discografia, ma devo davvero dire che quest’album mi ha colpito come poche altre cose.
    Son contento che anche tu abbia apprezzato!

    Mi piace

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...