Portico Quartet – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Portico Quartet

Portico Quartet è un affascinante progetto inglese caratterizzato dall’uso dell’hang, una percussione molto versatile. La formazione è dedita ad una commistione di Jazz, musica etnica e sperimentazione più o meno marcata su nuove forme musicali. Fluida e sinuosa, la loro materia sonora coniuga abilmente godibilità e originalità.

Knee-Deep In North Sea (2008) si apre proprio con l’hang, su cui fiati Jazz e delicatezze melodiche si susseguono, come fumo o nebbia lasciano affogare l’ascoltatore in un magico abbandono. Dopo l’opener News From Verona, (Something’s Going Down On) Zavodovski Island prosegue un discorso di colori pastello, in direzione di un Post-Bop credibile anche a fine anni Zero. Fantasia ritmica e melodica, attenzione negli arrangiamenti, fluidità compositiva permettono all’ascoltatore un rilssante viaggio in una musica incorporea, poetica, soave.

Fluttuando, onda dopo onda, sulla title-track, potrebbe tornare alla mente l’Oceans Songs dei Dirty Three, nelle pieghe di Steps In The Wrogn Direction tornano alla mente tentativi Fusion mentre l’etno-Jazz di Monsoon rievoca assonnati pomeriggi.

Echi orientali colorano la fiabesca Cittagazze, uno dei brani più ammalianti. La sognante Pompidou, una carezza di pensoso Jazz per un carillon di hang, porta infine a Prickly Pear, che è un po’ il piccolo capolavoro dell’album: dosando dolcezza, ritmo, melodia, Jazz e richiami Folk/Pop, questi sei minuti scarsi sono il massimo lascito di un esordio che senza clamore si può fregiare di aggettivi come rilassante, soffuso, elegante senza doversi accollare negativi appellativi come ritrito.

Certamente il Jazz pervade tutta l’opera, e qualcosa è davvero ad un passo dal richiamare gli stilemi del genere degli anni ’40-’50, ma l’equilibrismo di un Pop/Folk/Jazz etnico così ammaliante rende questi limiti meno significativi, a patto di non essere alla ricerca di clamorose novità.

Isla (2009) punta più in alto quando prende parte ad un volo spirituale, sciamanico, in Paper Scissors Stone, fra Pharoah Sanders ed un andamento quasi gitano. Spostandosi verso medio-oriente, The Visitor è psichedelia ed allucinazione, guidata dall’hang-drum. Una propensione “acida” permane Dawn Petrol, con quella frenesia strumentale ed acustica che li avvicina fondamentalmente al Post-Rock.

Line, 7 min. e mezzo, è un esercizio minimale, un ciclico ed ipnotico vortice di vibrazioni e rifrazioni, uno dei momenti più “trascendenti” del disco, ed uno dei vertici.

Le tendenze più intricate di Clipper si bilanciano con la soffusa atmosfera di Life Mask, una cullante dolcezza unita ad una tensione mai violenta.

Philip Glass, Terry Riley, il più dolce John Coltrane, i clima degli Explosions In The Sky, melodie Indie-Rock ed Indie-Pop, allucinazioni psichedeliche si fondono in un disco senza nessun colpo di pazzia, che anche quando etichetta una composizione come improvvisata (Shed Song, Jazz neo-classico da camera) suona simile agli altri brani. Una sperimentazione pacata, più un amalgama curato con attenzione, ma che forse manca di quell’ambizione e quel coraggio che spingerebbe tutto su un altro livello di creatività. Attenzione, però, un ascolto così potrebbe diventare un “favorito” per rilassanti tour musicali notturni.

Portico Quartet (2012) aggiunge una nuova componente al loro sound, ovvero l’Elettronica. Ruins suona come se i dischi precedenti fossero stati rivisti alla luce della diffusione Dubstep, seppure non si avvicinino mai veramente allo stile tanto diffuso in Inghilterra: nasce semmai una diffusa, fumosa musica da ballo da ritmi 2-step, pensoso Jazz cameristico, qualche svirgolata Free-Jazz e commistioni elettro-acustico e digital-acustiche.

Su questo avventuroso fronte c’è anche Spinner, avvolgente favola musicale, carillon fatato con ritmi elaborati ed una tensione sotterranea. Minimalismo, Ambient e Jazz trovano un incontro in Rubidium, ed è come sentire Hassell e Brian Eno ritrovarsi per comporre nuova musica, nel nuovo secolo.

Lacker Boo (quasi 8 min.) insiste forse troppo su un ritmo ossessivo, ma è una fusione fra Ambient/Jazz e musica ballabile di gran classe, elegante, azzardato ed ossessivo, con decorazione “da camera”. Steepless sembra qualcosa fra la più atmosferica Joanna Newsom, un Trip-Hop e una tensione ritmica tenuta a bada che nel finale rischia di prendere il sopravvento: un piccolo capolavoro che non ha ancora un’etichetta, potrebbe essere un nuovo manifesto Trip-Hop.

Detriti Dubstep, epica morriconiana e Ambient si fondono in 4096 Colours, fino a sciogliersi in malinconia robotica e cosmica: un altro momento di grande creatività.

Seppure l’album rischi a tratti di subire una “lentezza” nell’evoluzione dei brani che rischia di trasformarsi in briciole di noia, in genere è l’album più ambizioso e coraggioso della band, ed una commistione probabilmente inedita di Nu-Jazz e ritmi che richiamano, anche se non da vicinissimo, il mondo UK Garage.

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Voti:

Knee-Deep In North Sea – 6,5
Isla – 6,5
Portico Quartet – 7

Le migliori canzoni dei Portico Quartet

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